lunedì 11 aprile 2016

And So Your Life Is Ruined - Rivincite (Recensione)

A distanza di un anno e mezzo circa dal loro omonimo disco d'esordio tornano gli And so your life is ruined. In molti si ricorderanno ancora la rabbia e la malinconia nascoste dietro l'imponenza di Febbraio e le parole veloci di Berlino. In Rivincite tutto si risolve in un'opera di approfondimento e levigatura, a partire innanzitutto da una maggiore attenzione alla post-produzione e non soltanto agli arrangiamenti.

Senza citare stupidi cliché, i quattro romagnoli riescono bene nel gran passo del secondo album che è figlio di un processo sostanzialmente uguale al precedente, ma diverso nelle premesse. Le migliori chitarre del 2014 dimostrano di non avere alcuna intenzione di snaturare le già collaudate aperture melodiche, ovvero il marchio di fabbrica di ASYLIR. Inoltre la gamma dinamica delle varie sfumature rimane ampia, con la coppia di testa Kirè!-Gallerie che fa già capire come siano riusciti a creare un suono tutto loro; la prima è un wall of sound improvviso ed efficace, mentre la seconda splende negli arpeggi. Infatti dopo arriva Eskimo che fa un bel sunto generale già alla terza traccia, con una bellissima progressione armonica mandata inizialmente in loop che poi esplode nel finale.

La componente math è un'altra parte fondamentale di Rivincite: Edera si arrampica in una marea di direzioni che formano una struttura precisa solo nel ritornello che riappare improvvisamente in coda (il passato che ritorna). Il colpo sentito in tutto il mondo è invece un coraggioso tentativo di distillazione pop che smorza nettamente il tutto con la sua dolcezza, una sorta di esperimento melodico che sa di cantautorato indie. Presa di rifugio riprende subito il concetto e lo sviluppa fino a sfiorare Transatlanticism. L'insieme di tutte le cose chiude con un'atmosfera estremamente malinconica che tuttavia tocca il suo punto di massima intensità nel brano Le luci all'ultimo piano.

Nel complesso Rivincite risulta un lavoro molto articolato, frutto di una creatività che si avverte viva e pulsante. Chiudendo gli occhi davanti a qualche piccolo passaggio a vuoto si può dire che siamo di fronte ad un importante segno di crescita che forse sarebbe stato ancor più marcato, evidente e brillante se si fosse investito ulteriormente sulla cifra qualitativa e non su quella quantitativa. Un disco dovrebbe essere il riassunto di un percorso e di un background in continua evoluzione: la capacità di sintesi può indubbiamente migliorare. In attesa di una nuova primavera.

Free download qui.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: V4V/Screamore



martedì 5 aprile 2016

Le Scimmie - Colostrum (Recensione)

