lunedì 22 dicembre 2014

Babel - Resta un pizzico di delusione nella delusione (Recensione)

Repetita iuvant. Togliamo pure il "sed secant", per l'occasione. Il rock non è morto, signori miei, togliamocelo
dalla testa una volta per tutte. Non ricordo celebrazioni di nessunissima sorta, nè tantomeno messe di requiem. Avrei
presenziato.

"Resta un pizzico di delusione nella delusione" è un disco rock che più rock non si può. E' addirittura palese la voglia
di contribuire alla sua evoluzione, rivisitandolo ed arricchendolo con episodi ritmici sincopati, a volte molto intriganti, quasi inusuali considerando il contesto di applicazione
("In tre", "L'uomo migliore") e registri stilistici, vocali e chitarristici, estremamente variegati.
"La sorpresa" costituisce davvero la sorpresa dell'intero disco, riportandoci alla memoria i Rage Against The Machine più
vividi con un ritornello carico di adrenalina dall'incedere terrificante e dimostrandoci come la voce di Yuri La Cava sia molto più efficace nelle parti più rabbiose e sostenute piuttosto che in quelle
più soffici. Fa lo stesso la title track, solo con un approccio molto più diretto, molto più "metal". La già citata "L'uomo migliore", invece, arranca in un principio povero di verve per poi riprendersi
prepotentemente la scena grazie ad un finale di grande intensità, ai limiti dello screamo.
Desta rammarico, inoltre, la costruzione della tracklist che poteva e doveva essere articolata meglio. Tralasciando
"Giovane e bella" (tipico intermezzo spartiacque da metà disco, molto bella ma non al suo posto) il rimpianto maggiore
è quella fantastica tripletta di chiusura costituita da "D.", "Leuven" e "I soldi fanno la ricchezza" che
meglio condensa tutta la poetica del lavoro. Pezzi che farebbero impallidire i migliori Porcupine Tree
relegati semplicemente troppo in fondo. Linee vocali incisive come poche altre (eccezion fatta per la seconda, una splendida cavalcata strumentale, lenta al punto giusto) sorrette da chitarre che pascolano
indisturbate in tutto l'universo rock, dallo space più limpido fino al duro e granitico hard.

Resta un pizzico di delusione nella freschezza di un lavoro che inietta nuova linfa nel movimento underground italiano.
Teniamoli d'occhio.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Autoprodotto

lunedì 15 dicembre 2014

The Marigold - Kanaval (Recensione)

No, non siamo ad Haiti eppure la festa, il KANAVAL,  sembra essere già cominciato.

Il terzo e tanto atteso lavoro dei THE MARIGOLD viene presentato dopo due anni di pausa e arriva precisamente come se fosse il famoso “Carnevale”, quello in cui la parola d’ordine è fuga dalla vita quotidiana, notte il sinonimo.

Come sempre, i The Marigold si muovono benissimo tra ombre e atmosfere oniriche, le stesse che nei passati lavori hanno così bene rapito l’ascoltatore, da lasciarlo ora scivolare lentamente nella fruizione di questo album.

Nato dalla collaborazione di artisti quali Toshi Kasai, Amauri Cambuzat e Gioele Valenti, Kanaval lascia alle spalle quel viaggio introspettivo del penultimo lavoro e arriva finalmente a toccare l’apice della concretezza, non solo dei suoni che ormai hanno lasciato le venature del genere wave, ma soprattutto la concretezza dell’essere arrivati al punto finale di una sperimentazione che li ha condotti evidentemente là dove erano destinati a essere.
Un lavoro, un carnevale di emozioni, una “rivoluzione”: nove tracce che grazie alla fusione di post-rock, noise e un’inquietante reiterazione mantrica, danno la possibilità di vedere immagini, a cominciare da quella inquietante di copertina - disegnata dallo stesso Cambuzat (art work Kain Malcovich) -, di questo rito, il Kanaval appunto, a cui l’album è profondamente legato.
È così che, tra chitarre granitiche, voci distorte e la eco che continua a sparire tra batterie sempre ben dosate, l’ascoltatore si ritrova catapultato in strada, tra una folla di uomini ornati con maschere demoniache, corna di Belzebù, immerso in un’atmosfera che non gli sembrerà affatto terrena.

