giovedì 14 maggio 2015

Hot Complotto - s/t (Recensione)

A guardare le foto si potrebbero tranquillamente sbolognare gli Hot Complotto come un semplice gruppo punk, viste le pettinature aal'insù che sfoggiano due membri su tre (notevole la cresta del batterista). Poi scopri che il nome è un omaggio a quel Great Complotto di Pordenone che è stato il germe, negli anni 80, da cui sono nati poi gruppi come Prozac + e Tre Allegri Ragazzi Morti. Infine li ascolti, curioso, e hai la conferma che oltre all'immagine c'è di più in questo scatenato trio varesotto.
Non che manchi il punk, sia chiaro: la cifra stilistica degli undici brani che compongono questo omonimo album d'esordio è perlopiù quella, col ritmo che cala ben di rado e che in brani come il singolo Pezzi di te porta piacevolmente all'estremo il concetto (con qualche rallentamento che non fa che avvalorare le accelerazioni), ma le influenze che si palesano qua e là sono molteplici. Estreme ma azzeccatissime quelle pseudoelettroniche di Tecnofavole (e l'incipit iniziale è fatto da un basso a dir poco versatile), piacevoli quelle funky espresse in maniera evidente in Brutte abitudini ed in maniera più limitata in Passo alieno (l'episodio più scuro dell'album, con un ritornello dal ritmo spezzettato ottimamente congegnato), gli Hot Complotto si permettono anche di giocarsela col wah ispirato che fa capolino qua e là ne In un frammento. Anche nei brani in cui le influenze sono più circoscritte le cose non vanno affatto male visto che il ritmo dell'iniziale Se e di La tua ossessione (più scatenata nei ritornelli rispetto a strofe in cui il funk fa ancora capolino) sono coinvolgenti, trascinate anche dal cantato di John Complotto che riesce spesso durante il corso dell'album a mettere un qualcosa nelle linee vocali che lo porta molto al di là del compitino ben fatto. Tutto perfetto allora? Beh non proprio.
Il finale del disco infatti mette in luce alcune piccole sbavature, e se l'acustica Neve che lo chiude è comunque affascinante (anche grazie al violoncello), pur se troppo avulsa dal contesto generale, sono le derive più poppeggianti di Non voglio niente (notevole però l'intermezzo jazzistico) e soprattutto di Milano al buio a far storcere un po' il naso. Niente di clamoroso sia chiaro, ma l'impressione di aver voluto mettere troppa carne al fuoco rimane impressa una volta terminato l'ascolto.

Scatenati ma attenti agli arrangiamenti, vero fiore all'occhiello della produzione, gli Hot Complotto reggono ottimamente il gioco scivolando in parte solo nel finale. Dovendoli giudicare attraverso i freddi numeri mi trovo indeciso fra le tre e le quattro stelle, ma siccome sono uno scassapalle di natura mi riservo di dare quel mezzo punto che qui mancherà alla loro prossima opera discografica: le qualità per fare di meglio ci sono, magari amalgamando in maniera ancora più ottimale le varie influenze che in questo disco ogni tanto fanno smarrire l'orientamento. Ultimo appunto: non perdeteveli dal vivo perché ci sanno fare davvero.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: autoproduzione






giovedì 7 maggio 2015

Yakamoto Kotzuga - Usually nowhere (Recensione)

yakamoto-kotzuga-usually-nowhere
Venezia: la città dei gondolieri, della Biennale di Arte Contemporanea, roccaforte del cinema e delle arti, è il luogo in cui un musicista elettronico di indubbio talento decide che i tempi siano maturi per uscire dalla cameretta, quel luogo sacro in cui la figura del musicista elettronico si era rifugiato per tanti anni. Forse ci si era fossilizzati troppo su quello che era successo in Inghilterra: si sa, ora le mete sono altre.

A dispetto del nome, il musicista in questione è, non ci si faccia ingannare dal monicker, Yakamoto Kotzuga, e l'album di cui vi parliamo è Usually nowhere, non un concept, non un disco di genere, ma un album di musica elettronica nel senso più ampio del termine.
Il musicista vive la medesima condizione di quelle persone che vedono la luce per la prima volta dopo tanti anni di oscurità: straniamento, spaesamento, voglia di sperimentare tutto quello che si tocca, senza catalogazioni di genere o seguire canali predefiniti. Questo spaesamento genera, appunto, straniamento profondo, ed è da qui che si può partire per analizzare Usually nowhere, dal titolo.

