lunedì 3 agosto 2015

Flying Vaginas - Beware Of Long Delayed Youth (Recensione)

I Flying Vaginas sono una Banana Consunta (chitarra, voce, piano), un Kiwi Deluso (basso, voce) e un' Ananas Irritata  (batteria, synth) provenienti da Morolo, (Frosinone). Ci avevano lasciati con un album davvero interessante un anno fa e sono ritornati in prima linea con Beware Of Long Delayed Youth di nuovo per MiaCameretta Records.
Il disco si apre a colpi lenti e ritmati di percussione e atmosfere trasognate evocate da una splendida voce femminile con Hollow Skin. Segue Coherence Riot,  un evidente ironico scrollo a tutti coloro che preferiscono talking to kids and snobbing the crowd e che inevitabilmente (purtroppo) are still there: probabilmente il pezzo più dream di tutto l'album. Sonic Tiger è un evidente tributo ai Sonic Youth, da cui la voce maschile (alternata a quella femminile) e le chitarre allucinate e storte prendono spunto. Dopo la tempesta, appare la quiete con le meraviglie di  Woodland Croon e Interlude: We Walk, che emergono come un sensibile colpo di scena: l'una una dolce e sognante canzone d'amore, l'altra una brevissima ballad che ha il sapore di una ninna nanna. Blessed Child è un colpo di fulmine punk suonato da una chitarra distorta quasi perenne, accompagnata da batteria e basso minimali, che si risolve in un assolo dissonante e irruento (che non guasta mai). Patched Up (video qui sotto) ha le sonorità di un Jay Retard sotto Xanax. È la botta tristona del disco che più si avvicina ai primissimi Smashing Pumpkins e sicuramente la best track. L'album si chiude con gli 8.13 minuti di Beware Of Long Delayed Youth, una traccia senza fretta, in cui malinconia e litania la fanno da padrone. Così come questa traccia non ha fretta, lo stesso accade all'album: tutto è estremamente dilatato o compresso a seconda dell'occasione, ma senza spingere troppo, senza eccessi. Gli intrecci di voce e le atmosfere da sogno sono la parte più forte del gruppo, che porta a casa un disco all'altezza del primo, ma senza esagerare. Le grafiche del disco sono davvero particolari e riconoscibili. Che aspettate? Andate da subito ad ascoltare il disco (qui) oppure compratelo, che è sempre molto bello rendere meno povere le etichette così valorose.

Voto: ◆◆◆
Label: MiaCameretta Records




lunedì 13 luglio 2015

Squadra Omega - Altri Occhi Ci Guardano (Recensione)