La sfilata parte con “Organ-Grinder”, traccia puramente strumentale, caratterizzata da ripetizioni di suoni che ci appaiono spezzati e stridenti, ma che hanno in sé una precisione cosi maniacale da delinearsi in una struttura definita e corale: un ossimoro di emozioni.

La seconda traccia “Magmantra”, così come la quarta “Sick Transit Gloria Mundi “ , danno all’album invece il tono della rivoluzione, grazie a un’esplosiva carica di post-rock, forse nuova al gruppo, ma che di sicuro gli calza alla perfezione.
Si fa comunque presto a tornare al buio della strada, tra il caos della folla, con un’insinuante ma sempre poco invasiva voce, quasi un mantra che pare seguirti,  riconoscerti in mezzo a mille volti. Ed è solo in tracce come “So Say We All” e “Disturbed” che essa si fa chiara e distinta, forse per lasciare un messaggio criptato al resto dell’album.


Di sicuro si può dire che questo album trasuda passione nel trasmettere, attraverso musica, suoni, rumori e versi, un senso di inquietudine che pochi sono riusciti a fare.
Riassunto di tutto ciò sono le due ultime tracce, o meglio l’ultima “Demon Leech”, dove una cavernosa, intima e demoniaca voce riesce a sintetizzare alla perfezione l’intero concetto:  un album che vi succhierà l’anima, che riuscirà a portarvi lì dove non siete ancora stati, in un sereno ma pur sempre infernale stato mentale.
  
Tracce che mettono i brividi, che fanno rivivere uno spettacolo ormai non più esistente, ma che grazie alla loro caratteristiche saremo in grado di rivivere alla perfezione. E se poi voleste un’esperienza davvero  unica, spegnete la luce, fatevi cullare da questa musica per la notte e chiudete gli occhi.
No, non sarete più soli.

Voto: ◆◆◆◆◆
Labels: (DeAmbula Records, Hyphen Records, Riff Records, Icore Prod.)


giovedì 4 dicembre 2014

Asino - Muffa (Recensione)

Dopo un primo Ep, Crudo, uscito nel 2012 (leggi la nostra recensione qui), il duo Asino decide che squadra che vince non si cambia e fa uscire con la stessa formula questo Muffa: 7 brani e una ventina abbondante di minuti di ascolto per una formazione atipica sia nel modo in cui è composta (chitarra e batteria) sia nelle sonorità.
Sarebbe troppo semplice infatti liquidarli come un altro gruppo emocore, come ne escono a bizzeffe negli ultimi anni, dopo aver ascoltato l'energica traccia d'apertura “Preistoria”: Giacomo (voce e batteria) e Orsomaria (voce e chitarra) infatti spiazzano fin da subito, virando in territori punk lo-fi con “La Grande Nave”, brano deboluccio che però comincia ad ingranare quando l'intensità cala ed inizia una lenta risalita scandita dal commento di Giampiero Galeazzi ad una delle imprese canoistiche italiane...un connubio certamente originale e quantomai azzeccato.
Il proseguio non è meno bizzarro: “Schiaphpho” è una scheggia hardcore distortissima e potente come poche, “Asino Da Balera” nella sua velocità e bizzarria sonora lascia pensare ad insospettabili parentele sonore con gli Zeus!, “Casa Mia E' Tranquilla” (in cui per non farsi mancare nulla buttano nel calderone pure il suono del messaggio in arrivo di messenger) ed “Autostrade” alternano momenti di esplosione distorta caotici ed imprevedibili a (rare) oasi di tranquillità. Tutto questo prima di concludere, in maniera ancora una volta spiazzante, col discorso finale del grande dittatore di Chaplin musicato con tatto e gusto in “...”, brano tranquillo fino ad all'immancabile esplosione distorta che forse avrebbe avuto più valore messa direttamente sull'applauso estatico del pubblico: un peccato veniale perdonabile di fronte ad un'idea da applausi.
Gli Asino modificano incessantemente i propri orizzonti sonori in poco più di venti minuti, tanto dal punto di vista della scrittura dei brani quanto da quello delle sonorità stesse (“La Grande Nave” e “Asino Da Balera” sembrano quasi suonate da un gruppo diverso tanto staccano dal resto dell'ep). Un'anarchia musicale con cui è difficile scendere a patti ma venata da genialate che vanno al di là degli estratti sonori utilizzati: chissà se in futuro stabilizzeranno le proprie coordinate o continueranno ad andare dove li porta la corrente, il rischio è di rimanere una creatura incompiuta ma volete mettere il divertimento?