La musica qui contenuta è figlia del Surrealismo e immersa in una non-dimensione, il nessun luogo, forse la mente del musicista. Lasciare la propria accogliente casetta, come può essere quella dell'artwork, genera sempre risultati imprevisti, e così Yakamoto scopre che non ci sono più pareti pronte ad attenuare le sue ritmiche, quello che un tempo era l'astrazione intelligente studiata a tavolino con carta e penna prende una forma definita: il 4/4 techno-ish di Such a fragile flower ne è un chiaro esempio. La si può sentire come affonda sul terreno, quella cassa. Non c'è più esaltazione marinettiana della cerebralità, back to the basics. Il landscape ambient è l'ansia che il musicista si porta dietro, che lo accompagna nei primi passi fuori dalla sua dimora un tempo così sicura. La leggerezza dell'insieme è tutta italiana, raffinata, sopraffina. La formula elettronica italiana è quella che trasforma il vinaccio da osteria in un vino pregiato bevuto all'interno di un salone luccicante.

Questo luccichio, questo gusto tutto italiano, lo si ritrova chiaramente anche nel mid tempo di Hermit, in quella finissima passerella di pianoforte, alternata all'esplorazione cacofonica post-urbana in cui vive. Chi si aspettava un lavoro IDM troverà di gran gusto The awareness of being temporary, una riflessione sulla temporaneità e, quindi, anche su quella del ritmo, sulla sua scomposizione, il ritmo spezzato, convulso e attanagliato, appunto. Anche qui, come in tutti gli episodi del disco, c'è un continuo saliscendi di momenti convulsi e aperture rilassanti, maschile-femminile come nei temi di una forma sonata, c'è un alternarsi di tensione e distensione figlio del manuale del cinema. Qui c'è anche l'elemento acquatico e il breakbeat che vi galleggia sopra, e il rumore delle barche attraccate. D'altra parte, non dimentichiamoci che, anche se interiore, siamo pur sempre a Venezia.

Se I was dead è una passeggiata in mid tempo verso nuovi orizzonti e territori inesplorati, con la titletrack ci si trasferisce sui famosi lineamenti post-dubstep di cui parlano le schede tecniche del musicista, un groove cosparso dalla nebbia delle prime ore del mattino in cui anche il sampling trova una sua ragion d'essere. Cruel ripresenta il gusto italiano per le parti di piano e una ritmica affannosa (enfatizzata dalla resa sonora che ne aumenta la carica ansiogena), ma anche sudamericana, che fa venire voglia di ballare. C'è anche un po' dei The Chemical Brothers più danzerecci, seppure il landscape sia totalmente differente. The triumph si lascia travolgere da una elettronica distopica, una conclusione da colonna sonora per un film che non conosce happy ending.

Andando a ritroso, non si può non segnalare il gusto di ispirazione teutonica per la ritmica travolgente e secca, primordiale e martellante, che troviamo nel climax dell'ottima Night rider. E' un ritmo che, per antonomasia, nasce in Africa, ma che evidenzia la conoscenza di quello che succede in Nord Europa.

Quello di Yakamoto Kotzuga è un viaggio alla ricerca di quel posto che il musicista non ha ancora trovato, ma che è proprio quel valore aggiunto che gli permette di non essere mai banale, di non seguire forzatamente specifiche correnti, di essere in grado di colpire diversi target, quello che si aspetta un episodio orientato al dancefloor e quello che cerca la ritmica attanagliata, così come anche quello che vuole un accompagnamento perfetto per i suoi voli pindarici. E' il dubbio che genera curiosità, non l'autocompiacimento. Quello, al contrario, genera copie.

