venerdì 5 febbraio 2016

The Three Blind Mice - The Chosen One (Recensione)

Cercando Three Blind Mice su wikipedia viene fuori di tutto. Una nursery rhyme, racconti di Agatha Christie, album ed etichette jazz, perfino qualcosa di Brian Wilson dei Beach Boys. Tutti specchietti per le allodole, giacché gli occhi dei The Three Blind Mice sono rivolti alla frontiera, che sia quella statunitense o quella, meno reclamizzata ma ugualmente suggestiva, dell’outback australiano. Calexico e Nick Cave infatti i primi nomi che vengono messi a paragone con questa band italiana emigrata in Germania, il cui percorso musicale iniziato nel 2009 resta sì debitore verso i maestri ma, mischiando blues, country e post punk, trova comunque una strada personale all’interno del panorama musicale.
L’inizio con River Of No Return è sicuramente la miglior cartolina possibile. Tensione palpabile fin dalle prime note, con la voce ombrosa di Manuel Scalia perfettamente a suo agio su quelle tinte cupe, la canzone di apertura è un perfetto congegno ad orologeria in cui basso e batteria viaggiano all’unisono aspettando ansiosi che una chitarra impazzita deflagri nei momenti giusti e che la voce si impenni fino all’aggiunta dei cori nel finale. Non è l’unico episodio dell’album a vantare una costruzione così abile, basta saltare a Berlin Blues e al suo incedere lento e sofferente (a cui dà una grossa mano l’armonica) che riesce a trovare piena espressione nel minuto scarso in cui le distorsioni si permetono di alzare la voce, o direttamente alla conclusiva Gospel Train, dove una leggiadra voce femminile duetta con Manuel su strofe dense di immagini da Far West e ritornelli scarni dal respiro epico. Sono questi gli episodi migliori di un album di cui non si discute la qualità, sempre alta, quanto l’ispirazione altalenante: Ring Song stoppa in maniera meno efficace della traccia conclusiva una strofa westerneggiante con ritornelli lenti e mal amalgamati, Wine Song è una cupa ballad a cui solo qualche rada nota di piano concede un po’ di personalità, Sailor Song si lancia nel country più scarno e rurale senza destare però emozioni come in altri pezzi. Il mestiere è però dalla loro parte, ed è per questo che funzionano invece altri brani come We’re Strangers, dove il mood country melodico dei ritornelli viene controbilanciato da un andamento sincopatico che rende piacevole l’ascolto, o Neon Lights, che stacca notevolmente dalle atmosfere polverose del resto del disco per proiettarci negli anni 80 con un basso rotondo ed un incedere dolce ed ammiccante che ricorda i Roxy Music. Buona la prova anche nella cover di Lee Hazlwood The Night Before, in cui il suono si fa più roccioso senza arrivare però alle vette toccate con la traccia d’apertura.
The Chosen One è un ottimo album, che colpisce a fondo in specifici momenti e riesce con abilità ad uscire a testa alta anche dai momenti meno intensi. Forse un po’ al di sotto del voto in calce, ma di sicuro meritevoli di più che una risicata sufficienza, vista l’abilità con cui sono riusciti in pochi anni a creare un suono personale e dal marcato accento internazionale. Col passare degli ascolti vien sempre più la curiosità di vedere come e se riusciranno a portare tanto pathos anche dal vivo, staremo a vedere.

Label: Pale Music

Voto: ◆◆◆



venerdì 22 gennaio 2016

Blessed Child Opera - The Devil And The Ghosts Dissolved (Recensione)