Spesso mi interrogo sul caso che governa gli eventi, per cui il prog è stato forse l’unico esemplare di musica italiana degno di esportazione; sin dal fiorire negli anni ‘70 di band talvolta geniali, talvolta al limite del ridicolo nell’imitazione degli epigoni anglofoni o nella ridondanza delle immagini e delle trovate compositive, la storia sembra voler suggerire che i prodotti nostrani trovano la propria dimensione creativa solo in una forma espressiva in cui la narrazione ha ampio spazio, di minutaggio e di struttura, di evolversi involversi e svolgersi. Ma la cosiddetta “Italian Occult Psichedelia” attuale non ama le epopee verbali e sonore con cui Biglietto per L’Inferno o De De Lind crearono sensazione; le parole sono ostacoli e le note non si rincorrono variopinte, ma si imprimono una dopo l’altra come impronte dai confini riconoscibili, sorelle in serie benché diverse e irripetibili. Nel caso della Squadra Omega, sono le improvvisazioni protratte in una lunga session di tre anni e la cristallizzazione del disco in modalità rigorosamente analogica a proiettare Altri Occhi ci Guardano in un passato atemporale, in cui l’attualità della musica nella sua preponderate purezza riporta indietro di decenni o forse secoli. Dopo mesi munifici, in cui il collettivo ha già regalato Lost Coast, soundtrack di silenzi e paesaggi e strade perdute percorse a piedi, e Il Serpente nel Cielo, occhieggiano oggi i volti subumani del dipinto del 1977 in copertina al disco, quasi istantanea a olio del bestiario di Bomarzo; Altri Occhi ci Guardano si apre con l’intarsio intricato di suoni e timbri e sapori di Il Buio Dentro: come fu per gli Organisation, anche qui il traguardo non è la forma canzone, perché non c’è traguardo ma, principalmente e con necessità ineluttabile, decostruzione. Il primo brano si immette come una vena sotterranea in Sospesi nell’Oblio, dove pulsar lontanissimi segnano le tappe di una traversata interstellare, solcata dalla via lattea che la chitarra dissemina con un refrain compiutamente circolare: perfettamente autosufficiente, gira su se stesso come un primo mobile, finché il pungolo del synth non rimpiazza la chitarra, che si defila in un controcanto triste. Sciami artificiali anticipano poi le processioni apocalittiche di La Nube di Oort, destinate a evaporare in molecole di atmosfere inospitali; Il Labirinto riscatta la fetida categoria del jazz-rock con un incedere minaccioso, abbastanza rudimentale da non scadere mai nella fusion: il basso sobbalza con movimento sussultorio, i fiati intrisi d’oppio folleggiano con altri bizzarri rigurgiti inferi o astrali, poco importa. Giochi di bimbi cannibali introducono alle danze in stile Pop Group di Sepolto dalle Sabbie del Tempo: il groove non è sempre solo nero, ma quando è fatto dall’uomo bianco è straniante come un sogno velenoso sotto cocaina, chimicamente indipendente nel suo tornare costante sullo stesso ansiogeno riff e condannato a un vicolo cieco di suoni che si tormentano a vicenda. Poche pennellate cremisi tratteggiano Hyoscyamus, interludio acustico di suoni puri che si dissolvono nelle vibrazioni dell’aria: solo alcuni minuti sono concessi per questa dejeuner sur l’herbe in cui, per ingannare il tempo, non si gioca a carte ma si leggono i tarocchi; la quiete sospesa è presto spezzata dai ottoni furiosi, figli bastardi di Anthony Braxton, che introducono all’affollato zoo di Il Grande Idolo, popolato di striscianti percussioni, cinguettii metallici e sintetici, tutti tenuti a bada dalle placide fruste delle corde. La carovana bestiale muove infine su rotte orientali, lungo una via della seta cadenzata e battuta dal vento di distorsioni lontane. La title track è sorretta da battute da metronomo, sovrastate dal sax anarchico e nottambulo; la chitarra si unisce alla rivendicazione di indipendenza, tentando di scompigliare l’impassibile aplomb ritmico. Una lenta, interminabile rivolta a intermittenza. Ma anche le convulsioni del delirio di suoni si placano in Le Rovine Circolari, istante di lunatica quiete che seda e assopisce, in una vaga brezza di arpeggi e campanelli, persino le intemperanze sonore più estreme: un sonno incosciente a domare la folla di mostri della mente.

Voto: ◆◆◆
Label: Macina Dischi/Sound of Cobra

venerdì 10 luglio 2015

Le Capre a Sonagli - Il Fauno (Recensione)

