lunedì 29 giugno 2015

Gouton Rouge - Giungla (Recensione)

Le prime certezze che abbiamo, come sempre al primo ascolto, sono il nome dell’artista e il titolo dell’album: Gouton Rouge e Giungla.

Proprio loro, gli ormai cresciuti gioiellini che in collaborazione con Lafine - anche se a distanza di un anno ancora legati alla V4V -, ci conducono in un luogo intricato, confuso, in una giungla di tormentate sensazioni, dove oscillare tra veglia e sonno sembra essere un imperativo. Questo difficile, ma pur dolce movimento, seguendo la logica deduzione della nostalgia che cresce inevitabile in ognuno, invita ad abbandonarci a tormenti, alle più profonde paure, a entrare insomma in una zona fitta, buia, in quel periodo ormai finito da cui non si può far altro che prendere il “meglio”, per potersene poi liberare.

Testi che iniziano in un passato neanche troppo remoto, spezzato quasi sempre da qualcosa che si cela dietro l’amore, ma che forse amore non è; testi che, dopo essersi impregnati di pura passione, terminano in un presente dove c’è la sola possibilità di essere investiti dal “godimento” della liberazione di certe emozioni, in alcuni casi (i migliori) di talune persone.

Un passaggio, quello dal passato al futuro, dal sonno alla veglia, dalla nostalgia alla voglia di rinascere, è possibile intuirlo non solo dai testi ma anche dalla copertina che racconta la metamorfosi del serpente, emblema di riflessione e prudenza, in tigre coraggiosa e feroce, capace di portarsi vittoriosa alla zona del riscatto.

E proprio lungo l’ingarbugliato corpo del serpente si snodano nove silenziose urla, con il brioso guizzo che caratterizza la voce di Francesco, accordata su suoni che vanno dallo shoegaze alla new wave, senza dimenticare la giusta carica di power pop, il tutto spalleggiato da cori che ci danno l’impressione di essere sotto un palco, pronti a dare il via a un live.

Un live che i Gouton Rouge hanno intenzione di condividere con gli ospiti di Giungla, i loro compagni di safari Raniero Federico Neri (Albedo), Riccardo Montanari (Belize), Edoardo Frasso (Brenneke) e Luca Galizia (Morto), tra i tanti.

Viene dunque naturale parlare di un album molto ricco, florido, non solo musicale ma anche umano.
Però la Jangla, quella desertica dalle origini Hindi, intima di queste storie, si rivelerà da “Hasselhoff ” a “Gabbiano”, fino alla più carnale “Demoni nel sonno”, preghiera a non modificare nulla di quell’attimo, a non svegliarsi, a costo di essere uguale e contrario al carnefice, magari lo stesso che in “Demoni del giorno” diventerà solo ombra.

Ma riconosciamo altre costanti, altre importanti certezze in questo secondo lavoro dei quattro milanesi: la tangibile gioia con la quale riescono a raccontarci qualcosa che potrebbe apparire triste e la grinta di ogni accordo che già immaginiamo venir fuori da una strepitosa “Giungla” sul palco.

Un album che si fa descrizione minuziosa di quanto può accadere quando hai musica dentro e sai che non ti serve altro per affrontare la vita. Ascolteremo qualcosa che spaventerà per quanto riuscirà a scorrerci fluido nelle vene, a riempirci e svuotarci l’anima.

A ogni ascolto, in “Ogni domani”, “ per un istante ci dimentichiamo, di certezze non ne abbiamo.

Scarica gratis l'album qui.

Voto : ◆◆◆◆◇
Label : V4V Records - Lafine


giovedì 11 giugno 2015

Hey saturday sun - VHS (Recensione)

Quale migliore occasione se non un giorno importante nella storia della cinematografia fantasy anni '80, il 9 giugno 2015, diventato celebre grazie a Ritorno al futuro, per ascoltare un album italiano pesantemente influenzato da suoni e atmosfere che ormai risalgono a trent'anni fa? Il nostalgico progetto Hey saturday sun, con VHS, ci fa viaggiare indietro nel tempo in un'epoca in cui la musica elettronica non aveva ancora pienamente conosciuto gli sviluppi danceable che la influenzeranno pesantemente tra la seconda metà degli anni '80 e i primi anni '90, e ci fa soprattutto viaggiare con la fantasia in anni in cui il terzo millennio era un'utopia, un sogno e, allo stesso tempo, qualcosa da temere.