A cadenza quasi biennale Paolo Messere con i suoi Blessed Child Opera ci fa arrivare nuove “notizie”.
Quest’anno festeggia i 3 lustri di onorata attività con un altro atto, il settimo, di una carriera che lo ha visto sempre protagonista della musica alternativa italiana, nella quale ha ricevuto critiche sempre (molto) positive.
In questo altro significativo capitolo della sua storia Paolo fa praticamente tutto da solo, facendosi accompagnare alla batteria da Matteo Dossena ed alla voce da Valeria Sorce.
Un album dal respiro internazionale, tant’è che prima dell’uscita sul suolo patrio, è stato pubblicato all’estero, USA inclusi, dove i BCO (oltre Paolo alla voce e chitarra, ci sono Salvo Ladduca, chitarre, Carlo Natoli, basso, Matteo Anelli, batteria) voleranno agli inizi di Aprile per una tourneè.
Un paio di anni fa, avevamo lasciato Paolo nel più oscuro dei mari, dove nuotava accompagnato dall’inquietudine dei suoi testi e di fantasmi, che paiono ora dissolversi, almeno in parte, nella  nuova opera, così come suggerisce il titolo.
L’aria che si respira complessivamente in The Devil And The Ghosts Dissolved sembra meno “satura” che in precedenza.
Certo, l’incedere claustrofobico presente in molte delle canzoni della storia precedente lo si può ritrovare in apertura con We Can’t Be Rivals of God che sembra uscita da qualche session del deserto e si dipana drammaticamente con l’apporto insostituibile della vocalità di Valeria Sorce che segna in maniera indelebile uno dei punti più alti dell’intera opera del musicista partenopeo.
Poi, però, il disco continua in un’altalena di chiaroscuri emozionali fino alla conclusiva, “bucolica” I Know Everything,  con l’iniziale fingerpicking, “confuso” con un vociare indistinguibile, che confluisce nella parte finale full band.
Nel mezzo, tra le migliori, l’incedere altrettanto drammatico di Mother, il falsetto con inflessioni Yorkeane in The Despair Like A Trail, il tentativo “mainstream” di There’s Too Much Noise, con il suo accattivante ritornello che ci si può ritrovare a canticchiare, X-Star con la sua intro (curiosamente) elettronica, oppure ancora il canto indolente di Painted Horses.
Insomma Paolo continua con i BCO a dipingere la sua tela musicale in maniera sempre personale e più che convincente, fornendoci ancora una volta la prova della sua arte musicale.
Come dice in un suo altro brano, “sembra che non ci sia ritorno”.
Infatti Paolo c’è solo da andare avanti e noi saremo ancora con te.


Voto: ◆◆◆
Label: Seahorse Records



venerdì 15 gennaio 2016

La Via Degli Astronauti - Dietro Ogni Memoria (Recensione)

La Via Degli Astronauti è il nome di una band nata cinque anni fa in uno scantinato della provincia di Caserta sotto metri di polvere e terra, da un'idea di Raffaele (batteria) e Antonio (basso) con in mente i Massimo Volume e gli Shellac. Con l'arrivo di Luigi (chitarra) e poi Mario (voce), le cose sono gradualmente cambiate per evolversi in qualcosa di totalmente diverso e di nuovo, così nuovo per l'epoca che oggi non ci credereste mai, dato che il genere si è diffuso capillarmente in Italia. Loro stessi all'inizio non ci hanno creduto fin quando Mike Watt dei Minutemen passò nel suo programma radiofonico The Watt from Pedro Show un loro pezzo, che li ha incoraggiati ad esporsi alla luce del sole napoletano, fatto quasi esclusivamente da cover bands e Brit Pop a manetta.  Primo lavoro fu una demo registrata dal bassista solo 16enne, seguita dall'EP Storie per Fallo Dischi, etichetta indipendente fondata nel frattempo da Mario con un amico. Dopo qualche tempo Raffaele e Antonio abbandonano La Via, ma il progetto continua con Willy alla batteria e Daniele al basso, componendo l'attuale formazione. Il gruppo descrive il suo disco così:

Dietro ogni memoria è il primo LP de La Via degli Astronauti, a 5 anni di distanza dall’ep Storie. È quindi un disco di memorie, nato innanzitutto dalla profonda esigenza di documentare l’intensa attività live di questi anni, con tutto quello che ci è ruotato attorno: successi e delusioni, sbornie e notti bianche, amori e litigi.
In questo senso Dietro ogni memoria non vuole essere l’esordio di una band emergente, ma una testimonianza di ciò che è (e speriamo continui a essere) un’intera Scena, fatta di persone, luoghi e sensazioni, così come l’abbiamo vissuta noi.
Le tracce non seguono l’ordine in cui sono state composte, ma quello in cui vengono suonate dal vivo perché è quella la nostra dimensione, perché il punk non va ascoltato in salotto ma respirato, ai concerti, nei locali troppo piccoli e affollati, insieme alla puzza di sudore e sigarette.
Noi crediamo che musica e vita si intreccino, e un disco è ciò che nasce da questa unione.
Questo disco, insomma, si doveva fare. È stato un'esigenza, è nato dalla necessità di mettere un punto fermo alle Storie di quattro ragazzi intrecciate a quelle di molti altri, perché col senno di poi acquistino un senso nuovo, che quando vivi in prima persona e nel presente non si può cogliere. Sono dei ragazzi che hanno visto dal nulla crescere qualcosa intorno a sé, con una spinta propulsiva che ha portato alla formazione di sempre più band con intenti più o meno comuni, quello di dire qualcosa di sé, di un amore ormai consunto dal tempo e dalle delusioni, della propria esistenza in un posto che non tutti vedono con gli stessi occhi di chi ci vive.
Musicalmente il disco comprende 12 tracce di post-hardcore storto e sclerotico, senza soste. La voce risuona di (primo) Il Teatro degli Orrori, Kina e Negazione per volumi e modo di cantare, che alterna parlato, cantato e scream. Le chitarre si spingono al limite della dissonanza (Nuvolablu) e i ritmi sono martellanti e decisi, facendo di basso e batteria un'unico bastone da combattimento compreso tra At The Drive In e The Jesus Lizard per pesantezza e impatto. Una bomba atomica. Lasciatevi contagiare dal puzzo di sigaretta e sudore dei concerti che traspare dalle atmosfere di questo disco. Solo per veri maschioni.

Voto: ◆◆◆
Label: CONTROCANTI, Cheap Talks, CBC Records, Sciroppo Dischi, SULLE DITA



martedì 12 gennaio 2016

GueRRRa - Soprusi (Recensione)

Di concept album me ne sono capitati molti fra le mani e/o le orecchie (che nell’era del digitale non tutto passa per forza dal supporto fisico), pure di strumentali, e così a memoria mi torna in mente Eve degli Ufomammut. Nessuno aveva però un concetto di fondo articolato come questo secondo disco dei GueRRRa, duo di Terni che con Soprusi cerca di rendere giustizia, anche solo musicalmente, ad alcuni personaggi storici che hanno visto il loro pensiero o la loro persona osteggiati, quando non sono stati barbaramente uccisi. Dall’atroce assassinio della pensatrice ellenica Ipazia D’Alessandria alla tragica fine dell’artista concettuale odierna Pippa Bacca, da geni riconosciuti ma osteggiati per le loro vite fuori dai canoni come Alan Turing e Nikola Tesla al misconosciuto Filoteo Alberini, l’inventore del cinema privato della scoperta a causa di intoppi burocratici nella depositazione del brevetto. A voi il piacevole compito di approfondire le storie affascinanti di questi personaggi, a me quello più complicato di rispondere ad una questione: bastano una chitarra ed una batteria, perse nei meandri del math rock, a dare un senso a questo incipit meritevole?
Se prendiamo un pezzo come Alan Turing la risposta è un entusiastico SI’. Col suo ripetuto rumore di fondo a base di tasti premuti in maniera convulsa, una vena elettronica esasperata e l’atmosfera ben più dilatata di quanto accada nel resto dei brani, che li avvicina quasi al doom psichedelico, il pezzo funziona alla grande e restituisce in maniera chiara l’angoscia di una vita difficile, ben veicolata anche grazie al finale ben più massiccio e distorto. Altrettanto fuori dai canoni è la conclusiva Maria Soledad Rosas, lirica ed ariosa con inserti di fiati efficaci, ed è un ascolto sicuramente piacevole anche se più difficile da incastonare nel percorso di vita di una donna ingiustamente incarcerata per attentati in Val di Susa e lì morta suicida. Dopotutto è difficile riuscire a capire quale sia la molla che fa accomunare note e persone a Marco Stentella (chitarra/midi) e Giulio Marconi (batteria), e sarebbe un modo probabilmente ingiusto di valutare l’efficacia del disco: è innegabile infatti che il ritmo in continua mutazione ed i riff chitarristici che oscillano fra distorsioni e digressioni dal gustoso sapore jazz dell’iniziale Ipazia D’Alessandria siano efficaci, così com’è affascinante l’oscurità dei momenti meno jazzistici di Max Stirner, forse troppo divagante ma non certo noiosa. Risulta più ostico invece l’ascolto di Giordano Bruno, fra stop & go continui e fraseggi chitarristici che non riescono a veicolare efficacemente il brano verso un finale più compatto e distorto, un’immagine di esagerata confusione sonora che scaturisce anche dalla convulsa Pippa Bacca: va molto meglio con Nikola Tesla, in cui un riff claustrofobico viene riproposto a rotazione con ritmi sempre diversi che lo rendono ogni volta fresco, o con La Scimmia, in cui il ritmo generale impresso dalla batteria regge per intensità il gioco del rimpallo chitarristico fra fraseggi pultiti e distorti, mentre Filoteo Alberini funziona meglio nei suoi momenti jazzistici iniziali che dal momento in cui prendono piede le distorsioni con l’illusorio rallentamento a metà brano.
Riuscire a trovare un connubio fra le note sparse a profusione in questo Soprusi ed i personaggi di cui le canzoni stesse si fanno portavoce è arduo, ma lo stesso discorso lo si potrebbe fare per il disco che citavo nel cappello introduttivo. Al di là di questo l’ascolto rimane comunque piacevole, compatto nei suoni e con qualche licenza sonora che risulta a conti fatti la ciliegina sulla torta, tant’è che Alan Turing e Maria Soledad Rosas sono a distanza di giorni i brani che ascolto più volentieri: la tendenza a voler strafare, tipica più dell’anima jazz che permea la musica dei GueRRRa che di quella math, mi porta a propendere più per le tre che per le quattro stelle, ma come spesso mi capita il voto in calce è riduttivo per dare l’idea del valore di un album che riesce a dare spunti che vanno anche al di là di quelli prettamente musicali.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Kaspar House/Cave Canem DIY


