Solo l'anno scorso usciva
il loro album d'esordio Black Sheep, ma a quanto pare Gli Sportivi
hanno idee da vendere ed è con colpevole ritardo che arrivo ora a
parlare di questi 5 pezzi rilasciati a San Valentino: una manciata di
brani d'amore non convenzionali, dopotutto se si chiama Crazy Love
Collection questo ep un motivo ci sarà...
Dove ci eravamo lasciati?
L'esordio del duo veneziano (Lorenzo Petri a voce e chitarra e Nicola
Zanetti alla batteria) era intriso di rock'n'roll e garage rock, un
mix di per sé non originale ma che sprizzava personalità da gran
parte degli 8 pezzi che andavano a comporre l'album. Questo ep sposta
invece il discorso più verso il blues, e non è un caso che nella
seconda traccia “Crazy Hazy Kisses” Lorenzo canti “Baby baby
baby I play the blues”. I 5 brani pescano in maniera più netta
dalla tradizione, non lesinando sui ghirigori chitarristici che
paiono però più fini a sé stessi delle invenzioni spiazzanti di
cui era condito l'esordio: soprattutto la già citata “Crazy Hazy
Kisses” risente in maniera netta di questo “ritorno al passato”,
non distinguendosi particolarmente da migliaia di brani simili
suonati fin dalla notte dei tempi. Non che manchi l'energia per
carità, a partire dall'iniziale “Boom Boom” per arrivare ad una
“I Feel Ok” che è puro fulmicotone per tutti i suoi quasi 3
minuti di durata, e le idee funzionano anche quando si pigia sul
tasto di una granitica ripetitività (“Hoogie Boogie”) o ancora
meglio sulle influenze di frontiera nella meticcia “Mexicali Baby”:
pare però che quelle piccole rifiniture che rendevano colme di
personalità le 8 tracce dell'esordio siano qui sostituite da una
genuina passione per il blues che scalda sì il cuore ma rende la
verve del duo meno riconoscibile.
Un passo indietro dunque
questo Crazy Love Collection? Sarebbe un'esagerazione dirlo, forse
mezzo va là: sta di fatto che se Black Sheep mi aveva convinto
abbastanza da alzare la valutazione di un tot questi 5 pezzi, pur
lasciandosi ascoltare molto piacevolmente, non riescono a fare
altrettanto. Da qui a dire che la band non meriti comunque la vostra
attenzione però ce ne passa eh...
Siamo umani, dopotutto. Questo statement racchiudeva
in sè quello che sarebbe successo otto anni dopo, ma d’altronde allora
nessuno li prese veramente sul serio, e invece è successo: i robot parigini noti come Daft Punk sono diventati esseri umani, sono tornati dal loro pianeta Interstella 5555 e hanno realizzato che, tutto sommato, l’elettronica può venire umanizzata attraverso ritmi caldi ed estremamente catchy, figli di un tempo e di un suono perduto che si pone lì dove tutto è cominciato, nella disco music, quella più ruffiana e per tutti. Questo processo viene espresso in modo particolarmente chiaro attraverso la storia degli incipit dei loro dischi: laddove Homework, figlio di una estetica anni ’90, manifestava sperimentazione, i primi secondi di One more time (Discovery, 2001) lanciavano il sound french touch verso le classifiche mondiali della musica house, quella più raffinata, catchy e anche, come si suol dire oggi per identificare un certo tipo di musica EDM ovvero Electronic Dance Music, che fa tanto figo. Human after all, 2005, partiva
con dei rintocchi di drum machine, il che, applicato al titolo
dell’album, presentava una denuncia, una accettazione e una riflessione
sull’ibridazione delle forme fisiche del rock e elettroniche,
un tema caro a molti, moltissimi, ma che rappresentava, musicalmente,
una chiara dichiarazione d’intenti. Inutile parlare delle O.S.T. e del
resto, che alla fin fine conta poco.