Voto: ◆◆◆
Label: fromSCRATCH




lunedì 1 dicembre 2014

Damien Rice - My Favourite Faded Fantasy (Recensione)

Prima di avvicinarsi all’ascolto di questo My Favourite Faded Fantasy bisognerebbe pensare che da 9 non siano passati 8 anni ma 8 mesi e dimenticare le versioni live solo voce e chitarra; poi magari far finta che sia il suo primo album e che O e 9 non siano mai esistiti.
Forse…
Damien ci ha fatto sognare, soffrire, piangere, sorridere, ci ha regalato momenti intensi anche, e soprattutto, solo armato di una chitarra (la sua, quella vecchia, scassata) o con un pianoforte/tastiera.
Tra l’uscita di 9 ed oggi non solo non ha inciso (quasi) nulla ma ha anche lesinato le apparizioni in concerto, con 2 veri tour (2007 e 2012), un mini tour da poco passato anche in Italia e qualche sporadica apparizione qua e là ed in alcuni festival intorno al mondo.
Avrà avuto tanto tempo per riflettere, un po’ come facciamo tutti noi quando siamo in un momento di transizione, sulla propria vita, i propri errori, gli amori finiti e quelli che (forse) non sono mai cominciati…
Comunque di canzoni ne ha scritte in questo frattempo.
Basta andare su un sito dei suoi fans per trovare una sfilza di canzoni eseguite, magari solo una volta, dal vivo e poi messe da parte.
Eppure ora se ne esce con solamente 8 di queste!
Vabbè vabbè non è la quantità che conta, giusto?
E allora vediamo da più vicino questo feticcio sonoro, feticcio sia perché atteso lungamente sia perché, effettivamente, la versione superlusso, disponibile in prevendita sul suo sito ufficiale e che è nel frattempo sold out, è veramente bella, soprattutto la confezione del CD fatta di legno (riciclato).
Un concept sia nella parte prettamente musicale che nei testi.
Il filo musicale che lega le canzoni, che sarebbero potute essere scarne, essenziali, intimiste, chitarra/piano e voce, è la presenza di arrangiamenti orchestrali.
E allora ci ritroviamo composizioni inaspettatamente prolungate da parti orchestrali che sembrano uscite dalla bacchetta di Luis Bacalov (It Takes A Lot To Know A Man) o scritte mentre “zompettava nelle pozzanghere” islandesi (la splendida Long Long Way che chiude l’album, con un inizio che va dalle parti di Cold Water o, meglio, Sleep Don’t Weep) oppure che le rendono gioiose (la corale Trusty & True) o ancor più drammatiche rispetto alla versione live (The Box)
E poi ci sono al title-track che ricorda la struttura di I Remember, il commovente valzerino di Colour Me In che ci farà versare le ennesime lacrime, cosa che faremo anche mentre ascoltiamo le poche note “sporcate” dagli archi discreti dell’apice dell’album nella confessione di The Greatest Bastard.
Resta I Don’t Want To Change You, la più debole dell’intero album, che avrebbe fatto la fortuna del miglior James Blunt
Il tema che lega i testi è il rimpianto delle occasioni perse, dell’amore che potrebbe essere stato e che non è e non sarà.
Il disco si apre con il falsetto della title track quasi a dire “questa parte l’avrebbe dovuta cantare qualcun’altra" ma lei, non c’è più...
"I know someone who could play the part but it wouldn’t be the same..."


