giovedì 19 giugno 2014

Mannarino - Al monte (Recensione)

Mannarino sembrerebbe un cantautore originale, usando il condizionale come lo si può fare con qualsiasi personaggio descrito come di successo ma che poi in realtà è l'esatto opposto.
Il suo successo non è di certo dovuto a un talento speciale, in quanto pompato da radio e televisione italiana come il solito bohémien o freak di turno che suona tipo "concertone del primo maggio", che deve tutto a Serena Dandini di cui è stato ospite per tre anni consecutivi nella trasmissione Parla con me, per poi finire per riarrangiare dal vivo in studio la sigla di Ballarò, che lo portò nel 2011 alla ribalta nazionale attraverso un pubblico di radical chic.
Questo per quanto riguarda la televisione. La radio è stata invece il principale trampolino di lancio, grazie a Viva Radio 2 di Fiorello e Baldini dove si esibì dal vivo in acustico eseguendo "Me so n'mbriacato" diventato poi il suo cavallo di battaglia, con tanto di bollino di origine controllata nostrana da parte della SIAE (società italiana degli autori ed estorsori) che lo ha premiato come migliore compositore del 2012, i cui criteri di valutazione sono stati basati sulle vendite degli album - quarantamila copie - e non di certo sulla portata dei suoi testi "Me so' 'mbriacato de 'na donna quanto è bbono l'odore della gonna quanto è bbono l'odore der mare ce vado de notte a cerca' le parole".
Senza offesa per il suo pubblico, questa musica è adatta a mediocri ascoltatori, per chi ama la spensieratezza, come giusto che sia. Il lancio di questo nuovo disco non poteva non avvenire nel luogo incantato di Che tempo che fa, che lo ha spinto dritto nei primi posti delle classifiche di vendita. Come potrebbero i miedia italiani non dare spazio a tale scempio culturale, presentando un lavoro che ha molto di caratteristico di un paese alla deriva e null'altro di nuovo sotto il sole. La solita televendita musicale che fa 'Oh oh oh, oh oh oh, oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh' come i bambini di Povia, solo che in questo caso Gli Animali di Mannarino sono un surrogato cantautoriale che si esprime nei suoi ritornelli con cori da stadio, rappresentante di una società ultrà che non trova nient'altro che una formula artistica che riconduce alla vera gabbia in cui sono finite le bestie del circo della musica popolare italiana. Al monte è il terzo oltraggio di fila del leone romano, che fa finta di ruggire imitando Tom Waits o Capossela, in un brano dal titolo "Gente" in cui lo troviamo ancora una volta ad annaspare in semplici lamenti "ahi ahi ahi ahi ah ah ai ahaaa", che sostituiscono la sostanza che un cantautore dovrebbe sostenere, ma forse non conta poi così tanto, perché forse è meglio andare di superficialità che magari alle feste democratiche (un tempo Feste dell'Unità) magari qualcuno potrebbe guardarlo storto, meglio quindi adattarsi allo stile "ebetino di Firenze", del dire tutto e non dire niente. Bei tempi quando ci si misurava con un Guccini. E in questo scempio di paese il suonare balcanico tira, e si tenta di buttare nel calderone 
anche un pizzico di Buona Vista Social Club, così tanto per sembrare schierato e tra una strombazzata e l'altra, qualche proclama, non troppo propagandistico però, che altrimenti lo scambierebbero per un comunista - che non va di certo bene - meglio parlare di temi astrusi come nel brano Le Stelle "dio non s’è visto ancora, e gli alieni tardano a venire, che vuoi capire, e che il mondo sia solamente lo zoo comunale dello spazio, e ci stanno a guardare ridere e tremare, cercare nei campi di grano, nel fondo del mare". Questo è il presunto cantautorato che avanza in Italia, d'altronte che cosa ci si può aspettare da una nazione che si fa ammaliare da venditori di fumo in tempi di spending review? Sentite a noi, gli 80€ spendeteli per le cose serie.