Ora prendete questi tre lavori e
metteteli da parte perchè la creatura Daft Punk oggi è qualcosa di nuovo, completamente diverso, che taglia nettamente i ponti con il passato e che fa tabula rasa di tutto quello che Fu il french touch, da loro stessi creato, evoluto e concluso. Cosa è accaduto in questi 8 anni? Tutto e niente. Raccolte, un disco live, Alive, dieci anni dopo lo storico Alive 1997, la firma per la colonna sonora di Tron, a sua volta rifacimento dell’omonimo originale del 1982, molto meno sperimentale del primo ma molto più figo, e poi un suo remix, una sua ricostruzione. Queste release
vogliono dire tutto e niente perchè qualcosa di tangibile è stentato ad
arrivare. Quel qualcosa è stato anticipato da una grandissima campagna
mediatica, di fronte alla quale Trent Reznor potrebbe addirittura impallidire, che ha costruito dibattiti e titoli di Disco dell’anno a qualcosa che non aveva ancora una sua natura, del quale nessuno aveva alcuna idea. Questo hype,
questa strategia, si è espressa in maniera completamente differente
rispetto ai loro lavori passati in quanto mossa da scopi differenti. I Fu Daft Punk erano caratterizzati da un grande rifiuto della ricerca della forma popolare e in generale hanno sempre dato l’impressione
di vivere su quel loro pianeta che gli ha dato tanto successo. I loro
concerti, le loro interviste, la loro presentazione dietro delle
maschere, le stesse copertine degli album (sempre incentrate
semplicemente sul loro logo)hanno alimentato nei fan
un modo di vedere questa realtà così amena dal mondo elettronico e dalle
sue tendenze, una realtà allo stesso tempo così vicina e così lontana
dagli sviluppi della musica. Questo è, in breve, il Fu. Qualche
giorno fa (ho perso il conto, sembra ormai di conoscere l’album da una
vita) è uscita la notizia che il disco è stato pubblicato gratuitamente
per qualche giorno, poichè la data di uscita è il 21 maggio del mese
corrente, e lì molti di noi, fan del duo, hanno schiacciato play. Per quanto il singolo Get lucky, con la partecipazione di Pharrell, abbia proposto un suono molto diverso dal solito, molto disco, legato a una personalità come Giorgio Moroder, ma non solo, credo che non tutti si aspettassero che Give life back to music fosse, ancor prima che musicalmente, la soluzione dell’enigma della sfinge di Human after all,
perchè il passaggio dall’album precedente a quello attuale è ancor più
estremizzato di quello intercorso, non a caso, nei francesi Justice da Cross a Audio video disco. Il fine ultimo di questo disco è quello di riportare la musica elettronica alla vita, a quella indubbia fisicità che ancora viveva all’interno dell’epoca della disco, in quel periodo di transizione verso tutto quello che verrà in seguito.
L’opener, così spiazzante, dopo un brevissimo motivo, quasi come se fosse una colonna sonora, lascia il posto ad un sound
completamente inesplorato dal duo e completamente differente da tutto
quello che è stato composto da loro fino a quel momento. Gli elementi
principali che accompagneranno i tredici brani e che trovano nell’opener una delle loro summae sono un impianto disco, una voce vocoderizzata (ma completamente diversa rispetto al passato) e, in generale, un suono soft e dolce, che più volte strizza l’0cchio al mainstream
e che smussa via tutte le asperità che possono essere di difficile
comprensione per garantire all’ascoltatore esteticamente la migliore
frutta possibile. Andando avanti con i brani ci si rende ben presto
conto che questo album, che taglia i ponti con la musica elettronica, è
basato, per la sua maggior parte, sugli ospiti che lo abitano, ospiti di
grandissimo rilievo nel panorama della musica moderna (e non). Cosa
dire al proposito della partecipazione di Nile Rodgers degli Chic, storica formazione disco, o del Maestro del genere Giorgio Moroder, nonchè di Julian Casablancas dei The strokes, del sopra citato Pharrell Williams, di Todd Edwards, di Panda Bear (degli Animal collective)e
di Dj Falcon? Un cast d’eccezzione per un film d’eccezzione. Nell’idea
del duo c’è il recupero di certe sonorità come antidoto all’imperante