Sembra quasi di riavvolgere una vecchia videocassetta di qualche film cult di quegli anni, tanto certe atmosfere non appartengono più a noi ascoltatori dell'intelligenza in musica, quali quelle presenti in particolar modo nella seconda parte dell'album: un esempio su tutti è il divertissement Punks vs Supercops, ma anche i brani più dritti e cantati rimandano chiaramente alle colonne sonore di un tempo, grazie all'emulazione del suono analogico, che di recente è stato riscoperto e oggi non fa più notizia.

Dieci brani che potrebbero tranquillamente formare una ideale colonna sonora di quegli anni, in cui, però, e questo è plausibile, è presente una neppur così lontana contaminazione con la musica elettronica che ora va per la maggiore: nella opener c'è spazio infatti per aperture ambient in mid tempo che non sembrano poi così lontane da quanto svolto in ambito witch house. Ancor più radicale in tal senso è l'esempio di Trespasser will be shot, in cui il confine con il genere prodotto da acts come Mater Suspiria Vision e Modern Witch diviene sempre più labile e la gioiosa atmosfera anni '80 viene rimpiazzata da sonorità lente, cupe e vagamente apocalittiche.

Analog6 (feat. Terence) è un mid tempo che recupera addirittura alcune idee vocali di OhGr, presentando il lato più serrato e, a suo modo, destabilizzante del progetto, lasciando da parte l'alone positivo dei brani che gli seguono. Da Wise, passando poi per episodi come VHS heroes, si torna a volare su lidi veloci e prettamente cinematografici, debitori della cinematografia fantasy del decennio, così come della musica prodotta.

Al termine della cassetta non si può non riavvolgere il nastro e farlo ripartire, come si sarebbe fatto con una VHS d'altri tempi, così come non si può negare come il progetto italiano si sia abbondantemente staccato dal suono indie italiano per esplorare nuove strade, già battute ma pur sempre interessanti ed in linea con quello che sta accadendo oggi nella musica elettronica.

VHS non è solo un disco che rappresenta un omaggio ad un'altra epoca, ma è una testimonianza di come vecchio e nuovo possano sapientemente entrare in contatto e dare vita ad una formula personale. L'augurio per il progetto è di proseguire su questa strada, cercando di trovare un approccio il meno possibile derivativo. Questo album è, tutto sommato, un buon inizio.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Dreamingorilla records

sabato 23 maggio 2015

Culture Wars - Plans (Recensione)


Dopo tre anni di lunga attesa ritornano i Culture Wars con Plans, nuovo e entusiasmante album targato Fallo Dischi, LaFine, Macrostudio e Upton Records. Li abbiamo ascoltati per la prima volta nel 2010 con un piccolo EP e dopo due anni con il loro primo album, Poptimism (2012). I CW sono un hard-duo formato da Giovanni (batteria, voce) e Mirko (chitarra, voce) e vengono da Montoro (AV), terra di meravigliosi carciofi e cipolle ramate. Com'è noto, la vita di provincia non offre molte possibilità di intrattenimento, ma è proprio di solito nelle piccole città rurali che nascono e crescono le band più interessanti e genuine. C'è necessità di esprimere la monotonia della quotidianità, le sofferenze nate da rotture che lasciano il segno: questo è quello che si evince dai testi di Plans, che è un viaggio ben pianificato tra storie finite, fantasmi del passato che compaiono nei momenti più inaspettati, ragazzini scontenti che si sentono eternamente inadeguati, insicuri, incompresi, quasi anormali, trovando ugualmente il modo di andare avanti superando i limiti della provincia. Ad un primo ascolto si capisce che in tre anni sono cambiate molte cose, ma la genuinità è rimasta inalterata, cosa che è il tratto caratteristico della band. Ora la chitarra riesce a coprire molto di più l'assenza del basso, con tratti psichedelici sempre più accentuati, riff indimenticabili, semplici e belli come il punk. La batteria, come negli album precedenti, rimane al suo posto, segnando a ritmi regolari il tempo senza mai strafare. Insieme ai testi, il timbro scanzonato delle voci è un altro tratto marchiato Culture Wars.