Chi si ricorda i Tupelo Chain Sex? Pochi hanno memoria, o si sono recentemente imbattuti, nell’ensemble californiano che, in pieni anni ’80, dimostrò come miscelare in un cocktail ad alto potenziale jazz be-bop country folk blues trash punk ska surf jive latin calypso rythm‘n’blues psychobilly senza assolutamente prendersi sul serio. Perché, con buona pace delle schiere di cantautori originariamente tali o evolutisi dopo militanza nell’indie nostrano, che oramai dominano con il loro costante impegno nel fissare il proprio ombelico e nel cantarne, un artista fa il proprio dovere quando padroneggia la narrazione, quando i grandi racconti hanno la meglio sul privato individualista e, soprattutto, quando sa farsi da parte con una generosa dose di autoironia; questo è l’ingrediente segreto che permette alla varietà di intuizioni sonore e suggestioni musicali di dischiudersi, senza fermarsi alla trappola stanca di reiterati stilemi generazionali.
E benché Bergamo non sia Los Angeles, Le Capre a Sonagli con questo disco, soundtrack di un film d’animazione a episodi realizzato con la collaborazione artistica degli stessi ovini in questione, espongono un’opera ascrivibile al dadaismo più puro, in cui la bizzarria degli elementi non impedisce ma anzi concilia la creazione di immaginari paesaggi esotici quali scenari da film mentale. Richiamando i fotogrammi per cui è stato concepito ma allo stesso tempo srotolandosi come narrazione autonoma, Il Fauno si apre con l’arpeggio di Celtic segnando subito il confine della frontiera di un folk-blues cialtrone, in cui acustico ed elettrico si abbracciano in una danza arcaica; il limite è però spostato verso i territori dell’exotica lo-fi con le corde e le percussioni ridotte all’osso di Ciabalè, mappa per esploratori di giungle impenetrabili. Il sordido blues waitsiano di Tre e 37 non rischia mai di scadere nell’emulazione, grazie all’immediata essenzialità degli arrangiamenti, mentre il dittico Demonietto nell’organetto e Serpente nello stivale si muove tra la sordida filastrocca, lercia di polvere desertica, e la commistione di suggestioni tex-mex e cavalcate ritmiche da spaghetti western. Le ragnatele di chitarre e l’inintelligibile voce filtrata di Giù guidano senza soluzione di continuità alla paradigmatica Nonno Tom, breviario con cui Le Capre potrebbero insegnare ai tanti autoproclamantesi luminari dell’indie nostrano come scrivere perfetti refrain che sanno d’America; dopo il carillon alcolico scandito da micro-samples di Uhaa!, in Slow irrompe un arpeggio acustico come un istante di quiete inattesa, su cui si staglia la voce impastata di sillabe incomprensibili. Il blocco conclusivo è una caleidoscopica e immaginifica wunderkammer tra le foreste di percussioni e i grugniti ferini di Pausa Pranzo, il riff insistente e lurido di Anatra, la cupissima balera del divertissement Bobby Solo, che apre la finestra sulle italiche melodie da boom economico contaminandole con elementi manouche, la marcia funebre di Joe: Le Capre scelgono tuttavia di chiudere con Goo Porpacuttana, collage anarco-electro di giocoleria sonora, dimostrando di essere tutt’altro che bestie pavide.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: autoprodotto/#hashtag

lunedì 29 giugno 2015

Gouton Rouge - Giungla (Recensione)

Le prime certezze che abbiamo, come sempre al primo ascolto, sono il nome dell’artista e il titolo dell’album: Gouton Rouge e Giungla.

Proprio loro, gli ormai cresciuti gioiellini che in collaborazione con Lafine - anche se a distanza di un anno ancora legati alla V4V -, ci conducono in un luogo intricato, confuso, in una giungla di tormentate sensazioni, dove oscillare tra veglia e sonno sembra essere un imperativo. Questo difficile, ma pur dolce movimento, seguendo la logica deduzione della nostalgia che cresce inevitabile in ognuno, invita ad abbandonarci a tormenti, alle più profonde paure, a entrare insomma in una zona fitta, buia, in quel periodo ormai finito da cui non si può far altro che prendere il “meglio”, per potersene poi liberare.

Testi che iniziano in un passato neanche troppo remoto, spezzato quasi sempre da qualcosa che si cela dietro l’amore, ma che forse amore non è; testi che, dopo essersi impregnati di pura passione, terminano in un presente dove c’è la sola possibilità di essere investiti dal “godimento” della liberazione di certe emozioni, in alcuni casi (i migliori) di talune persone.

