lunedì 31 agosto 2015

Big Mountain County - Breaking Sounds (Recensione)

I Big Mountain County sono una band di Roma formatasi solo nel 2012 ma i cui membri vantano già una certa esperienza, avendo militato ognuno in altri gruppi della zona provenienti perlopiù da un background vicino al garage rock. Questo spiega la velocità con cui già l'anno dopo sfornano il primo 7 pollici ed il modo in cui, in soli 15 giorni, abbozzano in Sicilia i brani che arrivano a comporre questo Breaking Sounds. La cartella stampa che mi ritrovo ad adocchiare parla di psych-rock, e sebbene le atmosfere dilatate non manchino sono altre le coordinate musicali a cui mi sono sentito più incline ad avvicinare i BMC.
Suoni da Seattle per la precisione, ma non la musica di quelli a cui sono arrivati soldi e sfighe in egual misura bensì quella più cazzona e di nicchia dei benemeriti Mudhoney. Già l'iniziale I'm Satisfied porta qualche germe, volontario o meno, di Mark Arm e soci, ma è in particolare Make A Move a ricordare da vicino quel periodo di mezzo della loro carriera in cui non sapevano bene dove andare. I BMC infatti uniscono ad una vena lievemente garage-punk e ad un cantato scazzato ed irriverente influenze più vicine al folk e al rock'n'roll più classici, finendo però per essere risucchiati in un limbo in cui la somma dei generi dà un risultato inferiore alle singole parti. Breaking Sound risulta così piacevolmente ballabile ma priva di quell'energia sonora che ti faccia veramente venire voglia di scatenarti (un peccato visto l'azzeccato utilizzo dell'organo nella parte finale), 1945 uno scialbo incontro fra suggestioni country e derive psichedeliche che arrivano troppo tardi e la stessa Make A Move rimane a metà del guado che avrebbe portato i ritornelli a ben altri livelli, se solo si fosse osato a livello di sonorità quello che viene fatto verso la fine.
C'è da dire che, passata la metà del disco, il ritmo cala e viene fuori un'anima moderatamente psichedelica che sembra essere più nelle corde della band. Pur cavalcando l'onda della ripetitività (cosa che non giova ad About A Clown, che riesce ad attrarre l'attenzione solo quando il ritmo inizia a salire verso l'azzeccato parossismo finale) l'atmosfera “da frontiera” creata dalle percussioni di Conflict Resolution Part 1 e quella cupa e paludosa di One More, capace di animarsi malignamente a metà brano con organo e batteria scatenati, riescono laddove i ritmi più scanzonati delle tracce iniziali avevano fallito. What Do You Think? da questo punto di vista rappresenta quasi un rito di passaggio, indecisa fra le due anime e per questo meno riuscita, mentre la conclusiva Farewell dà sfogo alla parte più lisergica della band, evidenziando però nell'ennesimo crescendo una scrittura a cui manca un pizzico di fantasia.
Sospesi fra una caricatura uscita male della Seattle più punk e gli anni 60 delle droghe libere i Big Mountain County non riescono, per così dire, a dare un colpo al cerchio ed uno alla botte. Possiamo ritenere un onesto tentativo questo Breaking Sounds ma per colpire l'attenzione serve il coraggio di osare di più, in un verso o nell'altro...e quella della psichedelia sembra la strada più percorribile.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Gas Vintage Records


mercoledì 26 agosto 2015

June And The Well - Gudiya (Recensione)

Hanno stile i June And The Well, è innegabile, così come è innegabile che buona parte di questo modo di fare musica pianti salde radici negli anni 90, in un modo di fare rock che non era punk ma aveva quell'urgenza, che non era grunge ma ne veicolava, ammorbidito, il disagio, che non era pop ma ti entrava in testa immediatamente. Emo mi dicono dalla regia, ma ormai emo l'ho sentito associare a talmente tante cose diverse che non so più cosa pensare, e non è comunque importante: quello che conta è che, parentele o no, la band pesarese con questo Gudiya riesce a dimostrarsi all'altezza di quel periodo ma, ahimè, senza uscire troppo dal seminato.