Adesso l'unica cosa che resta da fare è andare ad ascoltarli e condividerli con tutti i nostalgici del teenage mess e dei lontani ricordi agrodolci. Forse dopo vi sentirete peggio, ma nel modo giusto, con Plans.

Scarica gratis l'album qui.  

Voto: ◆◆◆
Label: Fallo dischi, LaFine, Macrostudio, Upton Records.




giovedì 14 maggio 2015

Hot Complotto - s/t (Recensione)

A guardare le foto si potrebbero tranquillamente sbolognare gli Hot Complotto come un semplice gruppo punk, viste le pettinature aal'insù che sfoggiano due membri su tre (notevole la cresta del batterista). Poi scopri che il nome è un omaggio a quel Great Complotto di Pordenone che è stato il germe, negli anni 80, da cui sono nati poi gruppi come Prozac + e Tre Allegri Ragazzi Morti. Infine li ascolti, curioso, e hai la conferma che oltre all'immagine c'è di più in questo scatenato trio varesotto.
Non che manchi il punk, sia chiaro: la cifra stilistica degli undici brani che compongono questo omonimo album d'esordio è perlopiù quella, col ritmo che cala ben di rado e che in brani come il singolo Pezzi di te porta piacevolmente all'estremo il concetto (con qualche rallentamento che non fa che avvalorare le accelerazioni), ma le influenze che si palesano qua e là sono molteplici. Estreme ma azzeccatissime quelle pseudoelettroniche di Tecnofavole (e l'incipit iniziale è fatto da un basso a dir poco versatile), piacevoli quelle funky espresse in maniera evidente in Brutte abitudini ed in maniera più limitata in Passo alieno (l'episodio più scuro dell'album, con un ritornello dal ritmo spezzettato ottimamente congegnato), gli Hot Complotto si permettono anche di giocarsela col wah ispirato che fa capolino qua e là ne In un frammento. Anche nei brani in cui le influenze sono più circoscritte le cose non vanno affatto male visto che il ritmo dell'iniziale Se e di La tua ossessione (più scatenata nei ritornelli rispetto a strofe in cui il funk fa ancora capolino) sono coinvolgenti, trascinate anche dal cantato di John Complotto che riesce spesso durante il corso dell'album a mettere un qualcosa nelle linee vocali che lo porta molto al di là del compitino ben fatto. Tutto perfetto allora? Beh non proprio.
Il finale del disco infatti mette in luce alcune piccole sbavature, e se l'acustica Neve che lo chiude è comunque affascinante (anche grazie al violoncello), pur se troppo avulsa dal contesto generale, sono le derive più poppeggianti di Non voglio niente (notevole però l'intermezzo jazzistico) e soprattutto di Milano al buio a far storcere un po' il naso. Niente di clamoroso sia chiaro, ma l'impressione di aver voluto mettere troppa carne al fuoco rimane impressa una volta terminato l'ascolto.

Scatenati ma attenti agli arrangiamenti, vero fiore all'occhiello della produzione, gli Hot Complotto reggono ottimamente il gioco scivolando in parte solo nel finale. Dovendoli giudicare attraverso i freddi numeri mi trovo indeciso fra le tre e le quattro stelle, ma siccome sono uno scassapalle di natura mi riservo di dare quel mezzo punto che qui mancherà alla loro prossima opera discografica: le qualità per fare di meglio ci sono, magari amalgamando in maniera ancora più ottimale le varie influenze che in questo disco ogni tanto fanno smarrire l'orientamento. Ultimo appunto: non perdeteveli dal vivo perché ci sanno fare davvero.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: autoproduzione






giovedì 7 maggio 2015

Yakamoto Kotzuga - Usually nowhere (Recensione)

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Venezia: la città dei gondolieri, della Biennale di Arte Contemporanea, roccaforte del cinema e delle arti, è il luogo in cui un musicista elettronico di indubbio talento decide che i tempi siano maturi per uscire dalla cameretta, quel luogo sacro in cui la figura del musicista elettronico si era rifugiato per tanti anni. Forse ci si era fossilizzati troppo su quello che era successo in Inghilterra: si sa, ora le mete sono altre.