Un passaggio, quello dal passato al futuro, dal sonno alla veglia, dalla nostalgia alla voglia di rinascere, è possibile intuirlo non solo dai testi ma anche dalla copertina che racconta la metamorfosi del serpente, emblema di riflessione e prudenza, in tigre coraggiosa e feroce, capace di portarsi vittoriosa alla zona del riscatto.

E proprio lungo l’ingarbugliato corpo del serpente si snodano nove silenziose urla, con il brioso guizzo che caratterizza la voce di Francesco, accordata su suoni che vanno dallo shoegaze alla new wave, senza dimenticare la giusta carica di power pop, il tutto spalleggiato da cori che ci danno l’impressione di essere sotto un palco, pronti a dare il via a un live.

Un live che i Gouton Rouge hanno intenzione di condividere con gli ospiti di Giungla, i loro compagni di safari Raniero Federico Neri (Albedo), Riccardo Montanari (Belize), Edoardo Frasso (Brenneke) e Luca Galizia (Morto), tra i tanti.

Viene dunque naturale parlare di un album molto ricco, florido, non solo musicale ma anche umano.
Però la Jangla, quella desertica dalle origini Hindi, intima di queste storie, si rivelerà da “Hasselhoff ” a “Gabbiano”, fino alla più carnale “Demoni nel sonno”, preghiera a non modificare nulla di quell’attimo, a non svegliarsi, a costo di essere uguale e contrario al carnefice, magari lo stesso che in “Demoni del giorno” diventerà solo ombra.

Ma riconosciamo altre costanti, altre importanti certezze in questo secondo lavoro dei quattro milanesi: la tangibile gioia con la quale riescono a raccontarci qualcosa che potrebbe apparire triste e la grinta di ogni accordo che già immaginiamo venir fuori da una strepitosa “Giungla” sul palco.

Un album che si fa descrizione minuziosa di quanto può accadere quando hai musica dentro e sai che non ti serve altro per affrontare la vita. Ascolteremo qualcosa che spaventerà per quanto riuscirà a scorrerci fluido nelle vene, a riempirci e svuotarci l’anima.

A ogni ascolto, in “Ogni domani”, “ per un istante ci dimentichiamo, di certezze non ne abbiamo.

Scarica gratis l'album qui.

Voto : ◆◆◆◆◇
Label : V4V Records - Lafine


giovedì 11 giugno 2015

Hey saturday sun - VHS (Recensione)

Quale migliore occasione se non un giorno importante nella storia della cinematografia fantasy anni '80, il 9 giugno 2015, diventato celebre grazie a Ritorno al futuro, per ascoltare un album italiano pesantemente influenzato da suoni e atmosfere che ormai risalgono a trent'anni fa? Il nostalgico progetto Hey saturday sun, con VHS, ci fa viaggiare indietro nel tempo in un'epoca in cui la musica elettronica non aveva ancora pienamente conosciuto gli sviluppi danceable che la influenzeranno pesantemente tra la seconda metà degli anni '80 e i primi anni '90, e ci fa soprattutto viaggiare con la fantasia in anni in cui il terzo millennio era un'utopia, un sogno e, allo stesso tempo, qualcosa da temere.

Sembra quasi di riavvolgere una vecchia videocassetta di qualche film cult di quegli anni, tanto certe atmosfere non appartengono più a noi ascoltatori dell'intelligenza in musica, quali quelle presenti in particolar modo nella seconda parte dell'album: un esempio su tutti è il divertissement Punks vs Supercops, ma anche i brani più dritti e cantati rimandano chiaramente alle colonne sonore di un tempo, grazie all'emulazione del suono analogico, che di recente è stato riscoperto e oggi non fa più notizia.