dominio delle macchine elettroniche, che però costituiscono il pro (e il contro, per alcuni?) di questa musica. E quindi, andando avanti nell’ascolto, dopo la balladThe game of love, arriva il tanto atteso brano Giorgio by Moroder, dove, in un monologo, il Maestro della disco afferma che il sintetizzatore rappresentò, sul finire degli anni ’60 e sul principio dei ’70, la quintessenza del sound del futuro, quale poi si è rivelato, lasciando poi spazio ad un divertissement
della vecchia scuola che incorpora un pò tutto, dalla vecchia
elettronica all’utilizzo di strumenti fisici, quasi a voler operare una
cannibalizzazione dei primi Kraftwerk riletti attraverso una ottica mainstream, mediata dalla disco,
il comun denominatore di questo lavoro, cesellando un brano senz’altro
interessante ma che non fa gridare al miracolo e che soprattutto ha poco
o nulla dei Daft Punk, è piuttosto un brano di Moroder. Al contrario
brani come Within e Instant crash, quest’ultima con alla voce Julian Casablancas, sono dei brani pop di qualità, ma non di musica elettronica, che avrebbero potuto essere composti da un qualunque ottimo musicista pop. Lose yourself to dance è
invece un inno per le classifiche di musica colta e allo stesso tempo
scanzonata, guidata da Pharrell, musicista che gode oggi di un
grandissimo successo (e che ora, alla luce di questo disco, lo
incrementerà moltissimo). Touch, con Paul Williams, fa leva
sulla figura cinematografica dell’ospite per consegnare un brano
fortemente teatrale, figlio del palcoscenico, che dopo una introduzione
sperimentale ma non troppo sfocia nella classica disco che sta alla base di quasi tutti i brani del lavoro. Segue quindi Get lucky il primo singolo, che ripresenta Pharrell Williams alla voce, convocato qui allo scopo di sfidare i dancefloor più fighi, e che sta riuscendo magistralmente nello scopo, insistendo, in questa studio version, sulla ripetizione ossessiva, al limite delle peggiori pubblicità statunitensi, sul ritornello, maledettamente melodico e catchy. Beyond non aggiunge molto ad una formula già espressa in molti altri brani, se non fosse per la reprise dell’introduzione cinematografica, stavolta figlia diretta delle presentazioni Metro Goldwin Mayer. Motherboard è
uno dei pochissimi episodi, stavolta trattasi di una strumentale, che
rimanda in parte ad alcuni brani molto melodici prodotti dal duo
nell’epoca Discovery / Human after all, ma che suona, volente o
nolente, più stanco, un intermezzo che lascia poi posto ai brani
conclusivi, di ben altra portata, quali Fragments of time, con Todd Edwards, un brano estremamente pop e catchy così come la successiva Doin’ it right
con Panda Bear. La conclusione viene invece affidata ad una delle
collaborazioni più importanti e di natura più elettronica, ovvero quella
di Dj Falcon per Contact, che suona come una coda che recupera ritmi antichi, ma sempre in una nuovissima ottica melodica e catchy,
per sfociare poi in un suono che si alza verso un luogo imprecisato.
Sebbene occorrano molti ascolti per comprendere un disco come questo, si
possono fare due considerazioni. La prima è che, come disco dei Daft
Punk, questo lavoro sia completamente distruttivo di tutto quello che
in passato i Nostri sono stati, e pertanto meriterebbe una bocciatura
secca, la seconda è che, se non fosse un loro disco, sarebbe un prodotto
piuttosto interessante. Una via di mezzo avrebbe potuto essere un side project, ma non si può avere tutto dalla vita, per cui verranno date due votazioni differenti.
Voto Daft Punk: ◆◆◇◇◇
Voto Disco: ◆◆◆◆◇
Label: Columbia records
La palermitana Malintenti Dischi non delude nemmeno a questo giro, un nuovo fiore all’occhiello del suo rooster arriva per far ballare e scombussolare l’underground, sono gli Omosumo che debuttano con “Ci Proveremo A Non Farci Male”, un nevrastenico quattro tracce che prende per la collottola e ti sbatte in un dancefloor selvaggio di acid House, vetriolo basico, sinthetismi allucinati e psichedelie fragorose, salvo poi ad abbandonarti sfinito ai bordi di una esperienza liofilizzante.