Non ha avuto la pazienza di aspettare di conoscerlo, perché ci vuole tanto tempo per conoscere un uomo (e forse nemmeno lui ne ha avuta perché “ci vuole tanto per conoscere una donna”), come dice nella successiva I Takes A Lot To Know A Man.
"It takes a lot to know a man/ It takes a lot to understand/ The warrior, the sage/ The little boy enraged
It takes a lot to know a woman/ A lot to understand what’s humming/ The honey bee, the sting/ The little girl with wings"
Il momento dell’autocritica arriva subito dopo, quando si (le?) chiede se è il più grande bastardo (The Greatest Bastard entrerà di diritto tra le prime selezionate per un greatest…hits!).
"Am I the greatest bastard that you know/ The only one who let you go/ Or the one you hurt so much you cannot bare"


Lui, però, non vuole cambiare l’altra persona, i suoi pensieri, la sua mente in I Don’t Want To Change You
vuole solo implorarla di lasciarsi amare, ma, ahimè, ciò che resta sono solamente i propri sogni inutili… "Come let me love you/ Come let me take this through the end/ Of all these useless dreams of living/ All these useless dreams/ Of all these useless dreams of living" (Colour Me In).


Damien non si adatta a restare rinchiuso in una scatola, in cui si sente fuori luogo ("I have tried but I don’t fit/ Into this box I’m living with/ Well I could go wild/ but you might lock me up" -The Box).
In Trusty & True arriva la consapevolezza che non si può ritornare a ciò che è stato e che è passato
"Cause we can’t take back/ What is done, what is past/ So let us start from here"
 e, se si cade,  la via per risalire la china è molto molto lunga ("Long long way to the top/ Long way down if you fall/ It’s a long way back if you get lost" - Long Long Way)…
Grande (bastardo) di un Damien!
Ci ha fregato un’altra volta e non bisogna far finta che i suoi primi 2 dischi non siano mai esistiti, anzi tutt’altro perché la sua evoluzione musicale ci fa capire che è un grande che ci riserverà altre sorprese e soddisfazioni (per le nostre orecchie).
Speriamo solo che non faccia passare così tanti anni.
E se così fosse, ci ritroveremo da queste parti nel 2022…

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: Warner Music

venerdì 28 novembre 2014

La Fine - Scontento (Recensione)

Se ci fosse una strada più facile da intraprendere per esprimere le proprie sensazioni, arginare la monotonia del presente, gridare in faccia agli altri il proprio disagio irrequieto, senz'altro la musica è una delle vie percorribili. Lo sa bene La Fine, band che nell'arco di un solo anno solare è riuscita a confezionare un mix perfetto di emozioni e rabbia in "Scontento", disco d'esordio in uscita a dicembre.
 Un lavoro repentino ma ben fatto, che in poco più di un quarto d'ora racchiude la sintesi di alcune giovani vite incerte. E' proprio dalla mancanza di certezze che spesso l'arte partorisce i risultati più incredibili, trasformando rabbia in parole, suoni in immagini, vicissitudini intime e personali in un prodotto pensato per tutti. Dalle prime note violente di Precipizio e dalle sfuriate isteriche de La nostra vita fra mille morti emergono chiaramente i tratti distintivi di un post hardcore amalgamato in maniera saggia al noise e al postrock americano, frutto di una scelta che non esclude la duttilità di comporre testi di un'importanza rilevante. La disperata e malinconica Cemento ricopre il cuore di un miele amaro, prima di riportarci a sonorità più rudi con Il futuro è un tempo sbagliato e a quelle crudeli di Ilaria. L'apocalittica Verrà la fine è solo il preludio al potentissimo epilogo affidato a Perchè la gente nasce, un grido di odio e dolore nei confronti di un'umanità verso la quale non nutrire più un briciolo di fiducia. 