Dieci brani che potrebbero tranquillamente formare una ideale colonna sonora di quegli anni, in cui, però, e questo è plausibile, è presente una neppur così lontana contaminazione con la musica elettronica che ora va per la maggiore: nella opener c'è spazio infatti per aperture ambient in mid tempo che non sembrano poi così lontane da quanto svolto in ambito witch house. Ancor più radicale in tal senso è l'esempio di Trespasser will be shot, in cui il confine con il genere prodotto da acts come Mater Suspiria Vision e Modern Witch diviene sempre più labile e la gioiosa atmosfera anni '80 viene rimpiazzata da sonorità lente, cupe e vagamente apocalittiche.

Analog6 (feat. Terence) è un mid tempo che recupera addirittura alcune idee vocali di OhGr, presentando il lato più serrato e, a suo modo, destabilizzante del progetto, lasciando da parte l'alone positivo dei brani che gli seguono. Da Wise, passando poi per episodi come VHS heroes, si torna a volare su lidi veloci e prettamente cinematografici, debitori della cinematografia fantasy del decennio, così come della musica prodotta.

Al termine della cassetta non si può non riavvolgere il nastro e farlo ripartire, come si sarebbe fatto con una VHS d'altri tempi, così come non si può negare come il progetto italiano si sia abbondantemente staccato dal suono indie italiano per esplorare nuove strade, già battute ma pur sempre interessanti ed in linea con quello che sta accadendo oggi nella musica elettronica.

VHS non è solo un disco che rappresenta un omaggio ad un'altra epoca, ma è una testimonianza di come vecchio e nuovo possano sapientemente entrare in contatto e dare vita ad una formula personale. L'augurio per il progetto è di proseguire su questa strada, cercando di trovare un approccio il meno possibile derivativo. Questo album è, tutto sommato, un buon inizio.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Dreamingorilla records

sabato 23 maggio 2015

Culture Wars - Plans (Recensione)


Dopo tre anni di lunga attesa ritornano i Culture Wars con Plans, nuovo e entusiasmante album targato Fallo Dischi, LaFine, Macrostudio e Upton Records. Li abbiamo ascoltati per la prima volta nel 2010 con un piccolo EP e dopo due anni con il loro primo album, Poptimism (2012). I CW sono un hard-duo formato da Giovanni (batteria, voce) e Mirko (chitarra, voce) e vengono da Montoro (AV), terra di meravigliosi carciofi e cipolle ramate. Com'è noto, la vita di provincia non offre molte possibilità di intrattenimento, ma è proprio di solito nelle piccole città rurali che nascono e crescono le band più interessanti e genuine. C'è necessità di esprimere la monotonia della quotidianità, le sofferenze nate da rotture che lasciano il segno: questo è quello che si evince dai testi di Plans, che è un viaggio ben pianificato tra storie finite, fantasmi del passato che compaiono nei momenti più inaspettati, ragazzini scontenti che si sentono eternamente inadeguati, insicuri, incompresi, quasi anormali, trovando ugualmente il modo di andare avanti superando i limiti della provincia. Ad un primo ascolto si capisce che in tre anni sono cambiate molte cose, ma la genuinità è rimasta inalterata, cosa che è il tratto caratteristico della band. Ora la chitarra riesce a coprire molto di più l'assenza del basso, con tratti psichedelici sempre più accentuati, riff indimenticabili, semplici e belli come il punk. La batteria, come negli album precedenti, rimane al suo posto, segnando a ritmi regolari il tempo senza mai strafare. Insieme ai testi, il timbro scanzonato delle voci è un altro tratto marchiato Culture Wars.


Adesso l'unica cosa che resta da fare è andare ad ascoltarli e condividerli con tutti i nostalgici del teenage mess e dei lontani ricordi agrodolci. Forse dopo vi sentirete peggio, ma nel modo giusto, con Plans.

Scarica gratis l'album qui.  

