lunedì 26 gennaio 2015

Verdena - Endkadenz vol.1 (Recensione)

Eccoci qui. Di nuovo. L’hanno fatto un'altra volta, e più grande del precedente. I Verdena, oggi, sono un’entità inafferrabile. Non la tieni ferma. Come quel “pesce” difficile da bloccare, perché lo protegge il mare. Ecco, il primo volume di Endkadenz gioca sporco sul campo irregolare dell’imprevedibilità. Così come il termine che gli dà il titolo, il sesto capitolo nella saga della band bergamasca è un tuffo di testa nel timpano a suggello di un’opera sinfonica. Maledettamente austero, nei suoni e nelle soluzioni, Endkadenz reclama attenzione a gran voce. Riavvicina all’esperienza di ascolto attento e ponderato, proprio nel momento dell’impalpabilità musicale che ci attanaglia. Coraggio e incoscienza da vendere, confezionati tramite un orgogliosa autoproduzione. Asperità vocali impastate a contrappunti strumentali, bypassate attraverso un aria satura di fuzz, in modo da costruire stratificazioni aspre e dissonanti innalzate sull’altare di ottave sintetiche. Materiale grezzo sacrificato in onore di una nobiltà lo-fi. Posseduto da un’enfasi esagerata che aleggia in tutto il disco, alterando soluzioni dissonanti in fede di una visceralità profondissima. Studiata nel minimo dettaglio, eppure pulsante di grezza e materica attitudine. Anima Latina e propulsione psichedelica. I Flaming Lips che incontrano Battisti nel ventre profondo dell’abisso fuzz. In Endkadenz tutto è saturo, ma mitigato da un senso di pienezza sonora mai raggiunto fino ad ora dalla band italiana, in cui voci e strumenti sono uniti dal comune fine di destrutturazione corale. Distruggere per costruire una raccolta di canzoni dal raggio d’azione sempre più ampio. Endkadenz fa letteralmente a pezzi la carriera dei Verdena, rimettendola assieme per donarle un apparente senso logico. Eppure, il loro valore intrinseco è tutto racchiuso in questo disco, in cui ogni brano è la summa della miscela espressa dalla band nei suoi sedici anni di militanza in evoluzione costante. Nel caos ammaestrato all’unisono a suon di bordoni fuzz (le tremanti atmosfere di “Rilievo” corredata di cori atavici in coda, o le sponde stoner di “Alieni fra di noi” e “Derek”) e un’attitudine psichedelica quanto mai moderna e ancora ricca di soluzioni sconosciute (da capogiro gli stacchi melodici di “Vivere di conseguenza” o le derive doom di "Inno del perdersi"). E questo è solamente il primo capitolo. Per il secondo, tutto rimandato alla prossima estate. 

Voto: ◆◆◆◆◆
Label: Universal Music

martedì 20 gennaio 2015

Nadàr Solo - Fame (Recensione)

La fame è una pulsione primaria, riconducibile all'istinto di sopravvivenza dell'essere umano, ma spesso è erroneamente identificata. La fame è una sensazione terribile, sgradevole e spesso dolorosa, un bisogno fisico, un segnale che il cervello manda al corpo quando si trova in stato di debolezza, a corto di riserve nutritive, tanto da farla diventare talvolta un vero e proprio fenomeno patologico. E' proprio questo che i Nadàr Solo, nel nuovo disco, cercano di presentare al pubblico: la metafora di una fame intesa come la suprema delle patologie, con un linguaggio spiazzante e spontaneo, assolutamente estraneo alla banalità. "Fame" è quasi un concept che si disperde in strade ripide e piene di ostacoli, con i pezzi che cercano di riempire il vuoto allo stomaco lasciato continuamente dalla vita quotidiana. La forza dei testi di Matteo De Simone è la guida spirituale attraverso il percorso. Ed è qui che incontriamo l'ipocondriaca "Cara Madre",  la bulimica "Ricca Provincia", l'impotente "Jack Lo Stupratore"  ed altri pezzi degni di nota come il singolo "Non Volevo". Non solo parole ma anche un sound efficace ed esplosivo, arricchito dalle eccellenti collaborazioni con Mattia Boschi dei Marta sui tubi e da quella mancata di Appino proprio nel brano "Non volevo". Fame è il risultato perfetto di una crescita esponenziale iniziata da " Diversamente, come?" e giunta fin qui in maniera compatta, creativa, con il giusto feeling tra musica e parole, che meriterebbe un occhio di riguardo tra i tanti dischi che nel 2014 non sono finiti nelle classifiche finali di molte testate.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Massive Arts Studios


lunedì 19 gennaio 2015

Peter Kernel - Thrill Addict (Recensione)