Label: La Tempesta International

Voto: ◆◆◆

lunedì 4 maggio 2015

Capra - Sopra La Panca (Recensione)

"M’interessa vedere come un suono diverso possa far capire canzoni diverse,cosa succede quando non ci senti più, il buco nello stomaco ti fa venire in mente che sono passate cinque ore, cose che non vivevo da un po'"

Stiamo parlando di Capra, frontman dei Gazebo Penguins, e del suo disco da solista: si chiama Sopra la panca ed è in uscita per la cordata To lose la track / Garrincha Dischi ad Aprile.


Tematiche apparentemente molto leggere partendo da "Scaletta", una critica alla sua vita da routine, arrivando a "Galline", qualcosa di più di un semplice elenco delle bestie che vivono/potrebbero vivere in casa di Capra (per essere precisi "Un Lama", una capra tibetana, 8 gatti e 2 cani che mangiano come umani) offrono la possibilità di riflettere scandagliando il fondale del nostro io. Non fatevi ingannare dalla scelta delle parole, è solito scambiarle creando effetti dal punto di vista del significato e della fonetica. Efficaci gli interventi di Andrea Suriani (i Cani)alle tastiere e Pier Mattia Bardin (La PiovraIl Buio) alla batteria in grado di inglobare il sound dei Gazebo in un modo di suonare decisamente più maturo e pacato, una buona giocata ai fini del risultato decisamente interessante senza però rinunciare all'identità sonora della band. Un sound decisamente irrequieto, tanto da non concedere nemmeno un attimo di pausa: le tracce corrono come treni, è difficile tenerle a bada.

Tra piacevoli collaborazioni, a questo proposito ricordiamo quella di Jacopo dei Fine Before You Came in "Margherita di Savoia", una chicca non da poco, citazioni letterarie come in "Pierre Menard" a Borges, fino ad arrivare a "Reset" anagramma del nome della figlia di Capra che tratta l'essere padre, direi che non manca nulla, nemmeno la voce della mamma Agnese a fine brano.


L'habitat sonoro di Capra è il quotidiano, credo sia abbastanza palese, ma è la capacità di sintetizzare una visione più infantile ad una solidità adulta a conferire elasticità ad un lavoro scritto e registrato di fretta (precisamente dal 1 Novembre al 25 Dicembre 2014)ma che ha le dovute caratteristiche per esser suonato a ripetizione: 31 minuti di un buon punk-rock d'esperienza che potrebbero rappresentare la spinta per provare a far bene senza gli altri dei Gazebo Penguins.

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: To Lose La Track / Garrincha Dischi

lunedì 27 aprile 2015

Albedo – Metropolis (Recensione)

Siamo (quasi) sempre stati attirati dall'arroganza dei concept album. Di quelli che pontificano concetti e disegnano immaginari e vicende aperte davvero a ben poche interpretazioni o quesiti. Nei solchi di "Metropolis" questa supponenza da narrazione musicale cade in virtù di un obbiettivo più alto: porre al centro della storia la fragilità esistenziale dell'ascoltatore. In primo luogo, il quarto disco della band milanese è intriso di una delicata umiltà. Terribilmente terrena da reclamare un contatto umano in una città meccanica. Dal paradosso della metropoli solitaria nasce la comune storia di alienazione moderna. Isolati tra migliaia di persone alla ricerca di uno straccio di cuore di cui avvertire i battiti tra migliaia di sistole meccaniche, “Metropolis” ci sommerge di domande come un bambino di quattro anni nel pieno turbinio interrogativo dei “perché”. Ingabbiato in un futuro non molto lontano, è sul passo riflessivo degli interrogativi che il disco traccia il suo percorso tortuoso, ma limato da una capacità narrativa al massimo delle potenzialità, sospinta da una carica emotiva palpitante. Dalla vana speranza di un futuro migliore in città lontane (“Partenze”) all’escapismo proiettato verso mondi sconosciuti (“Astronauti”), fino alla disperata ricerca di calore umano e divino verso cui abbandonarsi (“Higgs”), da ricercare fra migliaia di visi anonimi inglobati da una logorante routine ("Replicante"). “Se l’universo è la risposta/qual è la domanda?”. Probabilmente una soluzione definitiva ai nostri quesiti esistenziali non la avremo mai, ma la maniera in cui “Metropolis” cerca continue conferme suona quanto mai umano e legittimo. Proiettato nel futuro, ma terribilmente attuale.