Voto: ◇◇◇
Label: Leave srl/Universal Music

lunedì 16 giugno 2014

J Moon - Hidden Garden Ep (Recensione)

Era il 2011 quando mi imbattei nei La Blanche Alchimie, duo che rappresentava la controprova che i figli d'arte possono essere all'altezza dei padri: oltre al polistrumentista Federico Albanese il progetto si reggeva infatti sulla voce (ed il piano) di Jessica Einaudi, figlia del famoso pianista amato particolarmente da quelli che odiano Giovanni Allevi... o almeno io l'ho vista sempre così. Un album intenso ed intimo, con pochi elementi ma ben assortiti. Con un colpo a sorpresa anni dopo Federico e Jessica decidono di cambiare nome e di assoldare un batterista/percussionista, nella fattispecie Joe Smith, per varare con questi 4 pezzi il progetto J Moon. Un piccolo antipasto in previsione di un album che non dovrebbe essere troppo lontano, ma cosa è cambiato in questi tre anni?
Il mood dell'intera produzione è simile a quanto già esplorato con l'album Galactic Boredom, ma per quanto gli elementi in gioco siano sempre pochi e calibrati con dovizia si nota un'apertura ad un gusto pop più accessibile. L'apertura con “Poison” è da questo punto di vista emblematica, con basso e chitarra che mantengono lo stesso ipnotico giro per tutti i 4 minuti di durata lasciando la scena perlopiù alla voce di Jessica: una scelta vincente a conti fatti, anche quando l'atmosfera si fa più rarefatta e sono i vocalizzi il metro espressivo principale usato. Lo stesso stratagemma della ripetizione di un unico leitmotiv sonoro viene replicato nella successiva “Among The Walls”, dalle suggestioni più fiabesche ma a cui l'aggiunta di un semplice arpeggio di chitarra nei ritornelli dona un'aura vagamente malinconica.
“Hidden Garden”, canzone che dà il titolo all'ep, si presenta ancora più scarna, appoggiandosi perlopiù al duo chitarra acustica-voce, con percussioni e synth in sottofondo a donare un po' di calore ad un brano il cui mood rilassato non fa breccia come nei brani precedenti. Un piccolo passo falso recuperato con la conclusiva “With You”, in cui la voce si appoggia oniricamente su rade note di piano e su pochi elementi di batteria mentre vagheggiamenti elettronici danno quel pizzico di psichedelia che non guasta.
Jessica e Federico rimangono sé stessi pur condendo di elementi nuovi la propria musica: se La Blanche Alchimie, almeno nell'evoluzione presa nel secondo album, era un progetto perlopiù intimista (esclusi esempi come la title track “Galactic Boredom” e “Cellar Disco Club”) qui il focus si sposta lievemente su toni più solari ed accessibili, con brani che non stonerebbero nell'airplay radiofonico...ammesso di avere gente abbastanza illuminata da accorgersi di progetti simili. Un po' poco per giudicare l'intero progetto però questi 4 brani, che pur diversificati fra di loro a livello d'atmosfera condividono spesso una struttura ridotta all'osso che, nel caso della title track, stufa col passare degli ascolti. Aspettiamo nuove mosse, probabilmente a breve.

Voto: 
Label: Autoproduzione


venerdì 13 giugno 2014

Il Pan del Diavolo - Folkrockaboom (Recensione)