Il viaggio introspettivo intrapreso per conoscere se stessi, La Fine lo ha preparato nel migliore dei modi. Un esordio che viene dal profondo dello stomaco nauseato e deluso dalla precarietà dell'esistenza, dal susseguirsi di giorni instabili e grigi e dall'avvicendarsi di amori disperati e deludenti. Un lavoro essenzialmente autobiografico e dotato della giusta cattiveria che occorre per distruggere i piccoli palchi della penisola e per mostrare al pubblico i segnali di una catastrofe vissuta e annunciata. 

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Superdoggy Music

sabato 22 novembre 2014

YO SBRAITO - Abbiamo Tutti Perso (Recensione)

Per la grande guerra, il fuggitivo si fece coraggio. Cavia del tempo, si preparò ad affrontar l’inverno come cercatore di stelle, nell’estate col fumo nero dai camini: era il 24 VII 1914.
Ma ABBIAMO TUTTI PERSO.

Tu prova ad avere un mondo nel cuore e a gridarlo, non ci riesci mica.
Mi perdonerà Faber per la reinterpretazione,  ma era necessaria quanto appropriata per dare l’idea della piccola, grande impresa che questo disco di sole sei tracce rappresenta.
L’impresa sta nel gridare dignitosamente e senza invadenza alcuna, un vomito di emozioni e di immagini che storicamente hanno segnato tutti, e di cui quotidianamente ne portiamo il fardello.
Un flusso di coscienza breve ed intensissimo che si prolunga per meno di 10 minuti ma che scorre trascinando con sé tutto: ricordi, odori, percezioni, sangue, sogni, polvere, impronte.
Un flashback che perdura, un film in loop da guardare legati alla poltrona, tipo La Cura Ludovico, senza popcorn, ad audio altissimo.
Il risultato è che, una volta terminata la visione, coi titoli di coda, tra fuoco e ferite, si arriva all’amara conclusione, seppur sostenuta dalla speranza onirica da rispolverare: ABBIAMO TUTTI PERSO, siamo tutti macerie da ricostruire, cavie in gabbia con un cuore, che però, ancora batte. E si sente.
PUNK HARD-CORE, SBRAITO-CORE da Ancona, sincero.
C’è realismo in questo disco, e una drammaticità alla Brecht.

Il potere del DIY in un cofanetto che si presenta per altro benissimo, con l’artwork curato da Elzevira, una garanzia nel tratto e nell’impatto visivo, già appurata con l’edizione limitata in 7’’dell’Australian Tour 2010 by Un Quarto Morto (tanto per fare un esempio).  Impeccabile, opportuna, mai banale.

YO SBRAITO è tutto questo: quattro ragazzotti, a cui se ne aggiunge un quinto munito di basso, che raggiungono la maturità musicale in quattro anni (since 2010). E lo fanno camminando sulla sottile linea della storia, in bilico tra passato, presente e un futuro che richiede immensa forza, la stessa delle corde vocali di Davide, con estrema attenzione a non far altri passi nel vuoto sempre pronto ad improvvisarsi buco nero vorticoso.

Ascolto consigliatissimo, chè a legger un libro di storia non riuscireste a provar tante emozioni.

Lontanissimo dalla banalità è un disco interessante, non è leggero ma non appesantisce dopo il play.
La guerra lampo della vita, tra disillusione e rabbia di rivalsa, si combatte a SUON DI SUONI.



Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Blessedhands records

venerdì 21 novembre 2014

Gianluca Mondo - Petali (Recensione)