Scarica gratis l'album qui.

Voto: ◆◆◆◆
Label: Massive Arts/V4V

lunedì 20 aprile 2015

Metz - II (Recensione)

Dopo il grande successo del self-titled (leggi qui la nostra recensione) album di debutto pubblicato il 9 Ottobre 2012, il 5 Maggio 2015 ritornano a graffiare dai freddi ghiacci canadesi (Toronto, Ontario) i Metz, con il nuovo, secondo album intitolato, appunto, II. Il frontman Alex Edkins ha annunciato sul sito di Sub Pop:
I look at it like this. You start a band, just as something to do, because music’s what makes you tick, the thing you dream about and think about and that’s it. You never think that you’ll be able to do it all the time. But then, for some inexplicable reason, people actually listen and latch on and the band begins to take on new meaning. All of a sudden there are expectations and pressure, real or imagined, to change who you are. It was important to us, when making this record, not to give in to that pressure” ("La vedo così. Metti su un gruppo, giusto per fare qualcosa, perché la musica è ciò che ti fa sentire forte, la cosa che sogni, a cui pensi e fine. Non pensi mai che potresti essere capace di farlo per sempre. Ma poi, per qualche inspiegabile ragione, le persone in realtà ti ascoltano e si affezionano, e la band inizia a prendere un nuovo significato. All'improvviso ci sono aspettative e pressioni, reali o immaginarie, di cambiare quello che sei. Era importante per noi, nel creare questo disco, non cedere a quella pressione").
Una vera e propria dichiarazione di intenti sotto la lente del frontman, dunque, che attribuisce alla musica il senso di motore propulsore dei propri sogni che all'improvviso è diventata effettivamente realtà. Ecco che allora la situazione si complica: ci si sente quasi in debito nei confronti delle aspettative degli altri, che impongono di cambiare, di adattarsi al gusto del pubblico. I METZ invece hanno deciso di fare le cose a modo proprio, a quanto pare, perché è importante proseguire per la loro strada non cedendo a nessuna di quelle pressioni: il mondo della musica è una giungla, ma sono riusciti a sopravviverle con questo disco, e alla grande. Secondo l'etichetta, le dieci tracce di questo album, per un totale di 30 minuti di santa ragione, promette di essere "much heavier, darker, and sloppier” (più pesante, oscuro e disordinato); "i suoi toni lirici fungono da un tampone che argini anni di perdita e di dubbio, di contemplazione delle relazioni della band con la morte e il pianeta".
Edkins chiarifica ancora così su Sub Pop: “I consider myself a pretty massive pessimist, but a pessimist who knows how lucky he is. A lot of things in everyday life drive me crazy: how we relate to each other; how politics, media, technology, money and medication influence our lives. This band, in a lot of ways, is an outlet” ("Mi considero quasi un pessimista cosmico, ma un pessimista che sa quanto è stato fortunato. Moltissime cose nella vita di tutti i giorni mi fanno incazzare a morte: come ci relazioniamo l'uno con l'altro, come la politica, i media, la tecnologia, i soldi e la sanità influenzano le nostre vite. Questa band, in una miriade di modi, è uno sfogo"). È abbastanza evidente che i toni di questo album non scherzano affatto, come del resto già nel precedente, ma con qualche differenza. Qui nervosismo noise (di cui chiaro esempio sono i 35 secondi di Zzyxz) si unisce agli stop and go dell'hardcore (Eyes Peeled, IOU, Nervous System), continua ad avere delle chiare sonorità grunge (in particolare Acetate, Landfill, The Swimmer, Kickin a Can of Worms) nirvaniane (Bleach e Incesticide), rendendoli forse i più degni eredi della band di Seattle e non a caso scelti dalla stessa etichetta Sub Pop. La voce è forse più udibile e in prima linea rispetto all'album precente, di impronta Punk e targata Johnny Rotten (Spit You Out, Wait in Line), di lieve base Rock 'n Roll. Se vi piacciono i Nirvana e la perfetta pesantezza suonata in flanella, questo è l'album che fa per voi. E se pure dicono che il Grunge '90 è morto, siamo prontissimi alla sua resurrezione, che avverrà il 5 Maggio 2015 con II, dei METZ.