Ci avevano lasciati due anni fa con Piombo, polvere e carbone, ma sono tornati ora alla ribalta con un disco nuovo dalle atmosfere decisamente particolari: signore e signori, parliamo de Il pan del diavolo e del loro Folkrockaboom, uscito il 3 giugno 2014 per La Tempesta.
Il duo palermitano (Alessandro Alosi voce, chitarra e grancassa e Gianluca Bartolo, chitarra e voce) propone un lavoro che conserva il solito mordente, l'aggressività beffarda e un po' scura, la leggerezza delle chitarre acustiche con i loro accordi che vanno a fuoco alla processione del paese, il tutto levigato e contaminato da una deriva da cantautorato americano: un po' di Eagles e un po' Bob Dylan. Le dodici tracce dipingono scenari inquietanti di nuvole rapide su cieli rosso sangue, di un safari tra le spinosità dell'animo umano, di deserti che ti prendono per mano in una folle corsa verso oriente per vedere specchiato nei tuoi occhi l'oceano, e sulla testa stelle nere e "sulle tue spalle tutto il peso del mondo". 

La prima canzone è la title-track, di cui è uscito il 14 aprile un video realizzato dal collettivo Sterven Jonger. Folkrockaboom è "il nostro genere musicale"scrive la band stessa, io lo sento come un pezzo che mi trascina in un viaggio un po' pericoloso, dentro di me e tra terre sconosciute dove bruciano fuochi di sacrifici. Proseguiamo con la stupenda Mediterraneo, dal ritmo incalzante come un flamenco dal sapore orientale: sabbia tra le mani e odore d'incenso dietro la carovana che va verso est e la dolcissima Vivere Fuggendo: divagazioni dylaniane per raccontare la storia d'amore con "una ragazza dentro il frigo". La quarta traccia è invece Il meglio, presentata (ma non selezionata.. e forse direi meglio così) a gennaio nella sezione "nuove proposte" del Festival di San Remo: Battisti che incontra le chitarre acustiche di Jimmy Page in Led Zeppelin III per un risultato sublime. Cattive idee è un arpeggio scuro, quasi una preghiera solitaria in una cattedrale deserta, con un testo estremamente bello. L'atmosfera si scalda con la trascinante Io mi do, con le sue schitarrate da coro degli scout e I peggiori, col suo testo amaro e gli accordi malinconici. In Un classico appare Battiato che si cimenta in Hotel California: un' ascesa verso il nirvana, un tramonto tibetano striato di rosa e odore di fiori del deserto, mentre Nessuna certezza viaggia su un arpeggio ipnotico, come una musica tribale suonata sotto le stelle.. ricorda un po' lo stesso lavoro dei Verdena in "Razzi, arpia, inferno e fiamme". Chiusura in bellezza con Mezzanotte, una tirata rock molto alla Gimme shelter ma più dark, lo strumentale Aradia (con Andrew Douglas Rothbard alla chitarra) e la stupenda Il domani che suona come una Like a rolling stone italiana: "il domani sarà fatto di sogni e le canzoni conteranno più dei soldi". 

Ho trovato dunque un lavoro molto più maturo, evocativo, che ringhia ma si lascia accarezzare ed è aperto su uno scenario globale ma piccolo quanto un cuore umano.. quest'album è un viaggio bellissimo. Saltate su!

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: La Tempesta


martedì 10 giugno 2014

I Giorni dell'Assenzio - Immacolata Solitudine (Recensione)

L'attesa è finita; "Immacolata Solitudine", ovvero il primo disco de I Giorni dell'Assenzio, al secolo Mattia, Tania e Mauro, si è fatto aspettare ma alla fine è arrivato e, col senno di poi, possiamo affermare che ne è ampiamente valsa la pena. Sì, perchè questi tre ragazzi abruzzesi, giovanissimi ma portatori di una maturità invidiabile, hanno lavorato duramente alla loro crescita collettiva e alla creazione di un lavoro omogeneo e compatto, di gran qualità, lasciando sapientemente fuori dalla porta la fretta prediligendo la qualità alla quantità, l'essenziale all'accessorio, la profondità alla superficialità. Ed è risaputo che tutti gli sforzi ed i sacrifici compiuti, in un modo o in un altro, ripagano.