Benvenuti al saloon, signore e signori! Vi chiederei di lasciare le pistole all'entrata ma non abbiamo il pianista, quindi non c'è pericolo che gli spariate: la musica però ce l'abbiamo comunque, e che musica! Oggi abbiamo Gianluca Mondo e la sua band, col loro blues mutevole. Eh già, direte voi, perchè mutevole? E io sono qua a dirvelo, a preannunciarvi ciò a cui assisterete...ma senza rovinarvi le sorprese, se no che anfitrione sarei? Gianluca un po' parla e un po' canta, salmodia a ritmo serrato di gente con “l'anima con aghi, le spine dietro gli occhi” e si fa buchi nella carne al solo toccarsi, come se convivere con sé stessi fosse un po' “Il Dilemma Del Porcospino”, con l'agitarsi degli strumenti a seguirlo sempre più intensi ed ululanti...attenzione! Non sempre saranno così coesi e a volte, nelle atmosfere messicane create dalle trombe di “Crapshooter” o nelle “Rivelazioni” che vi giungeranno tramite rasoiate elettriche condite da immagini da pre-giudizio divino, di quelle che ti fanno pensare che “è arrivato per davvero il momento della lista dei dieci libri preferiti”...in questi momenti, dicevo, vi sembrerà quasi che Gianluca si chiuda in sé, che parli a sé stesso e non segua la corrente sonora. Potrà piacervi oppure no, come potrà non piacervi, io già so come andrà, se cercherà ad un certo punto di blandirvi e rilassarvi: come si può dopotutto parlare de “Lo Sbocciare Della Magnolia” se non con chitarra e voce solamente, al massimo un accompagnamento d'atmosfera in sottofondo, come si può cercare di “Dimenticare Gli Angeli” se non con gli stessi strumenti, forse con poca convinzione ma arrivando alla conclusione che “forse dimenticare gli angeli fa bene per un momento, ma bisogna sempre ricordare che ci hanno sollevato dal tormento”. Non preoccupatevi quindi di questa pausa, Gianluca cercherà di svegliarvi prima del finale cominciando ad illustrarvi con calma “Il Punto Del Cinghiale” prima di scatenare la passione violenta, parlando di “Labbra” che ti fanno confondere tanto da “far finta che quel corpo sia mio”, tanto da chiedersi “come fai ad indossare quelle labbra di serpente che allo specchio mi rendono attraente”, tutto solo per scaraventarvi nelle cupe atmosfere di nuove passioni che coinvolgono tanta gente, “Io, Te, Lei E Lui” ...ma non posso certo rivelarvi già il finale! Dovrete prima seguire le scarne e tetre “Istruzioni Per Lipe”, istruzioni strane che puzzano di frontiera e vi serviranno più per capire Gianluca che non a riceverne qualche consiglio, capire che “se muore in macchina al momento dello schianto devi risalire alla canzone che ascoltava al momento dello schianto”, perchè lui ha bisogno di “un giradischi a sollevar l'inferno per la strada al cimitero, andremo giù in dieci ma solo in nove tornerete per davvero”. Dovrete ascoltare storie surreali di “Petali”, “petali che piangevano stando dalla parte del fiore”, protagonisti di una guerra che non avreste immaginato mai narrata come fosse un reading su cupe lacerazioni sonore ed un'angelica e salvifica voce femminile...e forse lungo il viaggio vi prenderete anche il “Valentina Blues”, perchè è impossibile non innamorarsene fra un bicchiere e l'altro, bicchiere che leverete al suono delle trombe sapendo che “c'è chi alza una mano e dice basta e c'è chi si prende il Valentina blues”: se ve lo prenderete Gianluca cercherà di levarvelo a furia di schiaffi sonori, col blues più scatenato che possa far aleggiare nell'aria come “Nebbia Fra Gli Scacchi”.
Ma vi ho già detto troppo...questo sarà un grande viaggio sonoro amici ed amiche, e se anche ve ne rimarrà solo qualche frammento sarà valsa la pena di percorrerlo. Io sono un imbonitore, posso forse dirne qualcosa di male? Quindi sospendo il giudizio prima di venir meno al mio ruolo, e vi lascio a valutare da voi: andate qui sotto, e cominciate ad ascoltare...