Francis, brano apripista dell'ep, è un concentrato di quanto illustrato sopra: incipit a mettere in mostra le distorsioni, strofa tranquilla ad avvolgere di suggestioni pop l'ascoltatore, ritornello in cui le distorsioni tornano a farsi sentire ma senza strafare almeno fino al finale dal ritmo dimezzato. Ma c'è la sorpresa: il finale non è il finale. La canzone continua con una lenta progressione dal mood malinconico che sfocia in una conclusione solare che rimane subito in testa, tanto che vien da chiedersi se non sarebbe stato meglio usare l'idea per un pezzo a sé stante. Non presenta invece di tali sorprese Gudiya, visto che scorre abbastanza prevedibile fra una piacevole strofa leggera, pre-chorus che alzano il volume (ed in uno entra, in maniera inaspettata ed azzeccata, anche qualche nota di piano) e ritornelli in cui viene messa in mostra la vena punk, più nelle intenzioni che nelle distorsioni. L'arpeggio iniziale di From The Ashes Of Your Heart porta invece diretto ad un breve sfogo chitarristico che mi ha ricordato i cari vecchi At The Drive-In, ma è un fuoco di paglia destinato a spegnersi in strofe che cercano di far crescere una tensione che non trova sfogo nei ritornelli: qua e là qualcosa di buono, ma il brano risulta il più debole dell'intera produzione.

Quello più meritevole, invece, è indubbiamente S-Low, e non solo per la presenza della voce sognante di Matilde Davoli: il ritmo lento, le distorsioni perennemente presenti, i piccoli particolari che la caratterizzano (il modo in cui si apre la seconda strofa dopo un tranquillo arpeggio e lo stop and go presente nella stessa sono da manuale), il modo in cui la voce femminile e la musica si sposano nei ritornelli...funziona tutto, dall'inizio alla fine.
Stacco netto con la seguente Fountains, in cui il ritmo si alza nuovamente ma le strofe sono più nervose, spezzettate, con un effetto piacevole che si distacca un po' da quanto proposto nella prima metà dell'ep. I ritornelli qui fanno da sparring partner, passano veloci senza colpo ferire ma si sposano comunque bene col resto, cosa che invece non fa la pausa a base di arpeggi che arriva a metà brano: piacevole ma mal amalgamata col resto, ha la pecca aggiuntiva di sfociare in un finale distorto che cerca di ricreare, tardivamente, una tensione che ormai si è dispersa. Di tutt'altra pasta la conclusiva The Bend, in cui è il lato più propriamente pop a prendere il sopravvento: la canzone si fa canticchiare fin dai primi ascolti, scarna e malinconica all'inizio con la sola chitarra e voci sovrapposte a prendersi le luci della ribalta, ma pronta a crescere pian piano verso un finale in cui gli altri strumenti arrivano a rischiarare l'atmosfera con la loro energia (pure il piano, ancora seminascosto ma comunque efficace).

Fanno il loro sporco lavoro i sei brani di questo Gudiya, pur con qualche sbavatura, ed è innegabile che un brano come S-Low meriti tutte le attenzioni del caso, ma nel modo pur personale di fare musica dei June And The Well sembra comunque mancare qualcosa...forse una spinta ad osare un po' di più in certi frangenti, visto che mi vien da pensare a cosa avrebbe potuto essere Fountains se il nervosismo chitarristico delle strofe fosse stato sviluppato aumentando la tensione invece che smorzandola all'improvviso. Rimangono comunque da segnalare l'uscita dell'ep per la storica etichetta giapponese Waterslide Records e, soprattutto, la storia che sta dietro al titolo: Gudiya è infatti una bambina indiana al centro di un episodio di violenza sessuale, evento che ha portato la band a dedicare a lei il disco e ad inviargliene una copia. Quando la musica ha (anche) un cuore è giusto metterlo in risalto, bravi!