Lo si evince in pieno sin dai primi ascolti; colpisce forte il suo sound fresco e diretto, tirato a lucido di fino, a braccetto con una portata emotiva che fa tremare i polsi. "Simulacro", in apertura, è l'esempio perfetto: riffone sfavillante che galoppa a tutta velocità, una batteria indemoniata, basso martellante, synth in lontananza e liriche efficaci/efficienti. Chapeau. La title track, una ballad dai contorni rocciosi, fa addirittura meglio, ergendosi a vero e proprio crack dell'intero lotto; raggiunge il suo apice nella seconda esplosione dopo il bridge ("Non ho più contorni ne colore / Il silenzio che fra noi esplode") per poi morire in dissolvenza "come le borse finanziarie".

"Eveline", oltre a regalarci un Mauro in stato di grazia alla batteria, fa registrare la collaborazione di Ivo Bucci (Voina Hen) alla voce: il risultato è davvero molto bello, foriero di un ritornello dannatamente virale. In "Indi(e)feso" invece troviamo i cori di Monica Ferrante, cantante dei Mom Blaster (compagni di roster in Ridens Records), a ricamare un'altra grande "hit" del gruppo, fatta di continui cambi di marcia e di dinamiche esplosione/pausa/esplosione fluide e molto efficaci.

"Radioattività" vede Tania impegnata anche alla voce, in un dolce crescendo che sfocia nell'assolo di chitarra finale realmente intenso e trasognato. Il cuore e l'emotività non oscurano tuttavia l'innegabile potenza che trasuda dal disco; "Gigante" e "Rivoluzione" sono energia allo stato puro, entrambe sorrette da riff estremamente diagonali che si aprono in ritornelli più spaziosi e lineari, specialmente per quanto riguarda la seconda (che respira benissimo, anche se crede di non ricordare come si fa).

Sono presenti piccole sbavature ("Maleamore", traccia di chiusura, è sicuramente più debole rispetto alle altre sette) che comunque rientrano in massa nella sfera del fisiologico e non sono assolutamente paragonabili a quanto di buono messo in mostra da questo validissimo progetto. E' un disco di sano rock, ed in quanto tale deve saper trasmettere emozioni e puro vigore, grande vivacità e vitalità. Ebbene, sa farlo eccome.

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: Ridens Records

martedì 3 giugno 2014

Verily So - Islands (Recensione)

Stavolta veramente è così.
Dopo due anni di pausa ritornano i Verily So.
Due lunghi anni intervallati da progetti paralleli (Luca ha dato vita a Barrens, Simone a Small Giant e Marialaura ha scritto canzoni per un progetto di prossima pubblicazione) e l’ingresso di Antonio Laudazi (Orhorho) alla batteria, hanno portato una vitale trasformazione alla loro immagine di partenza. Infatti, la scelta del gruppo nella produzione del nuovo album è stata di apportare giuste modifiche alle sonorità, nell’ottica di un progetto più maturo e autentico.
Islands” il titolo del nuovo album, un concentrato di storie che ci scaraventano addosso emozioni alle quali non si può rimanere indifferenti.

L’intima immagine che riesce a rivelarsi dopo un primo ascolto, è quella di quattro “labbra” che riunitesi dopo un periodo di scorrimento, cercano di dar voce a racconti che hanno abitato nelle loro anime e che ci vengono ora offerte per appagare la nostra sete di curiosità.

Testi, storie rivelatrici che aspettavano solo una loro musica, più distorta, wave e shoegaze.

Un suono più elegante, che allontanatosi dal superato profilo tendenzialmente folk, disegna alla perfezione la capacità di  distaccarsi dai vecchi desideri, per approdare finalmente a un’isola altrimenti inaccessibile.

Parte così la liberazione con la prima storia “To Behold”.
Il singolo, che viene presentato sulle scene del film "Carnival Of Souls" del 1962 e di cui si consiglia ovviamente la visione, racchiude nel testo, nelle lineari distorsioni e nella soave voce della Specchia, l’intero concept dell’album: l’incomunicabilità, l’incapacità di trovare la simultaneità di tempi e sentimenti che chiaramente porteranno a dirsi addio. (“you said I love you and I say goodbye”.).