Non tutti i dischi arrivano a incarnare la pienezza di sentimenti che, a volte, ci è concesso sperimentare e che è ciò che ci attrae dell’opera di alcuni artisti; molti sfiorano soltanto quella tensione emotiva e quegli estremi passionali, in un cauto movimento di avvicinamento circospetto o forse inibiti da acerba cautela. È questo il caso di Thrill Addict, ultimo lavoro dei Petern Kernel, coppia svizzero-canadese legata anche da un rapporto affettivo: sebbene le forme espressive siano intriganti e facilmente riconducibili a eccellenti modelli, è difficile entrare in una sintonia d’intenti con i moventi profondi della band, che rimangono lontani senza travolgere attraverso i brani. In Ecstasy il basso di Barbara Lehnhoff traccia le asticelle di un balbettio elementare e familiare come migliaia di foto d’infanzia, replicate centuplicate moltiplicate dai negativi in serie della chitarra e reduplicare anche dall’unisono delle voci; sin da questo incipit sono evidenti gli stilemi dei primi anni Ottanta filtrati secondo la naïveté degli anni zero, ma soprattutto di qualcuno che ha approcciato la musica senza necessità di farsi sanguinare i polpastrelli sulle corde. La metà femminile del duo spruzza la sua voce acidula, ibrido di ultima generazione tra Poly Styrene e Kazu Makino, su un rado e primitivo saltellare di barattoli in High Fever; basso e chitarra hanno in tutto il disco lo stesso spessore: non il peso di laterizi e cemento armato ma la millimetrica sottigliezza delle casupole di un plastico: Your Party Sucks è una miniatura dell’alienazione, una risoluzione in scala di disagi per qualcun altro imponenti. Benché io preferisca evitare di eccedere in riferimenti, negli episodi più sghembi, come Leaving for the Moon, l’affinità con le derive lievi degli ultimi Sonic Youth è talmente palese da inibire osservazioni autonome; solo il coro che precede il ritornello spolvera il brano di una patina di college rock, che lo salva dalla parentela quasi incestuosa. Dopo che la voce di Barbara balza fuori dalla linea della registrazione in It’s gonna be Great, You’re Flawless avanza un tentativo di rendere l’approccio più fosco, incalzando con un contrappunto essenziale tra basso e chitarra; Supernatural Powers è un’interlocutoria filastrocca stralunata che pende dagli schiocchi della drum machine, per poi essere spezzata dalla batteria che avanza a metà brano. Con una certa consuetudine ormai alle strategie espressive dei Peter Kernel, accolgo l’ultima manciata di canzoni: dal mugolare di capricci infantili di Keep it Slow agli efficaci vuoti di They Stole The Sun, da Majestic Faya con il suo incedere sedato al fremente fruscio di percussioni che agita I Kinda Like It, è l’economia di elementi a dominare e a dirottare l’attenzione su pochi momenti sonori. Solo nel finale, l’improvvisazione in studio Tears don’t Fall in Space, la coppia si impegna nel cercare tinte cupe e gravità minacciose; ma la levità ha la meglio, e si impone come linfa stilistica innegabilmente più connaturata a questi visual artist, che sembrano aver incontrato la musica per caso e averla portata a casa come un cucciolo.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: On the Camper Records

mercoledì 24 dicembre 2014

Scott Walker + Sunn O))) - Soused (Recensione)