Uno tsunami che vede un suono decisamente vicino ai dischi de Luomo, ricco di bassi supersonici che prendono molto dalla techno di anni fa e una voce glammy che esplode come nel migliore Studio 54 che sia esistito, un modello che arriva per inseguire gli orizzonti Ibiziani tra spigoli appunto techno e tentacoli house; dietro la sigla Omosumo si agitano l’elettrogenialità di Angelo Sicurella, la chitarra insana di Roberto Cammarata (Waines) e il quattro corde di Dimartino, una triade focosa che non molla un turn e fa impazzire loud e level al pari di una scossa, di un vacuum. Quasi un Ep in 3D, pulsazioni incessanti e tappeti elettronici densi come mercurio e a farla da padrone quelle attitudini “chirurgiche” alla Skrillex e Soulwax che favoriscono una climatica rovente, diabolicamente rovente.
Ep di nuove frontiere e speranze, la dance riverberata “Le streghe di Benevento”, lo shuffle impazzito della titletrack, le ombre Ottantiane che catturano “Tutto è un rischio” e le dissolvenze in vocoder e industrial-noise che ambientano “Costano le drum machine” sono i segnali evidenti di una rinnovata genesi tutta da scatenare e ri(collaudare), sulla quale costruirci sopra prospettive e magie in mille direzioni.
I siciliani Omosumo provano a non farsi male, ma intanto il loro raggio d’azione colpisce e stende.
Tornano alla carica i
Muleta, band veneta che aveva esordito con un Ep piuttosto corposo e
che era riuscita ad attrarre l'attenzione di un certo Giorgio Canali,
coinvolto in modo convinto nella produzione degli 8 pezzi che
componevano La Nausea. Ora è il momento de La Peste, giusto per non
farsi sfuggire nei titoli immagini di un disagio che permea anche i
testi mentre non tocca granchè la musica, diretta e senza fronzoli
anche se non così tanto da scomodare il termine punk: diciamo più
che siamo dalle parti di un pop-grunge grezzo in cui la voce roca di
Enrico si adatta alla perfezione.
I Muleta lasciano
intendere da subito che il loro album non rivoluzionerà la storia
della musica: i testi sono carini pur nel loro esagerato calcare su
immagini che risultano assai meno poetiche di quanto vorrebbero
essere (“E se hai voglia di sognare/allora crepa”, tratta da
“Lisa”, è solo un esempio di come si voglia far passare in
maniera esagerata il facile disfattismo per poesia), il ritmo è a
tratti sostenuto, i suoni sanno graffiare e cullare alternativamente,
visto che c'è spazio per qualche momento più tranquillo, come in
“Lotteria”, “Moriremo Increduli” o nella conclusiva “Il
Giorno In Cui”, fin troppo simile al Canali dei pezzi più
tranquilli di Rojo e senza lo stesso appeal. C'è un po' di tutto,
tranne la personalità.
I 10 pezzi, perlopiù
brevi schegge, che compongono La Peste sono genuini, ma suonano
anonimi dal primo all'ultimo. Buttarsi a capofitto nei pezzi più
tirati, dall'iniziale “Meno” alla title track, non basta a dare
scossoni ad un canovaccio perlopiù tendente al pop che non fa niente
per lasciare il proprio marchio di fabbrica nelle orecchie
dell'ascoltatore, a meno che riciclare suoni di due decenni fa possa
essere considerato originale.
E' paradossalmente
difficile parlare dei 10 pezzi di questo secondo episodio della
carriera dei Muleta, e penso che la valutazione che se ne può fare è
discordante. La Peste è tutto ciò che potete volere da un disco
pronto all'uso, sicuro, pieno di frasi che possono attizzare l'animo
poetico meno esigente e di suoni ed atmosfere che vi faranno sentire
come a casa nel paese allegro ma non troppo del pop-rock spruzzato di
disagio giovanile. Non è niente più di questo però, e non
voletemene se io lo ritengo un grande difetto.