giovedì 17 dicembre 2015

Calcutta - Mainstream (Recensione)

“Il nuovo cantautorato italiano” a parere dello scrivente è una delle peggiori piaghe musicali degli ultimi anni, nemmeno troppo ultimi se ci pensiamo. Se gli anni ’90 sono stati un tentativo del tutto fallito di dare una via più internazionale alla musica "alternativa" in italia, gli anni 2000 hanno immediatamente ristabilito le proporzioni, a far bella musica in italia non c’è gusto, tanto bastano quattro parole in croce con sotteso amoroso/politico e una chitarra acustica e il gioco è fatto, tolto il dente, tolto il dolore.

Non parliamo poi della nuova leva, quella che alle chitarre ha sostituito i synth, non cambia nulla.
Di base il cantautorato non sarebbe poi così male, a patto che chi ci si mette sappia scrivere le canzoni, ecco, il problema sono le canzoni, che non ci sono, quasi mai.
Quasi perché a volte succede che qualcuno che qualcuno con un po’ di talento si prenda la briga di metterlo in versi, questo sembra il caso di un cantautore di Latina, Calcutta, che sembra voler ridare dignità ad un genere in balia del niente.

Non conoscevo Calcutta prima di Mainstream, non avevo ascoltato i suoi primi lavori “chitarra e voce” (da recuperare vista la vena psycho e il talento compositivo) quindi non sono prevenuto, non sono dilaniato dall'atroce dilemma di aver conosciuto l'autore prima della svolta "commerciale, ho ascoltato e basta, ho aspettato e mi sono innamorato.
Dicevamo, fare il cantautore non può essere esercizio di stile sul niente, troppi sono i maestri di genere che lo hanno insegnato, troppi cadaveri che si rigirano nelle loro bare.
Calcutta prende, finalmente, a piene mani dall’enorme archivio POP italiano e ci costruisce un capolavoro di immane valore recuperativo.