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Waterslide Records



lunedì 24 agosto 2015

Ornaments/Zeus! - Metamorphosplit (Recensione)

Dio benedica gli split, soprattutto quando sono band fuori dagli schemi a farne parte. Dal Supernaturals Record One che incrociava in una psichedelica jam Ufomammut e LentO agli esperimenti tutt'ora in corso della Subsound Records (che ha incrociato fra gli altri Vanessa Van Basten e Morkobot e, giusto un paio di mesi fa, Oren Ambarchi dei Sunn O))) e Massimo Pupillo degli Zu) di roba per cui sbavare se si hanno le orecchie aperte agli esperimenti ce n'è a bizzeffe. E ad aprile, per il Records Store Day, hanno deciso di incrociare le proprie strade su vinile (ed in free download) anche due band che, come recita il comunicato, hanno modi diversi di approcciarsi alla pesantezza sonora: ma Zeus! e Ornaments non si sono limitati a questo, e come esemplifica il titolo del disco è la contaminazione reciproca il filo conduttore di questi quattro brani, divisi equamente non nel numero ma nel minutaggio.
Ad aprire le danze sono gli Ornaments, che con Canon Cancrizans danno modo di aver imparato dai colleghi la sintesi: batteria massiccia e in ripetizione continua per due minuti e mezzo a base di strumenti che si aggiungono uno sull'altro, col mood lento e cadenzato a cui i quattro ci hanno abituato. Per essere ben influenzati dalla controparte musicale non basta però questo, e Fractal si prende la briga quindi di alzare il ritmo e di proporsi ben più mutevole della precedente, con una monolitica parte centrale in cui le rullate sono tante mitragliate su cui si innestano le bombe sparate con parsimonia (ma non troppo) dal basso. Fra accelerazioni ed un ennesimo rallentamento nel finale il brano vince a mani basse come migliore dei tre che la band emiliana propone, anche per il suo uscire da schemi già sentiti visto che Perpetual Motion ritorna su lidi più simili (anche a minutaggio) a quanto già sentito in quel Pneumologic edito ormai un paio di anni fa: non che il brano sia tutt'altro che meritevole, con la sua scarna parte centrale tendente al noise ed il catartico sfogo finale, ma laddove si è osato di più bisogna riconoscere che sono arrivate le cose migliori. E a proposito di osare...
Rota, l'unico brano degli Zeus!, è un qualcosa di completamente nuovo per la band bolognese. Assorbendo il dilatamento sonoro dei compari, ma piegandolo in una maniera che non appartiene a nessuno dei due gruppi, il duo si esibisce in un ostico delirio psichedelico di 13 minuti in cui il delay del basso ed i malevoli synth fanno di tutto per creare un'atmosfera inquietante su cui la batteria si getta con potenza quando può, salvo accompagnare con inusitata leggiadria le parti più tranquille di questo viaggio sonoro. Una direzione inattesa, una cacofonia di suoni che si intersecano in alcuni punti e che, pur faticando ad ingraziarsi l'ascoltatore, alla fine ci riesce ed alla grande. Dategli il tempo che merita, e vi accorgerete di non poter fare a meno di quelle note sempre uguali che vengono continuamente riproposte in una salsa diversa ma comunque deliziosa, che sia quella inquieta e malevola di inizio e fine o quella tempestosa della parte centrale.
A proposito di tempesta non si può non fare un plauso anche all'artwork dell'opera, realizzato da Luca Zampriolo (aka Kallamity) ed ispirato nientemeno che al ciclo Metamorphosis di Escher (di cui, guarda il caso, a Bologna è stata allestita una mostra: andate a vederla che dovreste essere ancora in tempo). La perfezione insomma? No, ma ci siamo vicini.

Voto: ◆◆◆
Label: Sangue Dischi/Tannen Records




lunedì 3 agosto 2015

Flying Vaginas - Beware Of Long Delayed Youth (Recensione)