E’ un terremoto inaspettato, alla faccia di tutte le scale sismografiche e dei loro grafici crestati; tornano a tuonare, dalla Liguria, i rocamboleschi The Bermudas, trio epilettico all’insegna dello scompenso cardiaco e del fiatone lunghissimo con il nuovo disco “Bad Luck”, più che un disco una iniezione di Cardiastenol direttamente in vena, dieci tracce al fulmicotone più una hidden track che si contendono a spintoni lo spazio per le interazioni più sfrontate di Rock’N’Roll, punkbilly, surfing e le sclerotiche fumigazioni del garage per non parlare delle infinite modulazioni in FM che queste tracce “violentano” facendosi ruffiane canaglie con palinsesti da occupare.
E’ come avere a che fare con la scatenata selezione di un Juke-Box Rock-Ola trasportato nel tempo odierno, una sequenza di brani che senza divagazioni o tentazioni, frenetizzano e sconvolgono i vecchi cataloghi underground con un sound senza tempo, che per molti detrattori sembrerebbe ancorato ad una mera funzione d’intrattenimento e basta, quando invece è portatore anche e soprattutto di controcultura e storia, ma senza addentrarci in disquisizioni e riferimenti, quello che vortica tra le tracce è un’energia da ballare tutta d’un fiato se si arriva alla fine; una tracklist che fa intuire una potenzialità che si rifà agli anni fine Sessanta primi Settanta, i ritmi Tarantiniani “La donna per me”, le balere lungo i bagnasciuga “Taggami”, una capatina tra le fogne Garage di una Detroit fumosa che vive nella titletrack e più in la un salto nel beat turbolento della bella “Elettrochoc”, traccia in tremolo di chitarra e diamante dell’intero lotto.
Claudio “Klaus” De Franceschi voce/chitarra, Maurilio “Kikko” Giannini batteria e Angelo “Ange” Demaria al doublebass, basso e backing vocals, sono diavoli generazionali che suonano la pulsione di più di una generazione indietro e la riportano in un epoca di grande rivalutazione, il loro non è puro esercizio di stile, ma passione elettrica e seduzione amplificata che non da tempo per respirare e men che meno modo di confondersi con altro mentre il disco ruggisce, gratta e svicola attraverso i woofer, poi con la bomba riletta di “Mexican Radio” degli americani Wall Of Voodoo e lo slanguidamento mex di “The Queen of the road” il disco va in fiamme, fiamme di vibrati e calde nostalgie di tempi persi chissà dove, e quello che rimane sul piatto è una voglia, ma che dico, una maniacale persecuzione che il repeat dovrà subire per molto, ma molto ancora.
Inossidabili i Mudhoney.
Immuni dalle crisi che hanno attraversato gruppi con molti anni di
meno sulle spalle (se si esclude l'uscita dalla band di Matt Lukin
ormai dieci anni orsono) loro vanno avanti da un quarto di secolo
imperterriti, sfornando album con una cadenza non certo regolare ma
comunque senza pause troppo lunghe. Ed è proprio questo Vanishing
Point quello che si è fatto attendere di più, uscendo dopo ben 5
anni dalla prova piuttosto scialba di The Lucky Ones, non il modo
migliore per festeggiare il ventennio di attività.