Sono passati anni da quando mi è capitato in mano il primo ep de Le Scimmie, L’origine, quasi dieci per l’esattezza. Copertina disegnata a mano, disco masterizzato con la marca del cd-rom cancellata col pennarello nero, cartella stampa breve, concisa ma che non diceva niente, quell’ep sembrava quasi chiedere “non recensirmi”, ed io proprio da quelle cose mi faccio ingolosire...ma il problema non era l’estetica, erano proprio i pezzi: registrati male e con poche idee, ancora adesso quel disco è nella mia collezione come uno dei più brutti che mi sia capitato di ascoltare. Non dico questo per chissà quale spirito di rivalsa verso questa band di Vasto che ha avuto negli anni come elemento cardine Angelo “Xunah” Mirolli alla chitarra, quanto per enfatizzare l’incredibile evoluzione sonora che li ha portati da quell’ep al piacevole Dromomania (col quale si sono girati anche l’est Europa in tour) e, dopo 5 anni di silenzio, a questo Colostrum, un mostro sonoro di doom psichedelico fatto egregiamente.
Colostrum è anche il nome della traccia d’apertura, introdotta pacatamente dai synth per poi cominciare a bombardare con un riff granitico e compatto, di quelli che potrebbero durare ore e ti sembrerebbero secondi...ma non basta, perché Angelo, Simone (effettistica) e Gianni (batteria) si prendono il rischio di fermare la giostra sul più bello, introdurre una pausa che rischia di far saltare il banco e riprendere da dove avevano lasciato con qualche variazione sempre più accentuata, riuscendo a non rompere il giocattolo ed anzi a fargli il fiocco e porgerlo come gradito regalo, un regalo fatto di distorsioni possenti come quelle che imperversano nel potentissimo finale. Poi, per chiudere, spazio nuovamente al synth, che per tutti i quindici minuti di durata se ne sono stati lì in sottofondo ad aiutare in maniera preziosa le bordate di chitarra e batteria. Con un’inizio così si può volere di più?
Le Scimmie comunque ce lo danno il di più, a partire dalla seguente Crotalus Horridus, che non perde niente della potenza della traccia precedente ma la comprime in un minor spazio sonoro (neanche cinque minuti) e in una ritmica più serrata, più stoner che doom non fosse per quei suoni roboanti che riescono a tirar fuori, sonorità che gli Ufomammut loderebbero quanto il finale rallentato al massimo, perla anche questa di un pezzo convincente. I padrini della scena doom psichedelica italica sarebbero orgogliosi, e forse anche un po’ invidiosi, di Triticum, che dopo un inizio lasciato ancora al solo synth parte con un riff massiccio su cui una batteria tribale disegna a tratti le sue rullate, per poi esplodere a metà brano in un’ariosa apertura in cui l’effettistica mitiga con levità le sonorità lente ed oscure di chitarra e batteria ed accompagna, dopo un graduale abbandono degli strumenti, ad un onirico finale.
La calma placida evocata in conclusione della traccia precedente viene violata pesantemente da Helleborus, traccia conclusiva del disco che cerca di replicare efficacemente quanto fatto con la traccia d’apertura, pur nella metà del tempo. Stavolta il trucco riesce meno bene però, perché la ritmica più esasperata della traccia (meravigliosamente accompagnata da synth che sembrano imitare sirene d’allarme) si sposa meno efficacemente con la lunga parentesi psichedelica, e neppure il monolitico finale toglie quel senso d’insoddisfazione che deriva dall’essersi trovati a tanto così dalla perfezione e non averla raggiunta. Perché qui io faccio apposta a cercare il pelo nell’uovo, ma che il trio di Vasto abbia sfornato un album incredibile dovrebbe essere chiaro dalle mie parole anche ai ciechi, e senza bisogno di scrittura braille, tipo che metti le mani sullo schermo del computer e già percepisci un “oh la madonna!” che neanche Pozzetto ai (suoi) bei tempi.
Sarò breve e stringato, perché quel che si doveva dire lo si è detto: ottimo album, ad un pelo dal voto massimo, uno di quei dischi che ti fanno credere ancora di più nella musica e mi dimostrano, ancora una volta, che nella vita bisogna dare una seconda possibilità a tutti. Tipo a quei gruppi che esordiscono con un ep scrauso e quasi dieci anni dopo tirano le bombe a mano con gli strumenti.

Voto: ◆◆◆
Label: Red Sound Records



lunedì 21 marzo 2016

Zippo - After Us (Recensione)

L’ascolto di Low Song, prima traccia di After Us, mi ha riportato alla mente gli anni in cui scoprivo lo stoner e mi immaginavo il mondo diviso fra chi, all’interno del genere, seguiva la via desertica e granitica dei Kyuss e chi quella più tamarra ed influenzata dallo space rock dei Monster Magnet. La canzone in questione mi ha ricordato i secondi, ma se gli anni intercorsi mi hanno insegnato qualcosa è che in realtà ci sono talmente tante tonalità di grigio fra i due numi tutelari elencati sopra che ci si potrebbe riempire un libro. Ed andando avanti nell’ascolto di questo quarto album della band abruzzese mi accorgo che la prima impressione è decisamente sbagliata.
Basta l’oscurità che regna nella seguente title track infatti a far capire che Wyndorf e soci non sono per niente l’influenza preponderante all’interno di queste otto tracce, tant’è che qui e nella seguente Comatose spuntano fuori addirittura gli ultimi Alice In Chains (quelli con Layne Staley s’intende), soprattutto nelle melodie vocali. Che dire poi della chitarra placida che blandisce nelle strofe di Summer Black, strano esperimento che sa di post punk almeno fino a che non si sfogano le distorsioni nei granitici ritornelli? Un gran bene sicuramente, ma nulla di quanto detto finora prepara ai momenti più lisergici.
Familiar Roads e Stage 6, questi i due momenti del disco in cui il viaggio si fa più piacevole per chi ama i paesaggi musicali particolarmente ariosi. Calma e placida fin quasi a metà, la prima delle due sfodera a quel punto un andamento doom inaspettato che accompagna l’ascoltatore fino alla fine e che, come negli episodi migliori del genere, la fa rimanere uguale a sé stessa senza per questo stufare. La seconda, più oscura nel suo incedere, si fa forte di una chitarra acida che nei ritornelli è perfetto contraltare del basso cavernoso ma soffre fin troppo di una struttura ripetitiva, “riabilitata” da un finale potente come pochi. A fronte di tanta varietà Adrift (Yet Alive) rischia di passare per episodio minore, con la sua energica e breve rincorsa, ma resta un gran bel sentire e dimostra una volta di più la validità del muro sonoro creato dalla band.
Se l’inizio era assimilabile ai Monster Magnet a rinsaldare quella dicotomia espressa all’inizio è la conclusiva The Leftovers: qui l’atmosfera si fa pregna dei desertici paesaggi del Joshua Tree, ma lungi dal’essere una semplice scopiazzatura delle atmosfere create da Homme, Garcia e soci la canzone ha un’anima propria in cui la reiterazione degli stessi accordi fino all’esaltante finale non si accompagna minimamente alla parola noia, esaltata anche dall’idea assolutamente azzeccata di inserire il sax qua e là...e ok che io per i fiati associati alle distorsioni ho una predilezione, ma quando sono inseriti bene non si può non farlo notare.
Non conosco il resto della produzione degli Zippo ma di sicuro After Us ha avuto il potere di incuriosirmi al riguardo. E’ bello vedere che lo stoner continua ad essere un genere che vive e non solo sopravvive, forte di opere come questa che riescono a dare una continuità senza limitarsi al ricalcare le orme passate...orme impresse nella sabbia del deserto, ovviamente.