I Flying Vaginas sono una Banana Consunta (chitarra, voce, piano), un Kiwi Deluso (basso, voce) e un' Ananas Irritata  (batteria, synth) provenienti da Morolo, (Frosinone). Ci avevano lasciati con un album davvero interessante un anno fa e sono ritornati in prima linea con Beware Of Long Delayed Youth di nuovo per MiaCameretta Records.
Il disco si apre a colpi lenti e ritmati di percussione e atmosfere trasognate evocate da una splendida voce femminile con Hollow Skin. Segue Coherence Riot,  un evidente ironico scrollo a tutti coloro che preferiscono talking to kids and snobbing the crowd e che inevitabilmente (purtroppo) are still there: probabilmente il pezzo più dream di tutto l'album. Sonic Tiger è un evidente tributo ai Sonic Youth, da cui la voce maschile (alternata a quella femminile) e le chitarre allucinate e storte prendono spunto. Dopo la tempesta, appare la quiete con le meraviglie di  Woodland Croon e Interlude: We Walk, che emergono come un sensibile colpo di scena: l'una una dolce e sognante canzone d'amore, l'altra una brevissima ballad che ha il sapore di una ninna nanna. Blessed Child è un colpo di fulmine punk suonato da una chitarra distorta quasi perenne, accompagnata da batteria e basso minimali, che si risolve in un assolo dissonante e irruento (che non guasta mai). Patched Up (video qui sotto) ha le sonorità di un Jay Retard sotto Xanax. È la botta tristona del disco che più si avvicina ai primissimi Smashing Pumpkins e sicuramente la best track. L'album si chiude con gli 8.13 minuti di Beware Of Long Delayed Youth, una traccia senza fretta, in cui malinconia e litania la fanno da padrone. Così come questa traccia non ha fretta, lo stesso accade all'album: tutto è estremamente dilatato o compresso a seconda dell'occasione, ma senza spingere troppo, senza eccessi. Gli intrecci di voce e le atmosfere da sogno sono la parte più forte del gruppo, che porta a casa un disco all'altezza del primo, ma senza esagerare. Le grafiche del disco sono davvero particolari e riconoscibili. Che aspettate? Andate da subito ad ascoltare il disco (qui) oppure compratelo, che è sempre molto bello rendere meno povere le etichette così valorose.

Voto: ◆◆◆
Label: MiaCameretta Records




lunedì 13 luglio 2015

Squadra Omega - Altri Occhi Ci Guardano (Recensione)

Spesso mi interrogo sul caso che governa gli eventi, per cui il prog è stato forse l’unico esemplare di musica italiana degno di esportazione; sin dal fiorire negli anni ‘70 di band talvolta geniali, talvolta al limite del ridicolo nell’imitazione degli epigoni anglofoni o nella ridondanza delle immagini e delle trovate compositive, la storia sembra voler suggerire che i prodotti nostrani trovano la propria dimensione creativa solo in una forma espressiva in cui la narrazione ha ampio spazio, di minutaggio e di struttura, di evolversi involversi e svolgersi. Ma la cosiddetta “Italian Occult Psichedelia” attuale non ama le epopee verbali e sonore con cui Biglietto per L’Inferno o De De Lind crearono sensazione; le parole sono ostacoli e le note non si rincorrono variopinte, ma si imprimono una dopo l’altra come impronte dai confini riconoscibili, sorelle in serie benché diverse e irripetibili. Nel caso della Squadra Omega, sono le improvvisazioni protratte in una lunga session di tre anni e la cristallizzazione del disco in modalità rigorosamente analogica a proiettare Altri Occhi ci Guardano in un passato atemporale, in cui l’attualità della musica nella sua preponderate purezza riporta indietro di decenni o forse secoli. Dopo mesi munifici, in cui il collettivo ha già regalato Lost Coast, soundtrack di silenzi e paesaggi e strade perdute percorse a piedi, e Il Serpente nel Cielo, occhieggiano oggi i volti subumani del dipinto del 1977 in copertina al disco, quasi istantanea a olio del bestiario di Bomarzo; Altri Occhi ci Guardano si apre con l’intarsio intricato di suoni e timbri e sapori di Il Buio Dentro: come fu per gli Organisation, anche qui il traguardo non è la forma canzone, perché non c’è traguardo ma, principalmente e con necessità ineluttabile, decostruzione. Il primo brano si immette come una vena sotterranea in Sospesi nell’Oblio, dove pulsar lontanissimi segnano le tappe di una traversata interstellare, solcata dalla via lattea che la chitarra dissemina con un refrain compiutamente circolare: perfettamente autosufficiente, gira su se stesso come un primo mobile, finché il pungolo del synth non rimpiazza la chitarra, che si defila in un controcanto triste. Sciami artificiali anticipano poi le processioni apocalittiche di La Nube di Oort, destinate a evaporare in molecole di atmosfere inospitali; Il Labirinto riscatta la fetida categoria del jazz-rock con un incedere minaccioso, abbastanza rudimentale da non scadere mai nella fusion: il basso sobbalza con movimento sussultorio, i fiati intrisi d’oppio folleggiano con altri bizzarri rigurgiti inferi o astrali, poco importa. Giochi di bimbi cannibali introducono alle danze in stile Pop Group di Sepolto dalle Sabbie del Tempo: il groove non è sempre solo nero, ma quando è fatto dall’uomo bianco è straniante come un sogno velenoso sotto cocaina, chimicamente indipendente nel suo tornare costante sullo stesso ansiogeno riff e condannato a un vicolo cieco di suoni che si tormentano a vicenda. Poche pennellate cremisi tratteggiano Hyoscyamus, interludio acustico di suoni puri che si dissolvono nelle vibrazioni dell’aria: solo alcuni minuti sono concessi per questa dejeuner sur l’herbe in cui, per ingannare il tempo, non si gioca a carte ma si leggono i tarocchi; la quiete sospesa è presto spezzata dai ottoni furiosi, figli bastardi di Anthony Braxton, che introducono all’affollato zoo di Il Grande Idolo, popolato di striscianti percussioni, cinguettii metallici e sintetici, tutti tenuti a bada dalle placide fruste delle corde. La carovana bestiale muove infine su rotte orientali, lungo una via della seta cadenzata e battuta dal vento di distorsioni lontane. La title track è sorretta da battute da metronomo, sovrastate dal sax anarchico e nottambulo; la chitarra si unisce alla rivendicazione di indipendenza, tentando di scompigliare l’impassibile aplomb ritmico. Una lenta, interminabile rivolta a intermittenza. Ma anche le convulsioni del delirio di suoni si placano in Le Rovine Circolari, istante di lunatica quiete che seda e assopisce, in una vaga brezza di arpeggi e campanelli, persino le intemperanze sonore più estreme: un sonno incosciente a domare la folla di mostri della mente.