Dopo così tanto tempo
dopotutto è difficile stupire, soprattutto se le armi con cui sei
emerso sono un suono aggressivo che nel frattempo ha smussato gli
angoli (soprattutto dopo il ritorno in Sub Pop con Since We'Ve Become
Translucents) ed un'energia che arrivati alla cinquantina non è
certo quella degli esordi (anche se dal vivo la loro porca figura la
fanno comunque). C'è quindi ancora spazio per le sfuriate quasi
punk, ne sia prova la scatenata “Chardonnay” con efficace assolo
dissonante compreso nel lotto, o per le punzecchiature fuzzate
efficaci solo a tratti di “I Don't Remember You”, ma
l'impressione è che la band si trovi più a suo agio quando i ritmi
rallentano. Non che ci propinino delle ballad, o perlomeno non è il
termine che userei per la tranquilla ma assolutamente coinvolgente
“Sing This Song Of Joy”, ma quando rallentano il ritmo scatenato
dell'iniziale “Slipping Away” per lasciar spazio ad una
proto-psichedelia fra riverberi e wah e quando si lasciano guidare da
un basso lineare ma trascinante nella scura “What To Do With The
Neutral”...beh, forse è qui che si sentono le cose migliori. Non
che una tirata che rinvanga i vecchi tempi (forse fin troppo) come
“The Only Son Of The Widow Of Nain” non faccia piacere, ma per un
pezzo riuscito nel suo amarcord come questo ce ne sono altri che
passano nelle orecchie senza lasciare troppo il segno: “The Final
Course”, a cui la carta psichedelica riesce decisamente meno
rispetto alla opening track, la successiva “In This Rubber Town”,
che scorre senza particolari tentennamenti ma di cui si fa apprezzare
il lavoro alla batteria di Dan Peters, e “I Like It Small”,
ripetitiva e scialba nonostante il tentativo di tenere alto un ritmo
che però fatica a coinvolgere. I Mudhoney comunque combattono questa
ennesima battaglia sonora con armi varie, e sebbene non tutto si può
dire riuscito riescono a dimostrarsi più in forma di 5 anni fa.
Vanishing Point non
cambierà la vita di nessuno, ma se il timore poteva essere quello di
vedere aggiungere alla più longeva formazione di Seattle un capitolo
evitabile alla propria carriera direi che il rischio è stato
evitato. Sfiga vuole che la loro unica data di promozione dell'album
sia nella per me lontana Firenze, ma se siete da quelle parti il 31
maggio i Mudhoney valgono ancora il prezzo del biglietto...e questo
disco pur coi suoi difetti aiuta a dimostrarlo.
Ossessivo e intrigante come da deliro incontrollato, indiavolato crocicchio che vede in stupenda collisione, botto e relativo cortocircuito i campani Maybe I’m e Bokassà, una folgorazione tribale di elementi sonici che provengono da suggestioni e “attriti” internazionali, una antologia anarco/espressiva che non ha in dote nessun limite, solo libertà, freedom e libertè al cubo.
“Paraponziponzipò” è il frutto calorico di questo incontro/fusione, e le scintille vanno immediatamente in profonda accelerazione schizofrenica, il caos ordinato di un sonic bang che satura all’inizio per poi diventare irrinunciabile decoro sonoro per attimi di sfogo dall’ostinato perbenismo di una giornata modularmente sempliciotta; il motore incontrastato delle sei tracce in scaletta? un micidiale acido basico di afro-punk-jazz che scorrazza delinquentemente in ogni angolo, schizzi sonori calibrati sul giro fisso dello stupore, una necessità espressiva psicotropa e sfrontata che delizia – nel suo folle esperimento – i nostri padiglioni auricolari. Sun Ra, pizzichi di McCoy Tyner, Napoli Centrale, soffi Bantù, le overdosi di Basquiat, geometrie Zappiane, tribalità e legni etnici, percussioni nere, fiati e tanto altro che si potrebbe stilare una enciclopedia alternativa, sono le colorazioni piriche di un disco che nella sua apparente confusione, pare avere e ha una logica trasversale, la battuta e il taglio unico, inafferrabile e il vizio formidabile delle “directions in music”. Bokassà , Alexander De Large voce/batteria/percussioni, Stefano Spataro voci/chitarra, Superfreak basso, tromba, baglams, i Maybe I’m, Antonio Marino voci, batteria, Ferdinando Farro voci, chitarra, sono le menti ansiolitiche di questo supergruppo arrivato per destabilizzare la staticità e stravolgere i paesaggi morti della presunta modernità nella musica.