Il cantautorato italiano non si è estinto con i cantautori anni ’70, non è stato solo le ballate Dylaniane di De Gregori non è stato solo l’impegno a prescindere Guccini o il ritmato esistenzialismo di Gaetano, e sopratutto non è stata la "poesia politica" di De Andrè, ma è stato, soprattutto l’elettropop di inizio ‘80 del Battisti che cambia pelle, del Caputo più classico, dei capolavori assoluti e inarrivabili dei tardi anni settanta di Lucio Dalla. Il cantautorato POP è stato classicità e si è evoluto.
Nelle dinamiche del disco di Calcutta si trovano tutte le caratteristiche del cantautorato di cui sopra, anche grazie alla produzione in punta di piedi, che non distoglie né distrugge, ma anzi lascia ampia libertà alla penna del ragazzo di Latina, di Niccolò Contessa Deus Ex Machina de “I cani” perfettamente a suo agio nel produrre un disco dalle spiccate qualità pop, orecchiabile e che suona come dovrebbe suonare.

Il disco si apre con la stupenda “Gaetano” un ricordo per una città che del cantautorato è stata capitale, Bologna. Ritornello che si appiccica in testa, liriche naif, arrangiamenti minimali, ma idonei a sostenerne la forza emotiva, perfetta apertura.

“Cosa mi manchi a fare” è una canzone d’amore che declina il genere nel modo più perfetto,il testo, mai banale – il che essendo un pezzo che parla del rapporto a rotoli con una figa già è cosa enorme – raggiunge delle vette di bellezza nella sua semplicità assolutamente disarmanti “dovrò soltanto re imparare a camminare, se non ci sei tu” Non so se vi è mai capitato di essere lasciati, ecco, i mesi dopo sono quella roba li, re imparare a camminare, riabilitazione.

Dopo un intermezzo che sembra più un modo per far passare qualche secondo altrimenti il disco durerebbe troppo poco, arriva uno dei capolavori del disco “Milano” una sofferta ballata di immensa tristezza e di struggente bellezza che ricorda le produzioni di inizio anni ’90 di Luca Carboni, l’ultimo grande cantautore dimenticato da tutti, da tutti tranne Calcutta che si prende il merito di avere riacceso in me il culto, da molto sopito, per il Bolognese.

Anche “Limonata” rimane sulle stesse direzioni, si lascia ascoltare in attesa dell’altro grande pezzo di questo disco “Frosinone” è il miglior Venditti degli ultimi trent' anni, anche qui la produzione esalta l’aspetto più "popolare" del pezzo, gli affezionati al vecchio Calcutta già si ribellano perché pare abbia perso la sua vena malata e trasformista, me ne faccio una ragione.

"Del Verde" è ancora un pezzo venato di malinconia e sentimento, che fa il pari con la delicato pezzo di chiusura “Le Barche” bizzarra, per chi scrive, gincana tra Latina e Peschiera del Garda, le montagne russe e prezzemolo, Lazzise è li attaccato.

Finalmente il pop messo al suo posto trattato come si deve, POP non significa solo banale produzione e testi lobotomizzati, il POP aveva ed ha una dignità che finalmente Calcutta sembra potergli ridare.

Voto: 
Label: Bomba Dischi/Pot Pot Records

martedì 1 dicembre 2015

Oslo Tapes - Tango Kalashnikov (Recensione)

Passati ormai due anni, ecco che con grande forza e nomi a lui già cari, ritorna  il trio che ci aveva lasciato con "un cuore in pasto a pesci…"

Gli Oslo Tapes, prodotti e seguiti anche questa volta da Amaury Cambuzat, (Ulan Bator/Faust) ci regalano in questa fine anno, con largo anticipo dunque, un nuovo lavoro, come sempre ricco di partecipazioni e colpi di scena.

“Tango Kalashnikov”: dieci tracce che “sparate” nelle cuffie riusciranno a descrivere, in modo chiaro e impetuoso, il viaggio che Campitelli & Co. hanno deciso di intraprendere. Un viaggio come sempre con una matrice impro, ma anche “intro”.
E come il tango, anche il loro lavoro sembra essere caratterizzato da una vena introspettiva e di profondo intimismo. Un album che impone di esplorare la profondità delle sensazioni percepite.
Si parte dunque, dalla passione intensa di “Golgota”, un brano che dà il via a un’emozione dirompente,  destinata a crescere vorticosamente nelle tracce successive, fino a sfociare nei ritmi sempre più veloci e intricati di  “Ossa” e “Metelkova”,  per poi smorzarsi nuovamente nella fase finale, quella più riflessiva, aperta da “Tango Kalashnikov” e “Nord”.