Voto: ◆◆◆
Label: Macina Dischi/Sound of Cobra

venerdì 10 luglio 2015

Le Capre a Sonagli - Il Fauno (Recensione)

Chi si ricorda i Tupelo Chain Sex? Pochi hanno memoria, o si sono recentemente imbattuti, nell’ensemble californiano che, in pieni anni ’80, dimostrò come miscelare in un cocktail ad alto potenziale jazz be-bop country folk blues trash punk ska surf jive latin calypso rythm‘n’blues psychobilly senza assolutamente prendersi sul serio. Perché, con buona pace delle schiere di cantautori originariamente tali o evolutisi dopo militanza nell’indie nostrano, che oramai dominano con il loro costante impegno nel fissare il proprio ombelico e nel cantarne, un artista fa il proprio dovere quando padroneggia la narrazione, quando i grandi racconti hanno la meglio sul privato individualista e, soprattutto, quando sa farsi da parte con una generosa dose di autoironia; questo è l’ingrediente segreto che permette alla varietà di intuizioni sonore e suggestioni musicali di dischiudersi, senza fermarsi alla trappola stanca di reiterati stilemi generazionali.
E benché Bergamo non sia Los Angeles, Le Capre a Sonagli con questo disco, soundtrack di un film d’animazione a episodi realizzato con la collaborazione artistica degli stessi ovini in questione, espongono un’opera ascrivibile al dadaismo più puro, in cui la bizzarria degli elementi non impedisce ma anzi concilia la creazione di immaginari paesaggi esotici quali scenari da film mentale. Richiamando i fotogrammi per cui è stato concepito ma allo stesso tempo srotolandosi come narrazione autonoma, Il Fauno si apre con l’arpeggio di Celtic segnando subito il confine della frontiera di un folk-blues cialtrone, in cui acustico ed elettrico si abbracciano in una danza arcaica; il limite è però spostato verso i territori dell’exotica lo-fi con le corde e le percussioni ridotte all’osso di Ciabalè, mappa per esploratori di giungle impenetrabili. Il sordido blues waitsiano di Tre e 37 non rischia mai di scadere nell’emulazione, grazie all’immediata essenzialità degli arrangiamenti, mentre il dittico Demonietto nell’organetto e Serpente nello stivale si muove tra la sordida filastrocca, lercia di polvere desertica, e la commistione di suggestioni tex-mex e cavalcate ritmiche da spaghetti western. Le ragnatele di chitarre e l’inintelligibile voce filtrata di Giù guidano senza soluzione di continuità alla paradigmatica Nonno Tom, breviario con cui Le Capre potrebbero insegnare ai tanti autoproclamantesi luminari dell’indie nostrano come scrivere perfetti refrain che sanno d’America; dopo il carillon alcolico scandito da micro-samples di Uhaa!, in Slow irrompe un arpeggio acustico come un istante di quiete inattesa, su cui si staglia la voce impastata di sillabe incomprensibili. Il blocco conclusivo è una caleidoscopica e immaginifica wunderkammer tra le foreste di percussioni e i grugniti ferini di Pausa Pranzo, il riff insistente e lurido di Anatra, la cupissima balera del divertissement Bobby Solo, che apre la finestra sulle italiche melodie da boom economico contaminandole con elementi manouche, la marcia funebre di Joe: Le Capre scelgono tuttavia di chiudere con Goo Porpacuttana, collage anarco-electro di giocoleria sonora, dimostrando di essere tutt’altro che bestie pavide.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: autoprodotto/#hashtag