Apprendere che Scott Walker e i Sunn O))) avevano finalmente unito le rispettive pantagrueliche forze ha illuminato di nuove speranze gli ultimi mesi dell’anno, come quando lo stesso Walker ci regalò in pieno inverno il capolavoro Bish Bosch, scompaginando improvvisamente la gerarchia delle temute classifiche e top ten. Questa operazione in sinergia non è affatto paragonabile al goffo esperimento che aveva affiancato un debole e imbarazzato Lou Reed alla discutibile vena creativa dei Metallica anni zero: le menti e i decibel coinvolti appartengono ad artisti nel pieno delle loro facoltà espressive, che non temono il terrorismo sonoro e le soluzioni estreme in quanto perfettamente padroni dei propri mezzi. Ma se i Sunn O))) non sono nuovi alle collaborazioni, Walker ha invece intrapreso un percorso solitario sin dalla fine dell’esperienza con i Walker Brothers; forse proprio a causa dell’indole autarchica del crooner, che assurge al ruolo di fiero domatore, l’esito del connubio defila il duo alle spalle quasi assumendo il compito di backing band. D’altra parte, conscio che il drone spietato avrebbe potuto metterlo all’angolo, Scott ha eliminato l’attenzione a qualsiasi sorta di armonia, riducendo le linee vocali a un richiamo estremamente primordiale e viscerale, ed è stato indirizzato verso una struttura compositiva più lineare rispetto a Bish Bosch. Tuttavia, poiché la veemenza dei Sunn O))) esige aperture per poter dilagare come un’eruzione lavica, non c’è chance di condensare gli episodi del disco in una forma canzone in qualche modo tradizionale: sembra che la composizione di Walker, pur nell’essenzialità, sia stata guidata dalla collaborazione secondo un’esigenza di maggiore complessità e varietà.
Sebbene l’attitudine quasi operistica della voce nell’iniziale Brando faccia temere un declino nel grottesco, lo schioccare di fruste per tori lunghe fino a tre metri riconduce all’ordine: le chitarre sfoderano inaspettatamente riff hard, bilanciati da accordi atonali, mentre Walker enumera le scene di film in cui l’attore menzionato nel titolo viene picchiato o percosso; Herod 2014 esordisce con campane, che poi si celano per riemergere solo alla fine del brano, e interferenze di rumore bianco che acuiscono il senso di minaccia di cui sono impregnate le liriche, in cui con rime e allitterazioni, degne di un metaphysical poet, Scott rievoca l’infanticidio perpetrato dal Re di Giudea. Anche per lui il volume è il segreto di felice esito della formula magica: tra fucine percussive e ronzanti sussulti tellurici, ogni divagazione in Bull è ridotta all’osso e solo poche parole in latino sfuggono al reiterato imprecare, accrescendone lo sgomento; tuttavia, lo schema di essenzialità compositiva che connota l’album è sconvolta da Fetish che, tra scie di segheria e bollori metallici, sembra essere più affine alle contorte strutture di Bish Bosch. La conclusiva Lullaby, scritta da Walker alla fine degli anni Novanta per Ute Lemper e dedicata al tema del suicidio assistito, si invola su scie lancinanti e bordate in lontananza, abbandonando la voce su radi scricchiolii e corde vuote.

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: 4AD

lunedì 22 dicembre 2014

Babel - Resta un pizzico di delusione nella delusione (Recensione)

Repetita iuvant. Togliamo pure il "sed secant", per l'occasione. Il rock non è morto, signori miei, togliamocelo
dalla testa una volta per tutte. Non ricordo celebrazioni di nessunissima sorta, nè tantomeno messe di requiem. Avrei
presenziato.

"Resta un pizzico di delusione nella delusione" è un disco rock che più rock non si può. E' addirittura palese la voglia di contribuire alla sua evoluzione, rivisitandolo ed arricchendolo con episodi ritmici sincopati, a volte molto intriganti, quasi inusuali considerando il contesto di applicazione
("In tre", "L'uomo migliore") e registri stilistici, vocali e chitarristici, estremamente variegati.
"La sorpresa" costituisce davvero la sorpresa dell'intero disco, riportandoci alla memoria i Rage Against The Machine più vividi con un ritornello carico di adrenalina dall'incedere terrificante e dimostrandoci come la voce di Yuri La Cava sia molto più efficace nelle parti più rabbiose e sostenute piuttosto che in quelle più soffici. Fa lo stesso la title track, solo con un approccio molto più diretto, molto più "metal". La già citata "L'uomo migliore", invece, arranca in un principio povero di verve per poi riprendersi prepotentemente la scena grazie ad un finale di grande intensità, ai limiti dello screamo.
Desta rammarico, inoltre, la costruzione della tracklist che poteva e doveva essere articolata meglio. Tralasciando "Giovane e bella" (tipico intermezzo spartiacque da metà disco, molto bella ma non al suo posto) il rimpianto maggiore è quella fantastica tripletta di chiusura costituita da "D.", "Leuven" e "I soldi fanno la ricchezza" che meglio condensa tutta la poetica del lavoro. Pezzi che farebbero impallidire i migliori Porcupine Tree relegati semplicemente troppo in fondo. Linee vocali incisive come poche altre (eccezion fatta per la seconda, una splendida cavalcata strumentale, lenta al punto giusto) sorrette da chitarre che pascolano indisturbate in tutto l'universo rock, dallo space più limpido fino al duro e granitico hard.