A dispetto del nome, il musicista in questione è, non ci si faccia ingannare dal monicker, Yakamoto Kotzuga, e l'album di cui vi parliamo è Usually nowhere, non un concept, non un disco di genere, ma un album di musica elettronica nel senso più ampio del termine.
Il musicista vive la medesima condizione di quelle persone che vedono la luce per la prima volta dopo tanti anni di oscurità: straniamento, spaesamento, voglia di sperimentare tutto quello che si tocca, senza catalogazioni di genere o seguire canali predefiniti. Questo spaesamento genera, appunto, straniamento profondo, ed è da qui che si può partire per analizzare Usually nowhere, dal titolo.

La musica qui contenuta è figlia del Surrealismo e immersa in una non-dimensione, il nessun luogo, forse la mente del musicista. Lasciare la propria accogliente casetta, come può essere quella dell'artwork, genera sempre risultati imprevisti, e così Yakamoto scopre che non ci sono più pareti pronte ad attenuare le sue ritmiche, quello che un tempo era l'astrazione intelligente studiata a tavolino con carta e penna prende una forma definita: il 4/4 techno-ish di Such a fragile flower ne è un chiaro esempio. La si può sentire come affonda sul terreno, quella cassa. Non c'è più esaltazione marinettiana della cerebralità, back to the basics. Il landscape ambient è l'ansia che il musicista si porta dietro, che lo accompagna nei primi passi fuori dalla sua dimora un tempo così sicura. La leggerezza dell'insieme è tutta italiana, raffinata, sopraffina. La formula elettronica italiana è quella che trasforma il vinaccio da osteria in un vino pregiato bevuto all'interno di un salone luccicante.

Questo luccichio, questo gusto tutto italiano, lo si ritrova chiaramente anche nel mid tempo di Hermit, in quella finissima passerella di pianoforte, alternata all'esplorazione cacofonica post-urbana in cui vive. Chi si aspettava un lavoro IDM troverà di gran gusto The awareness of being temporary, una riflessione sulla temporaneità e, quindi, anche su quella del ritmo, sulla sua scomposizione, il ritmo spezzato, convulso e attanagliato, appunto. Anche qui, come in tutti gli episodi del disco, c'è un continuo saliscendi di momenti convulsi e aperture rilassanti, maschile-femminile come nei temi di una forma sonata, c'è un alternarsi di tensione e distensione figlio del manuale del cinema. Qui c'è anche l'elemento acquatico e il breakbeat che vi galleggia sopra, e il rumore delle barche attraccate. D'altra parte, non dimentichiamoci che, anche se interiore, siamo pur sempre a Venezia.

Se I was dead è una passeggiata in mid tempo verso nuovi orizzonti e territori inesplorati, con la titletrack ci si trasferisce sui famosi lineamenti post-dubstep di cui parlano le schede tecniche del musicista, un groove cosparso dalla nebbia delle prime ore del mattino in cui anche il sampling trova una sua ragion d'essere. Cruel ripresenta il gusto italiano per le parti di piano e una ritmica affannosa (enfatizzata dalla resa sonora che ne aumenta la carica ansiogena), ma anche sudamericana, che fa venire voglia di ballare. C'è anche un po' dei The Chemical Brothers più danzerecci, seppure il landscape sia totalmente differente. The triumph si lascia travolgere da una elettronica distopica, una conclusione da colonna sonora per un film che non conosce happy ending.

Andando a ritroso, non si può non segnalare il gusto di ispirazione teutonica per la ritmica travolgente e secca, primordiale e martellante, che troviamo nel climax dell'ottima Night rider. E' un ritmo che, per antonomasia, nasce in Africa, ma che evidenzia la conoscenza di quello che succede in Nord Europa.

Quello di Yakamoto Kotzuga è un viaggio alla ricerca di quel posto che il musicista non ha ancora trovato, ma che è proprio quel valore aggiunto che gli permette di non essere mai banale, di non seguire forzatamente specifiche correnti, di essere in grado di colpire diversi target, quello che si aspetta un episodio orientato al dancefloor e quello che cerca la ritmica attanagliata, così come anche quello che vuole un accompagnamento perfetto per i suoi voli pindarici. E' il dubbio che genera curiosità, non l'autocompiacimento. Quello, al contrario, genera copie.