lunedì 29 giugno 2015

Gouton Rouge - Giungla (Recensione)

Le prime certezze che abbiamo, come sempre al primo ascolto, sono il nome dell’artista e il titolo dell’album: Gouton Rouge e Giungla.

Proprio loro, gli ormai cresciuti gioiellini che in collaborazione con Lafine - anche se a distanza di un anno ancora legati alla V4V -, ci conducono in un luogo intricato, confuso, in una giungla di tormentate sensazioni, dove oscillare tra veglia e sonno sembra essere un imperativo. Questo difficile, ma pur dolce movimento, seguendo la logica deduzione della nostalgia che cresce inevitabile in ognuno, invita ad abbandonarci a tormenti, alle più profonde paure, a entrare insomma in una zona fitta, buia, in quel periodo ormai finito da cui non si può far altro che prendere il “meglio”, per potersene poi liberare.

Testi che iniziano in un passato neanche troppo remoto, spezzato quasi sempre da qualcosa che si cela dietro l’amore, ma che forse amore non è; testi che, dopo essersi impregnati di pura passione, terminano in un presente dove c’è la sola possibilità di essere investiti dal “godimento” della liberazione di certe emozioni, in alcuni casi (i migliori) di talune persone.

Un passaggio, quello dal passato al futuro, dal sonno alla veglia, dalla nostalgia alla voglia di rinascere, è possibile intuirlo non solo dai testi ma anche dalla copertina che racconta la metamorfosi del serpente, emblema di riflessione e prudenza, in tigre coraggiosa e feroce, capace di portarsi vittoriosa alla zona del riscatto.

E proprio lungo l’ingarbugliato corpo del serpente si snodano nove silenziose urla, con il brioso guizzo che caratterizza la voce di Francesco, accordata su suoni che vanno dallo shoegaze alla new wave, senza dimenticare la giusta carica di power pop, il tutto spalleggiato da cori che ci danno l’impressione di essere sotto un palco, pronti a dare il via a un live.

Un live che i Gouton Rouge hanno intenzione di condividere con gli ospiti di Giungla, i loro compagni di safari Raniero Federico Neri (Albedo), Riccardo Montanari (Belize), Edoardo Frasso (Brenneke) e Luca Galizia (Morto), tra i tanti.

Viene dunque naturale parlare di un album molto ricco, florido, non solo musicale ma anche umano.
Però la Jangla, quella desertica dalle origini Hindi, intima di queste storie, si rivelerà da “Hasselhoff ” a “Gabbiano”, fino alla più carnale “Demoni nel sonno”, preghiera a non modificare nulla di quell’attimo, a non svegliarsi, a costo di essere uguale e contrario al carnefice, magari lo stesso che in “Demoni del giorno” diventerà solo ombra.