Resta un pizzico di delusione nella freschezza di un lavoro che inietta nuova linfa nel movimento underground italiano.
Teniamoli d'occhio.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Autoprodotto

lunedì 15 dicembre 2014

The Marigold - Kanaval (Recensione)

No, non siamo ad Haiti eppure la festa, il KANAVAL,  sembra essere già cominciato.

Il terzo e tanto atteso lavoro dei THE MARIGOLD viene presentato dopo due anni di pausa e arriva precisamente come se fosse il famoso “Carnevale”, quello in cui la parola d’ordine è fuga dalla vita quotidiana, notte il sinonimo.

Come sempre, i The Marigold si muovono benissimo tra ombre e atmosfere oniriche, le stesse che nei passati lavori hanno così bene rapito l’ascoltatore, da lasciarlo ora scivolare lentamente nella fruizione di questo album.

Nato dalla collaborazione di artisti quali Toshi Kasai, Amauri Cambuzat e Gioele Valenti, Kanaval lascia alle spalle quel viaggio introspettivo del penultimo lavoro e arriva finalmente a toccare l’apice della concretezza, non solo dei suoni che ormai hanno lasciato le venature del genere wave, ma soprattutto la concretezza dell’essere arrivati al punto finale di una sperimentazione che li ha condotti evidentemente là dove erano destinati a essere.
Un lavoro, un carnevale di emozioni, una “rivoluzione”: nove tracce che grazie alla fusione di post-rock, noise e un’inquietante reiterazione mantrica, danno la possibilità di vedere immagini, a cominciare da quella inquietante di copertina - disegnata dallo stesso Cambuzat (art work Kain Malcovich) -, di questo rito, il Kanaval appunto, a cui l’album è profondamente legato.
È così che, tra chitarre granitiche, voci distorte e la eco che continua a sparire tra batterie sempre ben dosate, l’ascoltatore si ritrova catapultato in strada, tra una folla di uomini ornati con maschere demoniache, corna di Belzebù, immerso in un’atmosfera che non gli sembrerà affatto terrena.

La sfilata parte con “Organ-Grinder”, traccia puramente strumentale, caratterizzata da ripetizioni di suoni che ci appaiono spezzati e stridenti, ma che hanno in sé una precisione cosi maniacale da delinearsi in una struttura definita e corale: un ossimoro di emozioni.

La seconda traccia “Magmantra”, così come la quarta “Sick Transit Gloria Mundi “ , danno all’album invece il tono della rivoluzione, grazie a un’esplosiva carica di post-rock, forse nuova al gruppo, ma che di sicuro gli calza alla perfezione.
Si fa comunque presto a tornare al buio della strada, tra il caos della folla, con un’insinuante ma sempre poco invasiva voce, quasi un mantra che pare seguirti,  riconoscerti in mezzo a mille volti. Ed è solo in tracce come “So Say We All” e “Disturbed” che essa si fa chiara e distinta, forse per lasciare un messaggio criptato al resto dell’album.


Di sicuro si può dire che questo album trasuda passione nel trasmettere, attraverso musica, suoni, rumori e versi, un senso di inquietudine che pochi sono riusciti a fare.
Riassunto di tutto ciò sono le due ultime tracce, o meglio l’ultima “Demon Leech”, dove una cavernosa, intima e demoniaca voce riesce a sintetizzare alla perfezione l’intero concetto:  un album che vi succhierà l’anima, che riuscirà a portarvi lì dove non siete ancora stati, in un sereno ma pur sempre infernale stato mentale.
  