Ascolteremo tracce in cui il battito delle percussioni si unirà a quello di ospiti come Umberto Palazzo (Santo Niente), Pat Moonchy, Andrea Angelucci (Marco Parente), Sergio Pomante (Captain Mantell) e Francesco D’Elia, dando vita a una vera miscela esplosiva, in cui ritmi forti, momenti di recitazione e di grande musicalità, ci faranno capire che si tratta di un insieme eterogeneo di canzoni, che propongono idee e stati d’animo distinti, a riprova che gli OT sanno intraprendere un magico processo creativo.
Un disco, dunque, caratterizzato da un impulsivo e frenetico equilibrio tra ordine e anarchia che, nonostante la diversità dei personaggi che lo animano, riesce a condurci verso un inequivocabile avant rock.

Non si capisce se gli OT con questa nuova “arma”  abbiano deciso di attaccare o  di difendersi, l’unica cosa certa è che “Tango Kalashnikov”, grazie al suo carattere deciso e privo di schemi ripetitivi, ci regalerà momenti di assoluta libertà.
Attimi in cui la melodia si tradurrà in libera emozione.

Voto: ◆◆◆◆◇

Labels :  DeAmbula Records | Dreamin Gorilla Records|Riff Records  | Toten Schwan Records | Ridens Records | Santa Valvola Records


mercoledì 25 novembre 2015

Intercity - Amur (Recensione)

Oggi inizierò parlando della mia autoradio. Sapete, quella cosa con cui si ascoltano i dischi in macchina, residuato bellico per chi ormai si compra una macchina nuova da qualche anno a questa parte visto che c’è il computer di bordo. L’autoradio me l’hanno fregata due volte, ho rischiato anche che me la fregassero una terza ma i simpatici ladruncoli che mi hanno aperto la Uno si sono accontentati di uno zaino con le mie mutande (non crediate di essere al sicuro voi tecnologicamente avanzati, fregano anche i computer di bordo, ad un mio amico è successo). Ora non ho più una Uno ma una fantastica Seat Ibiza, bicolore perché sono andato in culo ad uno e con una fiancata rigata per vari motivi (non ultimo il cancello della ditta dove lavoro che ha cercato di entrarmi in macchina), ma visto che i computer di bordo dieci anni fa erano ancora una cosa costosa ho sempre un’autoradio, però con la chiavetta usb. Ora, cosa c’entra tutto questo con gli Intercity? Cosa hanno fatto di male per meritare un cappello introduttivo così idiota? In realtà hanno fatto solo del bene, e lo shuffle in macchina ha fatto bene a loro: perché Amur è un album fra i migliori ascoltati in tutto l’anno, ma ad attirarmi particolarmente è stato il fatto che fra tutte le canzoni che poteva scegliere la mia autoradio da far partire a caso ha scelto Teatro Sociale e Kyoto, probabilmente le migliori del lotto.
La storia degli Intercity parte da lontano ed è stato con un certo stupore che ho scoperto il loro legame diretto con gli Edwood, gruppo ascolticchiato negli anni 2000 di cui ho sempre adorato il nome (se non sapete da cosa deriva non siete degli appassionati di cinema trash d’annata come il sottoscritto). Una bella rivoluzione è intercorsa dal precedente Yu Hu, tanto che solo la base storica dei fratelli Campetti (Fabio voce e chitarra, Marco all’altra chitarra) è rimasta a tenere alta la bandiera: ecco così che, pur mantenedo un legame col passato tenuto saldo soprattutto dalla voce pacata di Fabio, si trovano strade nuove che passano soprattutto dal violino di Giulia Mabellini. E’ infatti questo l’elemento che più mi ha colpito, inserito negli arrangiamenti in maniera precisa e funzionale, non un orpello estetico messo lì per fare numero (mi è capitato di sentire band che lo fanno, fidatevi) ma un elemento essenziale afruttato tanto bene quanto non mi capitava di sentire da quando mi capitò fra le mani il secondo disco degli Io? Drama. E’ anche grazie al suo apporto che momenti più zoppicanti come la ripetitiva Tu acquistano più valore, o che episodi già di per sè validi come la già citata Kyoto assumono, nei ritornelli, una valenza emozionale quasi commovente. E questo è solo uno dei pregi del disco.
Perché, violino o no, Amur è pieno zeppo di bei pezzi. Prendi il ritmo in levare di Reggae Song, che tutto porta alla mente con la sua atmosfera nostalgica tranne che le assolate spiagge caraibiche (“nuovi Don Chischotte ascoltano reggae”, pur nella sua stranezza, è una frase che mi metto a cantare ogni volta che la sento), la carica elettrica esasperata dal basso distorto e dalle voci confuse di Cavallo, l’andamento in crescendo continuo di Teatro Sociale, la malinconia palpabile di Amur, la grinta dei ritornelli di A...gli esempi positivi sono talmente tanti che si fa prima a dire cosa non funziona. Il finale fin troppo morbido con Le Avanguardie, ad esempio, un modo di concludere il disco che lascia un poco l’amaro in bocca, o l’esagerazione in qualche caso di effetti sulla voce che rendono confuse le linee vocali (Cavallo, particolarmente nei ritornelli, ne è l’esempio più lampante, ma anche le doppie voci dell’iniziale Un Cielo Cinghiale nella seconda parte presentano marcatamente lo stesso difetto, spiacevole dal punto di vista della comprensione dei testi ma assolutamente efficace come carica adrenalinica): la voce di Fabio, invece, funziona ottimamente col suo tono naif fra un Bianconi ed un Colapesce, riuscendo abilmente a variare intensità fra le note acute dei ritornelli di Indiani Apache, il tono mellifluo di Amur e la grinta sfoggiata ad esempio in Cavallo e nei ritornelli di A.