Ma riconosciamo altre costanti, altre importanti certezze in questo secondo lavoro dei quattro milanesi: la tangibile gioia con la quale riescono a raccontarci qualcosa che potrebbe apparire triste e la grinta di ogni accordo che già immaginiamo venir fuori da una strepitosa “Giungla” sul palco.

Un album che si fa descrizione minuziosa di quanto può accadere quando hai musica dentro e sai che non ti serve altro per affrontare la vita. Ascolteremo qualcosa che spaventerà per quanto riuscirà a scorrerci fluido nelle vene, a riempirci e svuotarci l’anima.

A ogni ascolto, in “Ogni domani”, “ per un istante ci dimentichiamo, di certezze non ne abbiamo.

Scarica gratis l'album qui.

Voto : ◆◆◆◆◇
Label : V4V Records - Lafine


giovedì 11 giugno 2015

Hey saturday sun - VHS (Recensione)

Quale migliore occasione se non un giorno importante nella storia della cinematografia fantasy anni '80, il 9 giugno 2015, diventato celebre grazie a Ritorno al futuro, per ascoltare un album italiano pesantemente influenzato da suoni e atmosfere che ormai risalgono a trent'anni fa? Il nostalgico progetto Hey saturday sun, con VHS, ci fa viaggiare indietro nel tempo in un'epoca in cui la musica elettronica non aveva ancora pienamente conosciuto gli sviluppi danceable che la influenzeranno pesantemente tra la seconda metà degli anni '80 e i primi anni '90, e ci fa soprattutto viaggiare con la fantasia in anni in cui il terzo millennio era un'utopia, un sogno e, allo stesso tempo, qualcosa da temere.

Sembra quasi di riavvolgere una vecchia videocassetta di qualche film cult di quegli anni, tanto certe atmosfere non appartengono più a noi ascoltatori dell'intelligenza in musica, quali quelle presenti in particolar modo nella seconda parte dell'album: un esempio su tutti è il divertissement Punks vs Supercops, ma anche i brani più dritti e cantati rimandano chiaramente alle colonne sonore di un tempo, grazie all'emulazione del suono analogico, che di recente è stato riscoperto e oggi non fa più notizia.

Dieci brani che potrebbero tranquillamente formare una ideale colonna sonora di quegli anni, in cui, però, e questo è plausibile, è presente una neppur così lontana contaminazione con la musica elettronica che ora va per la maggiore: nella opener c'è spazio infatti per aperture ambient in mid tempo che non sembrano poi così lontane da quanto svolto in ambito witch house. Ancor più radicale in tal senso è l'esempio di Trespasser will be shot, in cui il confine con il genere prodotto da acts come Mater Suspiria Vision e Modern Witch diviene sempre più labile e la gioiosa atmosfera anni '80 viene rimpiazzata da sonorità lente, cupe e vagamente apocalittiche.

Analog6 (feat. Terence) è un mid tempo che recupera addirittura alcune idee vocali di OhGr, presentando il lato più serrato e, a suo modo, destabilizzante del progetto, lasciando da parte l'alone positivo dei brani che gli seguono. Da Wise, passando poi per episodi come VHS heroes, si torna a volare su lidi veloci e prettamente cinematografici, debitori della cinematografia fantasy del decennio, così come della musica prodotta.

Al termine della cassetta non si può non riavvolgere il nastro e farlo ripartire, come si sarebbe fatto con una VHS d'altri tempi, così come non si può negare come il progetto italiano si sia abbondantemente staccato dal suono indie italiano per esplorare nuove strade, già battute ma pur sempre interessanti ed in linea con quello che sta accadendo oggi nella musica elettronica.

VHS non è solo un disco che rappresenta un omaggio ad un'altra epoca, ma è una testimonianza di come vecchio e nuovo possano sapientemente entrare in contatto e dare vita ad una formula personale. L'augurio per il progetto è di proseguire su questa strada, cercando di trovare un approccio il meno possibile derivativo. Questo album è, tutto sommato, un buon inizio.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Dreamingorilla records

 
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