Voto: ◆◆◆
Label: Apocalyptic Witchcraft

giovedì 17 marzo 2016

Milf - God Save the Teen (Recensione)

Difficile prevedere le mosse dei Milf di Pescara che dopo qualche anno di silenzio tornano sulle scene presentandoci God Save The Teen. La novità sta nella scelta di servirsi di una voce, il duo sfrutta l'occasione applicandola a brani validi e studiati nel dettaglio. Anche a livello compositivo troviamo davvero tanti elementi, dalle battute in tempi dispari alla ricerca delle armonie e non solo. Il tutto appesantito da una vena hardcore inserita con gusto e nel momento adatto. Parliamo solo di uno dei tanti aspetti del sound della band che dimostra un'estrema versatilità. Rio, samba, orgy o  Porn Flakes, sembra quasi di vagare tra mondi paralleli o di trovarsi inspiegabilmente in un "videogioco porno intergalattico" dove è la band a decidere la rotta.
Ci sorprende Lei tira il cordone del frate, difficile fermarsi al primo ascolto e definirne le sonorità, questo per la velocità con cui si presentano all'ascoltatore. Il tutto accade in lasso di tempo brevissimo, difficile incontrare un brano più lungo di tre minuti. Caratteristica che non dispiace e che in realtà favorisce l'ascolto di un lavoro complesso e a volte inafferrabile.
Ninna nanna per satana è una delle tante chicche meritevoli di attenzione, la versione macabra del celebre brano intrisa di quella schizofrenia che pervade l'intero lavoro in studio. Un disco originale e molto ricercato, studiato non solo per un "orecchio raffinato" ma anche per chi è stufo di sentire la solita solfa che riempie i locali e i siti di streaming: ascoltate God save the teen.

Voto: ◆◆◆
Label: Grammofono alla nitro



martedì 15 marzo 2016

Blackwood - As the world rots away (Recensione)

Quando qualche giorno fa Eraldo Bernocchi disse che in questo periodo della sua carriera artistica si sarebbe dedicato a musica più "diretta", alludeva anche a quella creata con lo pseudonimo Blackwood, un nuovo progetto (a cui, in sede live, collabora il batterista jazz Jacopo Pierazzuoli) che recupera quella poetica primoindustriale che non si preoccupa di mettere in comunicazione tra loro diversi generi musicali, al fine di creare un prodotto interessante, e As the world rots away lo è sicuramente.

La più grande dote di quest'ultimo lavoro di Bernocchi è il suo approccio fortemente punk, che lo fa suonare, appunto, "diretto", rendendolo facilmente assimilabile dall'ascoltatore, nonostante il genere non sia sicuramente tra i più semplici. In As the world rots away, Bernocchi fa dialogare insieme pesantissimi riff doom (che costituiscono i motivi portanti della maggior parte dei sei brani), atmosfere sinistre, crude percussioni industriali e samples assortiti, ma se proprio si dovesse evidenziare il punto più alto dell'album, senza dubbio questo sarebbe Sodom by the sea per il modo in cui il Nostro usa il silenzio, ponendolo in comunicazione diretta con la cacofonia tipica della power electronics, recuperando la lezione di John Cage. Questo brano sembra volerci dire che, in un grande album, spesso sono i dettagli a fare la differenza, ma quel che fa la differenza in questo caso è anche il modo in cui brani duri come macigni suonino easy listening se ben pensati, ed è questo il caso dell'opener Breaking God' spine.