Label: La Tempesta International

Voto: ◆◆◆

lunedì 4 maggio 2015

Capra - Sopra La Panca (Recensione)

"M’interessa vedere come un suono diverso possa far capire canzoni diverse,cosa succede quando non ci senti più, il buco nello stomaco ti fa venire in mente che sono passate cinque ore, cose che non vivevo da un po'"

Stiamo parlando di Capra, frontman dei Gazebo Penguins, e del suo disco da solista: si chiama Sopra la panca ed è in uscita per la cordata To lose la track / Garrincha Dischi ad Aprile.


Tematiche apparentemente molto leggere partendo da "Scaletta", una critica alla sua vita da routine, arrivando a "Galline", qualcosa di più di un semplice elenco delle bestie che vivono/potrebbero vivere in casa di Capra (per essere precisi "Un Lama", una capra tibetana, 8 gatti e 2 cani che mangiano come umani) offrono la possibilità di riflettere scandagliando il fondale del nostro io. Non fatevi ingannare dalla scelta delle parole, è solito scambiarle creando effetti dal punto di vista del significato e della fonetica. Efficaci gli interventi di Andrea Suriani (i Cani)alle tastiere e Pier Mattia Bardin (La PiovraIl Buio) alla batteria in grado di inglobare il sound dei Gazebo in un modo di suonare decisamente più maturo e pacato, una buona giocata ai fini del risultato decisamente interessante senza però rinunciare all'identità sonora della band. Un sound decisamente irrequieto, tanto da non concedere nemmeno un attimo di pausa: le tracce corrono come treni, è difficile tenerle a bada.

Tra piacevoli collaborazioni, a questo proposito ricordiamo quella di Jacopo dei Fine Before You Came in "Margherita di Savoia", una chicca non da poco, citazioni letterarie come in "Pierre Menard" a Borges, fino ad arrivare a "Reset" anagramma del nome della figlia di Capra che tratta l'essere padre, direi che non manca nulla, nemmeno la voce della mamma Agnese a fine brano.


L'habitat sonoro di Capra è il quotidiano, credo sia abbastanza palese, ma è la capacità di sintetizzare una visione più infantile ad una solidità adulta a conferire elasticità ad un lavoro scritto e registrato di fretta (precisamente dal 1 Novembre al 25 Dicembre 2014)ma che ha le dovute caratteristiche per esser suonato a ripetizione: 31 minuti di un buon punk-rock d'esperienza che potrebbero rappresentare la spinta per provare a far bene senza gli altri dei Gazebo Penguins.

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: To Lose La Track / Garrincha Dischi

lunedì 27 aprile 2015

Albedo – Metropolis (Recensione)

Siamo (quasi) sempre stati attirati dall'arroganza dei concept album. Di quelli che pontificano concetti e disegnano immaginari e vicende aperte davvero a ben poche interpretazioni o quesiti. Nei solchi di "Metropolis" questa supponenza da narrazione musicale cade in virtù di un obbiettivo più alto: porre al centro della storia la fragilità esistenziale dell'ascoltatore. In primo luogo, il quarto disco della band milanese è intriso di una delicata umiltà. Terribilmente terrena da reclamare un contatto umano in una città meccanica. Dal paradosso della metropoli solitaria nasce la comune storia di alienazione moderna. Isolati tra migliaia di persone alla ricerca di uno straccio di cuore di cui avvertire i battiti tra migliaia di sistole meccaniche, “Metropolis” ci sommerge di domande come un bambino di quattro anni nel pieno turbinio interrogativo dei “perché”. Ingabbiato in un futuro non molto lontano, è sul passo riflessivo degli interrogativi che il disco traccia il suo percorso tortuoso, ma limato da una capacità narrativa al massimo delle potenzialità, sospinta da una carica emotiva palpitante. Dalla vana speranza di un futuro migliore in città lontane (“Partenze”) all’escapismo proiettato verso mondi sconosciuti (“Astronauti”), fino alla disperata ricerca di calore umano e divino verso cui abbandonarsi (“Higgs”), da ricercare fra migliaia di visi anonimi inglobati da una logorante routine ("Replicante"). “Se l’universo è la risposta/qual è la domanda?”. Probabilmente una soluzione definitiva ai nostri quesiti esistenziali non la avremo mai, ma la maniera in cui “Metropolis” cerca continue conferme suona quanto mai umano e legittimo. Proiettato nel futuro, ma terribilmente attuale.