Parlando ieri con un ragazzo conosciuto ad un concerto ricordavo una recensione, scritta un paio d’anni fa, dove mi “lamentavo” di un disco dicendo che era un peccato che mi fossi già giocato l’album dell’anno a gennaio. Amur arriva invece come la lieta sorpresa di fine anno, ed è valsa la pena che le mie orecchie attendessero tanto per goderne: arrangiamenti ottimi, varietà musicale che non pregiudica l’improsi di uno stile personale, liriche accattivanti che, pur con qualità altalenante, ti entrano subito in testa senza volerne uscire. Mi gioco le cinque stelle perché, rileggendo quanto scritto, mi accorgo che non ho potuto dire molte volte negli ultimi anni le stesse cose di un disco, e me ne compiaccio molto.

Voto: 
Label: Orso Polare Dischi



domenica 22 novembre 2015

Esterina - Dio Ti Salvi (Recensione)

Due anni di attesa e gli Esterina riemergono di nuovo dal quel bosco oscuro dove meditano, creano, trascorrono le loro oscure esistenze e si guardano continuamente indietro. Sono sempre alla ricerca di un senso da dare alle esperienze di vita, al vuoto quotidiano. Lo fanno dipingendo ritratti dalle tonalità variopinte ma calde, con le sfumature più scure.
"Dio ti salvi" è questo ma anche molto di più: da Pantaloni corti, brano iniziale, si percepisce subito la fluidità musicale della band, che dimostra una maturità artistica notevole rispetto ai lavori precedenti. Il sound è un insieme di immagini ricche di dettagli e di particolari raffinati, come nella title-track Dio ti salvi, uno dei brani più riusciti. Melodie orecchiabili e ritmiche essenzialmente pop-rock invadono le atmosfere di  Puta e Stanno tutti bene, due racconti di vita, frammenti di esistenze che fanno parte di ogni giorno, in ogni mondo La voce profonda, oscura, in grado di mostrare allo stesso tempo la chiarezza dei messaggi, sono alla base di tracce come Canzonetta, Sovrapporre, Mutande, prima di abbandonarsi al malinconico finale di Fabula sangue.

"Dio Ti Salvi" è un disco poetico, vero, ma sopratutto è un lavoro intimo, in grado di captare con lucidità i segnali dell'io e rivelarli attraverso la musica e le parole con un carisma da brividi.

Label: Goodfellas

Voto: ◆◆◆◇◇

 
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