In questo brano, il durissimo e minimalista riff di chitarra rappresenta il perno attorno al quale ruota tutto il brano, un riff semplice, concettualmente punk. La struttura è semplice: il riff regge il brano in un pesantissimo mid tempo (pesantezza esasperata dall'accordatura bassissima della chitarra) e il sampling ne acutizza la violenza. Successivamente, il brano si apre a percussioni industriali che sembrano provenire dalle picconate di minatori nel pieno del loro lavoro, il cui suono percussivo ci mette addosso una enorme sensazione di disagio, per poi riprendere il riff iniziale fino ad una conclusione particolarmente noise e cacofonica. Qui tutto torna come se fosse una sorta di brano rock che dialoga con il post-industrial, ma tutti i suoni sembrano particolarmente realistici, merito di una produzione volutamente essenziale e ruvida, e quel che rimane in testa è la gestione del tempo musicale da parte di Bernocchi: ogni riff di chitarra, così come il flusso cacofonico, viene lasciato libero di fluire fino alla sua estinzione. In questo senso, il suono è "vivo", non manipolato, o almeno ci appare tale.

In Santissima muerte da un lato ritroviamo le distorsioni di chitarra già ascoltate nel brano precedente, ma ci troviamo qui all'ascolto di un brano meno inquadrato all'interno di un ritmo definito. L'atmosfera, oltre ad essere annichilente, qui presenta anche dei connotati sinistri anche grazie all'utilizzo di certi particolari suoni, e il drumming minimalista e ruvido fa il resto.

La già citata Sodom by the sea, oltre all'utilizzo molto intelligente del silenzio, è un momento più atmosferico, in cui la componente noise ruggisce come un leone, in un fluire che la distorce e la contorce. Putridarium è un titolo eloquente per descrivere un altro brano il cui scopo non è certo quello di far sorridere: qui troviamo arpeggi decadenti in apertura, il solito pesantissimo riff doom attorno al quale ruota il brano, atmosfera dark ambient ( del resto, presente in tutti i brani dell'album) e, addirittura, un sample di lontana derivazione techno che accompagna i battiti della lenta e pesante sorta di marcia funebre qui in esame.

Anche la successiva Vulture si trascina lentamente come un enorme macigno, appesantita dall'ennesimo riff minimalista di matrice doom e da suoni angoscianti e decadenti. Una ennesima marcia disperata. Sembra di ascoltare, nello stile chitarristico di Bernocchi, una versione particolarmente lenta e pesante di certi rallentamenti death metal made in Tampa portati all'estremo (si pensi ai primi Obituary).

La chiusura viene affidata al dark ambient di Unrecoverable mistakes. Qui le chitarre sembrano parzialmente addolcirsi, poste in secondo piano rispetto ad un paesaggio ambient che, per la prima volta, sembra presentare dei toni non così cupi, quasi lontanamente speranzosi. Una piccola luce in fondo al tunnel.

As the world rots away è un lavoro ben superiore alla media del genere sia per quanto riguarda la bontà delle composizioni che, soprattutto, per via di dettagli apparentemente irrilevanti ma che lo differenziano positivamente rispetto a certe formule di genere standardizzate. Blackwood è, da un lato, la riprova di una enorme esperienza e conoscenza dei propri mezzi, e dall'altro la dimostrazione che Bernocchi ha ancora idee da vendere.


Voto: ◆◆◆◆◇
Label: Subsound Records

lunedì 14 marzo 2016

Giorgio Canali & Rossofuoco - Perle Per Porci (Recensione)

"Nel corso degli ormai tanti anni passati a cercare di vivere di musica, mi è capitato di imbattermi talvolta in realtà musicali che avrebbero meritato una ribalta che non hanno mai avuto e in canzoni altrui che invidiavo, all'epoca presentate ad una audience troppo spesso distratta, canzoni che avrei voluto aver scritto io."
Un ritorno attesissimo quello di Giorgio Canali in compagnia dei Rossofuoco, in occasione dell'uscita di Perle per porci, un'antologia di brani selezionati e arrangiati dall'artista emiliano. Nulla da dire dinanzi certe meraviglie, partiamo col citare Un giorno come tanti dei romani Mary in June e ci pensa Canali ad applicare la giusta dose di grinta, Canzone dada invece potremmo considerarla come la perla più preziosa, un omaggio al New-Wave veneto di inizio '80 dei Plasticos e forse la traccia più ricercata. Storie di ieri di Francesco De Gregori è l'ennesimo brano "rubato" per usucapione e noto anche a chi ha avuto l'occasione di poter assistere ad una sua esibizione da solista. L' incommensurabile esperienza  in svariati anni di carriera pesano come macigni ma non riescono a schiacciare le liriche crude e dalla digestione lenta. F-104, brano di Eugenio Finardi tratto da Finardi dell'81, in una versione decisamente più moderna e movimentata. Interessante l'evoluzione del disco che si avvicina molto alla resa live, il valore aggiunto ad un cantautorato che tende al punk e dotato di un forte potere comunicativo. L'unica intrusa è Luna Viola tratta da Generazioni, omaggio del 2011 al Santo Niente e quindi brano già edito ma che si sposa benissimo con il resto chiudendo in bellezza un disco all'altezza delle aspettative e straordinariamente coinvolgente.

Voto: ◆◆◆
Label: Woodworm


 
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