Voto: ◆◆◆
Label: Sub Pop

mercoledì 15 aprile 2015

Rome In Reverse - Loop And Reverse (Recensione)

Sono toscane, si sono spostate a Roma e si sono stabilizzate a Copenaghen. Questo il cammino delle Rome In Reverse a livello di distanze, quello musicale invece risente più del punto di arrivo che delle altre tappe (nome escluso ovviamente): c'è infatti nella musica di Antonella (voce, tastiera e campionamenti), Elena (chitarra) ed Ambra (visual artist nei live della band) qualcosa dell'algida atmosfera che ci si aspetta da un paese freddo come la Danimarca, acuito dalle atmosfere quasi prettamente elettroniche del progetto. Tanto freddo basterà a scaldare comunque i cuori?
Ad un primo ascolto, e non solo il primo per la verità, la risposta alla domanda posta sopra è stata decisamente negativa. Troppo standardizzato il registro dei 10 pezzi che compongono questo Loop And Reverse per riuscire ad infondere sensazioni di spicco, troppo monocorde la voce di Antonella per riuscire a riscaldare l'atmosfera che si viene a creare. Brani come “Be The Sun” da questo punto di vista non aiutano, visto che è probabilmente il brano che meno lascia scaturire un'ariosità che, ascolto dopo ascolto, emerge fra le pieghe del disco: sono brani come “In The Middle” e “Slowly” (ottima la virata più articolata e “suonata” nella seconda parte di quest'ultima) a lasciare intravedere qualche raggio di sole in un quadro altrimenti esageratamente asettico, in cui il minimalismo sonoro diventa una croce più che un vanto. Ben vengano quindi gli inserti che ogni tanto variano il quadro generale, come il basso che aiuta a dare incisività al finale della conclusiva “The Light Is Coming Up” o la struttura che alterna momenti di vuoto a ritmiche accattivanti dell'azzeccata “I'm Here But You Don't See Me”, brano in cui anche per un utilizzo più sussurrato e sensuale della voce emergono parentele con le atmosfere lisergiche delle Warpaint più minimali...un'associazione che viene spontaneo fare anche dopo l'ascolto della luminosa “Loverdose”. Non convincono granché invece i singoli estratti dal disco, ma se “I Have Your Smell” conserva un po' di fascino col suo lento progredire “I Want Your Love”, di contro, rappresenta uno degli episodi in cui il gelo elettronico stoppa qualsiasi tipo di empatia musicale.

Mescolando il trip-hop con ariosità più vicine a rarefazioni shoegaze le Rome In Reverse riescono a creare un sound piuttosto personale ma ancora acerbo, incapace di coinvolgere emotivamente in troppi episodi e con una voce che, pur piacevole, non riesce a risultare un elemento di spicco come sarebbe necessario: vedremo se in futuro le tre ragazze riusciranno a portare una dose maggiore di calore nostrano nelle fredde lande danesi.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Autoproduzione



venerdì 10 aprile 2015

Il Vuoto Elettrico - Virale (Recensione)