Scarica gratis l'album qui.

Voto: ◆◆◆◆
Label: Massive Arts/V4V

lunedì 20 aprile 2015

Metz - II (Recensione)

Dopo il grande successo del self-titled (leggi qui la nostra recensione) album di debutto pubblicato il 9 Ottobre 2012, il 5 Maggio 2015 ritornano a graffiare dai freddi ghiacci canadesi (Toronto, Ontario) i Metz, con il nuovo, secondo album intitolato, appunto, II. Il frontman Alex Edkins ha annunciato sul sito di Sub Pop:
I look at it like this. You start a band, just as something to do, because music’s what makes you tick, the thing you dream about and think about and that’s it. You never think that you’ll be able to do it all the time. But then, for some inexplicable reason, people actually listen and latch on and the band begins to take on new meaning. All of a sudden there are expectations and pressure, real or imagined, to change who you are. It was important to us, when making this record, not to give in to that pressure” ("La vedo così. Metti su un gruppo, giusto per fare qualcosa, perché la musica è ciò che ti fa sentire forte, la cosa che sogni, a cui pensi e fine. Non pensi mai che potresti essere capace di farlo per sempre. Ma poi, per qualche inspiegabile ragione, le persone in realtà ti ascoltano e si affezionano, e la band inizia a prendere un nuovo significato. All'improvviso ci sono aspettative e pressioni, reali o immaginarie, di cambiare quello che sei. Era importante per noi, nel creare questo disco, non cedere a quella pressione").
Una vera e propria dichiarazione di intenti sotto la lente del frontman, dunque, che attribuisce alla musica il senso di motore propulsore dei propri sogni che all'improvviso è diventata effettivamente realtà. Ecco che allora la situazione si complica: ci si sente quasi in debito nei confronti delle aspettative degli altri, che impongono di cambiare, di adattarsi al gusto del pubblico. I METZ invece hanno deciso di fare le cose a modo proprio, a quanto pare, perché è importante proseguire per la loro strada non cedendo a nessuna di quelle pressioni: il mondo della musica è una giungla, ma sono riusciti a sopravviverle con questo disco, e alla grande. Secondo l'etichetta, le dieci tracce di questo album, per un totale di 30 minuti di santa ragione, promette di essere "much heavier, darker, and sloppier” (più pesante, oscuro e disordinato); "i suoi toni lirici fungono da un tampone che argini anni di perdita e di dubbio, di contemplazione delle relazioni della band con la morte e il pianeta".
Edkins chiarifica ancora così su Sub Pop: “I consider myself a pretty massive pessimist, but a pessimist who knows how lucky he is. A lot of things in everyday life drive me crazy: how we relate to each other; how politics, media, technology, money and medication influence our lives. This band, in a lot of ways, is an outlet” ("Mi considero quasi un pessimista cosmico, ma un pessimista che sa quanto è stato fortunato. Moltissime cose nella vita di tutti i giorni mi fanno incazzare a morte: come ci relazioniamo l'uno con l'altro, come la politica, i media, la tecnologia, i soldi e la sanità influenzano le nostre vite. Questa band, in una miriade di modi, è uno sfogo"). È abbastanza evidente che i toni di questo album non scherzano affatto, come del resto già nel precedente, ma con qualche differenza. Qui nervosismo noise (di cui chiaro esempio sono i 35 secondi di Zzyxz) si unisce agli stop and go dell'hardcore (Eyes Peeled, IOU, Nervous System), continua ad avere delle chiare sonorità grunge (in particolare Acetate, Landfill, The Swimmer, Kickin a Can of Worms) nirvaniane (Bleach e Incesticide), rendendoli forse i più degni eredi della band di Seattle e non a caso scelti dalla stessa etichetta Sub Pop. La voce è forse più udibile e in prima linea rispetto all'album precente, di impronta Punk e targata Johnny Rotten (Spit You Out, Wait in Line), di lieve base Rock 'n Roll. Se vi piacciono i Nirvana e la perfetta pesantezza suonata in flanella, questo è l'album che fa per voi. E se pure dicono che il Grunge '90 è morto, siamo prontissimi alla sua resurrezione, che avverrà il 5 Maggio 2015 con II, dei METZ.

Voto: ◆◆◆
Label: Sub Pop

 
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