Voto: ◆◆◆
Label: Fallo dischi, LaFine, Macrostudio, Upton Records.




giovedì 14 maggio 2015

Hot Complotto - s/t (Recensione)

A guardare le foto si potrebbero tranquillamente sbolognare gli Hot Complotto come un semplice gruppo punk, viste le pettinature aal'insù che sfoggiano due membri su tre (notevole la cresta del batterista). Poi scopri che il nome è un omaggio a quel Great Complotto di Pordenone che è stato il germe, negli anni 80, da cui sono nati poi gruppi come Prozac + e Tre Allegri Ragazzi Morti. Infine li ascolti, curioso, e hai la conferma che oltre all'immagine c'è di più in questo scatenato trio varesotto.
Non che manchi il punk, sia chiaro: la cifra stilistica degli undici brani che compongono questo omonimo album d'esordio è perlopiù quella, col ritmo che cala ben di rado e che in brani come il singolo Pezzi di te porta piacevolmente all'estremo il concetto (con qualche rallentamento che non fa che avvalorare le accelerazioni), ma le influenze che si palesano qua e là sono molteplici. Estreme ma azzeccatissime quelle pseudoelettroniche di Tecnofavole (e l'incipit iniziale è fatto da un basso a dir poco versatile), piacevoli quelle funky espresse in maniera evidente in Brutte abitudini ed in maniera più limitata in Passo alieno (l'episodio più scuro dell'album, con un ritornello dal ritmo spezzettato ottimamente congegnato), gli Hot Complotto si permettono anche di giocarsela col wah ispirato che fa capolino qua e là ne In un frammento. Anche nei brani in cui le influenze sono più circoscritte le cose non vanno affatto male visto che il ritmo dell'iniziale Se e di La tua ossessione (più scatenata nei ritornelli rispetto a strofe in cui il funk fa ancora capolino) sono coinvolgenti, trascinate anche dal cantato di John Complotto che riesce spesso durante il corso dell'album a mettere un qualcosa nelle linee vocali che lo porta molto al di là del compitino ben fatto. Tutto perfetto allora? Beh non proprio.
Il finale del disco infatti mette in luce alcune piccole sbavature, e se l'acustica Neve che lo chiude è comunque affascinante (anche grazie al violoncello), pur se troppo avulsa dal contesto generale, sono le derive più poppeggianti di Non voglio niente (notevole però l'intermezzo jazzistico) e soprattutto di Milano al buio a far storcere un po' il naso. Niente di clamoroso sia chiaro, ma l'impressione di aver voluto mettere troppa carne al fuoco rimane impressa una volta terminato l'ascolto.

Scatenati ma attenti agli arrangiamenti, vero fiore all'occhiello della produzione, gli Hot Complotto reggono ottimamente il gioco scivolando in parte solo nel finale. Dovendoli giudicare attraverso i freddi numeri mi trovo indeciso fra le tre e le quattro stelle, ma siccome sono uno scassapalle di natura mi riservo di dare quel mezzo punto che qui mancherà alla loro prossima opera discografica: le qualità per fare di meglio ci sono, magari amalgamando in maniera ancora più ottimale le varie influenze che in questo disco ogni tanto fanno smarrire l'orientamento. Ultimo appunto: non perdeteveli dal vivo perché ci sanno fare davvero.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: autoproduzione






giovedì 7 maggio 2015

Yakamoto Kotzuga - Usually nowhere (Recensione)

yakamoto-kotzuga-usually-nowhere
Venezia: la città dei gondolieri, della Biennale di Arte Contemporanea, roccaforte del cinema e delle arti, è il luogo in cui un musicista elettronico di indubbio talento decide che i tempi siano maturi per uscire dalla cameretta, quel luogo sacro in cui la figura del musicista elettronico si era rifugiato per tanti anni. Forse ci si era fossilizzati troppo su quello che era successo in Inghilterra: si sa, ora le mete sono altre.

A dispetto del nome, il musicista in questione è, non ci si faccia ingannare dal monicker, Yakamoto Kotzuga, e l'album di cui vi parliamo è Usually nowhere, non un concept, non un disco di genere, ma un album di musica elettronica nel senso più ampio del termine.
Il musicista vive la medesima condizione di quelle persone che vedono la luce per la prima volta dopo tanti anni di oscurità: straniamento, spaesamento, voglia di sperimentare tutto quello che si tocca, senza catalogazioni di genere o seguire canali predefiniti. Questo spaesamento genera, appunto, straniamento profondo, ed è da qui che si può partire per analizzare Usually nowhere, dal titolo.