E se a regnare tra le storie è questa eterea incomunicabilità, riesce invece benissimo al gruppo  la trasmissione delle sensazioni che da essa derivano, grazie a wave e shoegaze, a suoni che hanno un giusto equilibrio tra il lisergico e  il dolce, a chitarra, basso e batteria che riescono a sfumarsi in modo impeccabile sulla voce che con il suo timbro riesce a stemperare ogni cosa.

 I Verily So riescono a trasmettere, e in modo del tutto naturale, tristezza e amore, desiderio e speranza, come in “Never Come Back” e  “Sudden Death”,  nelle quali la pioggia, elemento quasi catartico, spinge ad andare avanti, ad arrivare il più lontano possibile, in un luogo ideale dove far nascere qualcosa di nuovo.

Ed ecco che dolce e ritmata arriva la catarsi con “Ode To The Night”, che continua con il dolce pianto del pianoforte di Federico Ciompi in “Not At All”, dove smentire i sentimenti sembra essere l’unica via per arrivare al finale amaro.


Finale che  in “Nothing in The Middle” riesce con le due voci, l’una cavernosa, l’altra leggera, a renderci l’amarezza più sostenibile, in vista dell’ultima, trasognata “Islands”. 

L’isola dove musica e voce sono un tutt’uno, proprio come la nostalgia e la tristezza che paralizzano, riuscendo a non farci dimenticare nulla.


E se le fiabe  insegnano che ogni isola ha il suo tesoro, lasciateci dire allora che qui ne troverete otto in un colpo solo. Che la caccia inizi dunque, per chi ha tutte le intenzioni di diventare un ascoltatore carico di emozioni indicibili, di cui l’album si fa mirabile portavoce.
Intanto noi vi diciamo addio, voi ...



L'album si ascolta e scarica gratuitamente qui.

Voto : ◆◆◆◆◆
Label: V4V-Records / W//M


giovedì 29 maggio 2014

Gazebo Penguins/Johnny Mox - Santa Massenza Split (Recensione)

C'è roba nuova e bella in circolazione: Santa Massenza è lo split uscito il 10 Maggio per To Lose La Track e Woodworm Label, che vede Gazebo Penguins e Johnny Mox dividersi 4 tracce e due racconti. Wikipedia mi informa che la Santa in questione da il nome a un carinissimo villaggio trentino pieno di distillerie di grappa (quasi quasi ho voglia di andarci, dai).. le foto mi sembrano suggestive, ci do un'occhiata mentre procedo all'ascolto dell'ep. 

L'idea del disco abbinato ai racconti mi ha subito conquistata: unire prosa e poesia, musica e parole, un connubio artistico che impegna l'ascoltatore su due fronti diversi, interessandolo e incuriosendolo, e da un senso più completo al messaggio di tutto il lavoro. Che non è felice, non è positivo ma va bene così.. il primo pezzo, "Riposa in piedi", trasuda dolore e sofferenza da ogni singolo accordo. Sbatte in faccia una verità che la testa conosce bene ma il cuore nel suo profondo rifiuta e allontana: "Vorrei spiegarti la difficoltà di chiamarla col suo nome. Dovrei usarla, ma non riesco mai, la parola fine. La paura della parola fine". Quella vera, che non conosce ritorno. Anche l'altro pezzo, "Aspetteremo", ruota attorno allo stesso tema. I due brani parlano di un qualcosa che tocca una o due o molte volte nella vita ognuno di noi: la perdita di una persona cara. E la musica dei Gazebo scorre come un fiume in piena carico di ricordi e dialoghi, lacrime non versate e spezzoni di vita. Nel racconto, scritto da Capra, intitolato anch'esso Riposa in piedi è ben chiaro tutto. Le parole scritte quasi di getto ma ben calibrate raccontano la storia di suo fratello Roberto, morto in un incidente d'auto. Non so per quanto tempo si sia tenuto dentro tutto questo, ma è davvero ammirevole la scelta di voler condividere con tutti il proprio dolore, che è unico e personale ma anche di tutti, perchè forse la musica può aiutare ad accettarla con più serenità la parola "fine". 