Disco d'esordio per Il Vuoto Elettrico, gruppo bergamasco che prende il nome da un album dei Six Minute War Madness e che con Virale non fa niente per nascondere quali siano le coordinate musicali: noise ed una punta di post hardcore, fra la band che omaggiano nel nome e gente tipo gli One Dimensional Man, giusto per rimanere in ambito italico.
La title track si rivela niente più che un incipit strumentale (o meglio rumoristico), ma lascia presto spazio alla cattiveria delle chitarre ed alle urla di Paolo Topa che emergono da “Il Ruolo Del Perdono”. E' proprio il vocalist il lato più caratteristico della band, sia nel bene che nel male: alternativamente sommerso dagli strumenti mentre strepita o impegnato a declamare al di sopra degli stessi i suoi testi crudi e disagiati Paolo viaggia per l'album come una scheggia impazzita, simile nella sua isteria a quanto sentito nei 3 Fingers Guitar (licenziati sempre da DreaminGorilla) ma con la stessa tendenza ad un'esagerazione che a volte stona col sottofondo sonoro. Non convincono l'eccessiva vena recitativa che butta fuori in “Il Tuo Ego, Il Mio Crollo” (canzone dal piacevole sentore di Marlene Kuntz), la decisione di coprire eccessivamente le sue urla rabbiose in “Le Lacrime Di Dio” come di dare invece maggiori risalto a quelle meno convincenti che si appoggiano sulle note di “Cibolesbico” o “Il Labirinto Di Cani”...ma quando azzecca le parole è proprio la voce a risultare l'elemento in più in grado di dare risalto a brani come la cupa ed incalzante “Arianna Tace” (in cui la pecca è forse solo quella di limitarsi a ripetere le frasi come un mantra piuttosto che espandere l'interessante incipit) o “Asso Di Spade”, una storia di disperazione dai toni vagamente noir magistralmente veicolata dal sottofondo ossessivo che si sfoga nel finale in una esplosione noise di chitarre e synth impazziti: senza dubbio il brano migliore del lotto. Anche musicalmente vi sono luci ed ombre, visto che brani come “Il Ruolo Del Perdono” o “Le Lacrime Di Dio” non spiccano per fantasia creativa, ed esperimenti come le influenze post punk che permeano “Il Labirinto Di Cani” convincono solo a metà; meglio sicuramente il lento dipanarsi fra accelerazioni improvvise e parti di noise spinto della conclusiva “Jean”, ed un plauso va alla versione trasfigurata ed efficacissima di quella “Emilia Paranoica” resa più malevola ed inquietante di quanto il buon Ferretti non riuscisse a fare ormai 30 e passa anni fa (merito anche dell'aiuto vocale di Manuel Cristiano Rastaldi dei Zidima).

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando il noise ha cominciato a fare proseliti nella nostra penisola, ma tutta questa acqua non rende gli Il Vuoto Elettrico banali nella loro proposta: è la mancanza di una direzione coerente quella che spiazza, come se la band bergamasca avesse voluto provare tante soluzioni diverse nell'indecisione della direzione verso cui puntare. Rimangono impressi alcuni episodi folgoranti, quelli da cui mi auguro ripartano per un nuovo capitolo meno ondivago e, almeno vocalmente, meno afflitto da eccessi di protagonismo spesso poco efficaci. Un plauso infine alla cover del disco, inquietante ed affascinante allo stesso tempo.


Label: DreaminGorilla

Voto: ◆◆◆◇◇







giovedì 9 aprile 2015

Ronin - Adagio Furioso (Recensione)

I Ronin tornano due anni e mezzo dopo Fenice, questa volta però Adagio Furioso: un rock strumentale mutevole e caldo, la descrizione di ciò che ci circonda per mezzo di chitarre cristalline e fluide.
Una band che sin dagli esordi nel lontano 1999 dimostra le proprie capacità, propone un disco decisamente omogeneo: ogni traccia gioca un ruolo importante senza però prevaricare sull'altra, mantenendo sempre alto il livello del disco, evitando quindi di emergere pericolosamente.

"Far Out" è resa straordinariamente interessante dalla voce di Francesca Amati, co-autrice del brano insieme all'ex chitarrista Nicola Ratti, alle prese con una personale interpretazione canora in grado di fornire al brano un non so che di internazionale. Ma è "Ravenna" la vincitrice del concorso "la più bella del disco": qualcosa mi ricorda la soundtrack di Pulp Fiction. Non a caso parliamo di una band che ha sempre dimostrato una certa attitudine cinefila, un amore nei confronti del Cinema d'autore.

Il tutto si svolge descrivendo una quiete quasi innaturale, dinamica e robusta: impossibile rimanere immobili dinanzi un ritmo trascinante e fedele alle sonorità rock d'oltreoceano. E bene si: di italiano c'è ben poco, sarà per questo motivo che non scalerà mai una classifica del nostro Paese. Quel che interessa a noi però è la validità di un prodotto che rimane sulle sue, senza strafare, evitando voli pindarici e virtuosismi vari.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Santeria /Tannen

 
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