Uno strepitoso scambio di “battute” che la sanno lunga, Africa e l’incedere della nevrosi urbana si complimentano, si accoppiano e partoriscono entrambe stimoli, scatti, sguardi profondi e traiettorie evolutive, uno sconvolgente pastrokkio sonoro che brilla di luce propria, selvaggio e “forestico” come le cinematiche di Tarantino, i fragori funk mediterranei “Nel continente nero”, il blues murder del Mali, nero come la pece “Ci sta un popolo di negri” per arrivare a certe distrazioni asimmetriche e scordate, un free customer che ha già dato panacea ad un certo Beck durante le sue invasioni in territori jazzly, “Il più famoso è l’Hully Gully”, una manciata di minuti d’istrionismo acuto, sensibilmente acuto.
Il resto della registrazione è da scoprire, un viaggio e un’apertura mentale che non si cancella facilmente, un woodoo metafisico e oltre contemporaneo specie per chi fosse esclusivamente alla ricerca di uno sballo – oltre che legale – dalle forti emozioni senza legacci di sorta.
Nel 1994 avevo 18 anni, una bella età per godersi la musica, non c'è che dire- Assimilare generi musicali e renderli parte della tua vita, come concetto e come impostazione di un modo di essere e di vivere la musica. Non era molto difficile trovare il proprio spazio nel '94. Video Music passava anche robaccia, certo, ma ti imbattevi spesso e volentieri in roba di grandissima qualità, quasi sempre proveniente dall' America, che fosse indie, “alternative”, come lo si definiva allora (o come lo si dovrebbe definire oggi visto la brutta fine che ha fatto il termine indie) o “grunge”, quasi sempre ti sparavi qualcosa di figo. Ecco se sei nato nel 1976 e hai 18 anni nel 1994 è facile diventare un finissimo intenditore di musica, è troppo facile, me ne rendo conto.
Di certo più difficile se invece sei nato tra alla metà degli anni 80 e 15 anni li hai raggiunti nel 2000, perchè ti sei ritrovato adolescente in un periodo musicalmente caotico e in evoluzione costante, quindi, o hai un fratello più grande figo, o hai un talento per la musica bella.
Non so se Enrico Viarengo e i suoi compagni di viaggio dei New Adventures In Lo-Fi abbiano un fratello maggiore figo, ma di certo hanno talento per la musica bella, quella che girava nei primi anni '90.
Appena inizia “Naked”, primo pezzo dell'EP dei torinesi, capisci benissimo i loro ascolti; cogli subito la loro crescita a pane e “alternative”. Ci arrivi subito, perchè quelle chitarre appartengono ai Texas Is The Reason e ti trafiggono il cuore, come succedeva tanti anni fa, arpeggi agrodolci che si sciolgono in ritornelli di delizioso amarcord.
“Something Missing” nella stessa maniera si adagia su canoni già scritti, ma così ben mischiati da risultare una novità da abbracciare; al suo interno senti tutto: dall'apertura alla Swervedriver, agli arpeggi tristi dei già citati Texas fino ai ritornelli a metà strada tra i Weezer più intimisti e i Teenage Fanclub.
"Tomboy", il terzo pezzo, è una delicata ballata tra chitarra e voce, un po' troppo sentita e che non brilla, a differenza degli altri pezzi, a livello di scrittura.
Livelli che si alzano subito con il pezzo di chiusura “Taken” con una chitarra Neil Younghiana le cui corde ti stringono il cuore e, ancora, la profonda dolcezza di cui erano capaci i Teenage Fanclub. Deliziosa davvero.
Si sente aria di una nuova primavera indie '90 in questa orrenda e disagiata stagione del 2013. Un Ep bello, per cuori forti, i deboli ne potrebbero morire di gioia all'istante, pieno di riferimenti, come detto, evidentissimi, ma trattati con assoluta personalità e perizia.
Una bicicletta, la maglietta dei R.E.M. e il sole. Come nella primavera del 1994.
"Lucky Sail", il primo EP dei The Ciurmas
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I *The Ciurmas *sono un quartetto di Fano con le idee chiare a una passione
innata per il Rock 'n' Roll, che si traveste di contorni (Voo-Doo) Blues,
Tex-...