All'ascolto dei due brani di Johnny Mox invece mi approccio con un orecchio molto meno esperto (purtroppo) rispetto alle arie dei pinguini. "Hollow prayers" e "Oh reverend" hanno una certa atmosfera di sacralità e misticismo del XXI° secolo supportata però da chitarre importanti e riff tirati. Hollow Prayers è quasi una corsa contro il tempo, con le voci che si soprappongono e le urla e te che non riesci a star fermo sul "Hey! Right click + empty". Il secondo pezzo invece si appoggia invece su un ritmo più cantilenante, tipo messa nera del rock'n'roll o preghiera al demonio. "Ride, ridin' on a razor, sweep catch me on the map" suona un filino inquietante ma alla fine non puoi far altro che muovere la testa a ritmo anche tu, catturato dalle atmosfere decadenti e spaziose. Due pezzi con un bel tiro, forti: un sabba con le streghe e i Raige against the machine. Il racconto abbinato non è da meno: ambientato proprio in quel Trentino dove si trovano Santa Massenza, Johnny Mox e le distillerie, narra la storia (vera!) di due folli cugini e il loro patto di sangue per guadagnare un miliardo di lire. Non vi svelo altro, sperando di invogliarvi a leggere.

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: To Lose La Track + Woodworm Label

Ascolta lo split qui
Leggi i racconti qua







mercoledì 28 maggio 2014

Gli Altri/Uragano - Split (Recensione)

La buona sorte ha voluto che l'anno scorso mi imbattessi nel primo album de Gli Altri, band ligure che partendo da basi hardcore punk non disdegnava negli otto pezzi dell'esordio di mischiare le carte con influenze noise e post rock: dopo aver contribuito al progetto collettivo L'Inverno Della Civetta assieme a molte altre band della zona ecco arrivare una nuova collaborazione, stavolta con i conterranei Uragano, a dimostrare l'affiatamento della scena. Due modi diversi di intendere la stessa attitudine, ovvero dare tante palate sui denti...a livello puramente musicale ovviamente.
Equamente diviso con tre brani a testa, l'ep si rivela ben diverso in quanto a temi musicali. Gli Altri aprono le danze e sprigionano il loro lato più energico, lasciando nel cassetto le sperimentazioni più morbide che si prendevano una fetta di spazio in Fondamenta Strutture Argini: già “Progettare Un Luogo” è una dichiarazione d'intenti, quella di pestare sull'acceleratore in maniera aggressiva senza però disdegnare momenti di pausa tesi a preparare il campo alle esplosioni distorsive. Se la prima traccia alterna sapientemente le due fasi sono però “Generare Il Vuoto” e “Disegnare Il Moto” a mostrare le cose migliori, con arrangiamenti mutevoli che, soprattutto nel secondo caso, fanno intravedere uno sviluppo sonoro che, seppur confinato al lato più “violento” della band, lascia ben sperare per il futuro: gli arpeggi prima della conclusione sono il modo migliore per preparare all'ultima cavalcata distorsiva, ed è il modo in cui la band lascia la scena agli Uragano.
Qui ci troviamo, almeno inizialmente, in tutt'altro territorio. La velocità evocata nei tre brani precedenti lascia spazio per le atmosfere fra il noise ed il doom di “Amy”, con basso cavernoso e chitarra tagliente a dipingere a tinte scure una tela che sa di Melvins, il tutto dilungato per nove minuti in cui non mancano assalti più o meno intensi ma sempre mantenendo un andamento lento e granitico. Ad appoggiarsi sopra la cupa base sonora il cantato screamo di Luca, volutamente grezzo ma che non convince appieno, anche se dimostra di essere più a suo agio nelle atmosfere agitate della conclusiva “238 chilometri”: partita con premesse simili alla prima traccia questo brano dà il meglio di sé a metà dei quattro minuti di durata, sfruttando una pausa centrale utilissima a far scendere la tensione e salire le aspettative, di certo non deluse da una cavalcata a velocità progressiva potente e riuscitissima. Ad unire i due estremi un curioso “Interludio”, sperimentale e veloce intermezzo dall'atmosfera inquietante e vagamente circense.