Voto: ◆◆
Label: Contro Records

martedì 18 novembre 2014

Emiliano Mazzoni - Cosa Ti Sciupa (Recensione)

Nell'anno di grazia 2009 mi ritrovai con in mano un cd della madonna. Era Alcool Juke Box dei Comedi Club, un album che ricordava il folgorante esordio del Teatro Degli Orrori mettendoci più bizzarria sonora, fra testi allucinati e cantate a cappella. Adoravo quel gruppo, uno delle tante band rimaste chissà perchè incomprese nonostante anche dei successi mica da ridere (la vittoria di Rock Targato Italia tanto per dire). A che pro racconto tutto questo? Perchè, a distanza di 5 anni ed in maniera del tutto casuale, riesco attraverso questo Cosa Ti Sciupa a riavvicinarmi musicalmente al leader di quella band, il qui presente Emiliano Mazzoni.
Vorrei parlare di questo disco snocciolando con dimestichezza rassomiglianze con questo o quel cantautore della tradizione italiana, perchè è questo il percorso artistico intrapreso dall'artista modenese già dal precedente Ballo Sul Posto, ma la verità è che a parte pochi fondamentali io della suddetta tradizione non so una beneamata minchia. Se un paragone volete al massimo ve lo posso trovare contemporaneo, ed è col poliedrico ex Mariposa Alessandro Fiori, con cui condivide un gusto eccentrico che emerge soprattutto nelle allegre disavventure amorose di “Non Lasciarmi Qui” e nell'ironico ed allo stesso tempo struggente racconto, quasi esclusivamente accompagnato dal piano, di una storia che, fra colazioni a letto con merendine di merda ed ammissioni di inutilità, porta alla consapevolezza che quanto di tenero poteva esserci in un rapporto se ne è volato via: e allora, come dice il titolo, “Ciao Tenerezza”.
Il piano è il grande protagonista di tutto l'album, quasi in solitaria nei pezzi più intensi e malinconici ed accompagnato invece da un ensemble di strumenti che fanno aleggiare una patina leggermente rock negli altri, insieme ad una voce magnetica piena di personalità. L'inizio, subito dopo la splendida “Canzone Di Bellezza” che vi invito caldamente ad ascoltare qua sotto (ed in cui appare, fra i vari ospiti, l'ex sodale nei Comedi Club Mirko Zanni), ci mette in realtà un po' a carburare: “Ma Perchè Te Ne Vai” soffre per un andazzo con pochi soprassalti che la voce riesce solo in parte a rivalutare, la notturna “Diva” è forse l'unico pezzo dove è proprio la voce a difettare per troppa forzata estrosità (unitamente ad un testo poco convincente) e le fosche tinte di “Un'Altra Fuga” convincono solo a tratti. Peccati veniali da lì in avanti accantonati grazie a perle come “Ragazza Aria”, vera e propria poesia in musica (e come si può dire altrimenti di un testo che recita ad un certo punto “Guardando le mia braccia compresi, i polsi e le mani non bastano per strapparla dall'aria e stringerla a me/ con rapidi calcoli scopro che sono più simile a un sasso che a te”) vocalmente recitata alla perfezione ed avvalorata da un arrangiamento che, lasciando spazio aperto al piano per la maggior parte del tempo, fa saltar fuori gli altri strumenti al momento giusto, compresa l'armonica che dona intensità alle note finali. Non certo il solo pezzo degno di menzione: la malinconia ammanta un finale esclusivamente pianistico con la struggente ed illusoria speranza di “Tornerà La Felicità” e la tristezza della guerra e di ciò che toglie dell'intensa “Non Rivedrò Più Nessuno”, venature da saloon si insinuano invece in “Hey Boy” (e, particolarmente grazie alla chitarra, anche nella meno efficace “Nell'Aria C'Era Un Forte Odore”), surreale favola priva di un lieto fine ma che consola comunque con le sue note e con la consapevolezza finale che “tutti quanti nelle sue avventure/ scacciavano con il coraggio le paure”.
Un disco pieno di pathos, vario nelle sue atmosfere ed efficace in ognuna di esse: Cosa Ti Sciupa forse non funziona come un perfetto meccanismo dall'inizio alla fine ma di questa discontinuità ne fa un pregio ed un vanto, raggiungendo momenti di rara intensità in più punti e graziato da testi perlopiù di altissimo livello. Fa piacere vedere Emiliano Mazzoni in così splendida forma, seppure in tutt'altra veste, perchè credevo in lui già 5 anni fa e questo album è la dimostrazione suonante che qualche volta c'azzecco anche io.

Voto: ◆◆
Label: Gutenberg Music


 
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