La musica qui contenuta è figlia del Surrealismo e immersa in una non-dimensione, il nessun luogo, forse la mente del musicista. Lasciare la propria accogliente casetta, come può essere quella dell'artwork, genera sempre risultati imprevisti, e così Yakamoto scopre che non ci sono più pareti pronte ad attenuare le sue ritmiche, quello che un tempo era l'astrazione intelligente studiata a tavolino con carta e penna prende una forma definita: il 4/4 techno-ish di Such a fragile flower ne è un chiaro esempio. La si può sentire come affonda sul terreno, quella cassa. Non c'è più esaltazione marinettiana della cerebralità, back to the basics. Il landscape ambient è l'ansia che il musicista si porta dietro, che lo accompagna nei primi passi fuori dalla sua dimora un tempo così sicura. La leggerezza dell'insieme è tutta italiana, raffinata, sopraffina. La formula elettronica italiana è quella che trasforma il vinaccio da osteria in un vino pregiato bevuto all'interno di un salone luccicante.

Questo luccichio, questo gusto tutto italiano, lo si ritrova chiaramente anche nel mid tempo di Hermit, in quella finissima passerella di pianoforte, alternata all'esplorazione cacofonica post-urbana in cui vive. Chi si aspettava un lavoro IDM troverà di gran gusto The awareness of being temporary, una riflessione sulla temporaneità e, quindi, anche su quella del ritmo, sulla sua scomposizione, il ritmo spezzato, convulso e attanagliato, appunto. Anche qui, come in tutti gli episodi del disco, c'è un continuo saliscendi di momenti convulsi e aperture rilassanti, maschile-femminile come nei temi di una forma sonata, c'è un alternarsi di tensione e distensione figlio del manuale del cinema. Qui c'è anche l'elemento acquatico e il breakbeat che vi galleggia sopra, e il rumore delle barche attraccate. D'altra parte, non dimentichiamoci che, anche se interiore, siamo pur sempre a Venezia.

Se I was dead è una passeggiata in mid tempo verso nuovi orizzonti e territori inesplorati, con la titletrack ci si trasferisce sui famosi lineamenti post-dubstep di cui parlano le schede tecniche del musicista, un groove cosparso dalla nebbia delle prime ore del mattino in cui anche il sampling trova una sua ragion d'essere. Cruel ripresenta il gusto italiano per le parti di piano e una ritmica affannosa (enfatizzata dalla resa sonora che ne aumenta la carica ansiogena), ma anche sudamericana, che fa venire voglia di ballare. C'è anche un po' dei The Chemical Brothers più danzerecci, seppure il landscape sia totalmente differente. The triumph si lascia travolgere da una elettronica distopica, una conclusione da colonna sonora per un film che non conosce happy ending.

Andando a ritroso, non si può non segnalare il gusto di ispirazione teutonica per la ritmica travolgente e secca, primordiale e martellante, che troviamo nel climax dell'ottima Night rider. E' un ritmo che, per antonomasia, nasce in Africa, ma che evidenzia la conoscenza di quello che succede in Nord Europa.

Quello di Yakamoto Kotzuga è un viaggio alla ricerca di quel posto che il musicista non ha ancora trovato, ma che è proprio quel valore aggiunto che gli permette di non essere mai banale, di non seguire forzatamente specifiche correnti, di essere in grado di colpire diversi target, quello che si aspetta un episodio orientato al dancefloor e quello che cerca la ritmica attanagliata, così come anche quello che vuole un accompagnamento perfetto per i suoi voli pindarici. E' il dubbio che genera curiosità, non l'autocompiacimento. Quello, al contrario, genera copie.

Label: La Tempesta International

Voto: ◆◆◆

 
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