Funziona l'accoppiata, anche se gli Uragano mostrano qualche zoppichio che inficia un risultato finale comunque lodevole: la scena ligure si dimostra ancora una volta varia e vitale, complimenti a chi ne fa parte e a chi ha saputo valorizzarla con progetti come questo, supportato da un nugolo di etichette (italiane e non) che hanno evidentemente a cuore la buona musica.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Cordata







giovedì 22 maggio 2014

Redline Season - Invictvs (Recensione)

Poche, semplici righe per annunciare il proprio ritorno. Tanto, sudatissimo tempo per plasmarlo. "Invictvs" (rigorosamente con la "v" romana al posto della "u") esce tentando di coniare un suono affatto banale, del tutto particolare. L'esperienza non manca certamente ai Redline Season, navigatissimi musicisti emiliani che vantano un curriculum di tutto rispetto.

Colpiscono incredibilmente le atmosfere cupe tipiche di quell'hard rock/proto doom seventeeniano (che, a quanto pare, non è morto come molti sostengono) rielaborate in salsa hc. Il suono tende quasi ad implodere, ovattato e roccioso, in uno spigoloso bozzolo "dark". In apertura, quindi, ci ritroviamo immersi nella danza demoniaca di "Fallacy". Gli sporadici rigurgiti indie vengono repentinamente corretti e sporcati da una voce a metà tra il posseduto e lo scream e da taglienti chitarroni a volte più granitici, a volte più sibilanti ("Phoenix Last", "Keiner"). L'incedere del disco diventa un inquietante saliscendi tra brusche frenate  ("Squarewaves" su tutte, "Phoenix First" nettamente staccata dal resto) e veri e propri mattoni hardcore lanciati a tutta velocità, di inequivocabile impatto, scanditi da una marzialità imprescindibile, ma comunque sorprendente, caratterizzata da un'energia intrinseca e fortemente esplosiva.

A tal proposito, pezzi come "Deaf Heaven" e "Lead" meritano le posizioni più alte in graduatoria generale: il primo è un biglietto di sola andata per l'inferno, perchè il paradiso è momentaneamente sordo, devastato da un tornado che lo ha distrutto senza alcuna pietà; il secondo è una cavalcata funerea che non può non riportare alla mente i Black Sabbath più vividi, con aggiunta di batteria virtuosa e synth a bassa frequenza. Sulla stessa falsariga si inserisce la title track, che si pressurizza e si depressurizza continuamente, in un alternarsi di stop and go, fino a morire. In chiusura "Northpole", perfetta per una passeggiata nello spazio più profondo e nero dove non ci sono stelle ma soltanto scariche elettriche.

Anche se all'atmosfera generale del disco attribuiamo ineluttabilmente una monocromaticità direttamente assimilabile ad una tetra disperazione post-core, è strabiliante constatare le numerose policromaticità che sono sapientemente incastonate lungo tutto il percorso. E' stato certamente raggiunto l'obiettivo di modernizzazione del sound, denso e sfaccettato, che mira dritto alle corde della potenza e dell'emotività. Redline Season: presenti.

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: Upupa Produzioni

 
© 2011-2013 Stordisco_blog Theme Design by New WP Themes | Bloggerized by Lasantha - Premiumbloggertemplates.com | Questo blog non è una testata giornalistica Ÿ