Tracce che mettono i brividi, che fanno rivivere uno spettacolo ormai non più esistente, ma che grazie alla loro caratteristiche saremo in grado di rivivere alla perfezione. E se poi voleste un’esperienza davvero  unica, spegnete la luce, fatevi cullare da questa musica per la notte e chiudete gli occhi.
No, non sarete più soli.

Voto: ◆◆◆◆◆
Labels: (DeAmbula Records, Hyphen Records, Riff Records, Icore Prod.)


giovedì 4 dicembre 2014

Asino - Muffa (Recensione)

Dopo un primo Ep, Crudo, uscito nel 2012 (leggi la nostra recensione qui), il duo Asino decide che squadra che vince non si cambia e fa uscire con la stessa formula questo Muffa: 7 brani e una ventina abbondante di minuti di ascolto per una formazione atipica sia nel modo in cui è composta (chitarra e batteria) sia nelle sonorità.
Sarebbe troppo semplice infatti liquidarli come un altro gruppo emocore, come ne escono a bizzeffe negli ultimi anni, dopo aver ascoltato l'energica traccia d'apertura “Preistoria”: Giacomo (voce e batteria) e Orsomaria (voce e chitarra) infatti spiazzano fin da subito, virando in territori punk lo-fi con “La Grande Nave”, brano deboluccio che però comincia ad ingranare quando l'intensità cala ed inizia una lenta risalita scandita dal commento di Giampiero Galeazzi ad una delle imprese canoistiche italiane...un connubio certamente originale e quantomai azzeccato.
Il proseguio non è meno bizzarro: “Schiaphpho” è una scheggia hardcore distortissima e potente come poche, “Asino Da Balera” nella sua velocità e bizzarria sonora lascia pensare ad insospettabili parentele sonore con gli Zeus!, “Casa Mia E' Tranquilla” (in cui per non farsi mancare nulla buttano nel calderone pure il suono del messaggio in arrivo di messenger) ed “Autostrade” alternano momenti di esplosione distorta caotici ed imprevedibili a (rare) oasi di tranquillità. Tutto questo prima di concludere, in maniera ancora una volta spiazzante, col discorso finale del grande dittatore di Chaplin musicato con tatto e gusto in “...”, brano tranquillo fino ad all'immancabile esplosione distorta che forse avrebbe avuto più valore messa direttamente sull'applauso estatico del pubblico: un peccato veniale perdonabile di fronte ad un'idea da applausi.
Gli Asino modificano incessantemente i propri orizzonti sonori in poco più di venti minuti, tanto dal punto di vista della scrittura dei brani quanto da quello delle sonorità stesse (“La Grande Nave” e “Asino Da Balera” sembrano quasi suonate da un gruppo diverso tanto staccano dal resto dell'ep). Un'anarchia musicale con cui è difficile scendere a patti ma venata da genialate che vanno al di là degli estratti sonori utilizzati: chissà se in futuro stabilizzeranno le proprie coordinate o continueranno ad andare dove li porta la corrente, il rischio è di rimanere una creatura incompiuta ma volete mettere il divertimento?

Voto: ◆◆◆
Label: fromSCRATCH




lunedì 1 dicembre 2014

Damien Rice - My Favourite Faded Fantasy (Recensione)

Prima di avvicinarsi all’ascolto di questo My Favourite Faded Fantasy bisognerebbe pensare che da 9 non siano passati 8 anni ma 8 mesi e dimenticare le versioni live solo voce e chitarra; poi magari far finta che sia il suo primo album e che O e 9 non siano mai esistiti.
Forse…
Damien ci ha fatto sognare, soffrire, piangere, sorridere, ci ha regalato momenti intensi anche, e soprattutto, solo armato di una chitarra (la sua, quella vecchia, scassata) o con un pianoforte/tastiera.
Tra l’uscita di 9 ed oggi non solo non ha inciso (quasi) nulla ma ha anche lesinato le apparizioni in concerto, con 2 veri tour (2007 e 2012), un mini tour da poco passato anche in Italia e qualche sporadica apparizione qua e là ed in alcuni festival intorno al mondo.
Avrà avuto tanto tempo per riflettere, un po’ come facciamo tutti noi quando siamo in un momento di transizione, sulla propria vita, i propri errori, gli amori finiti e quelli che (forse) non sono mai cominciati…
Comunque di canzoni ne ha scritte in questo frattempo.
Basta andare su un sito dei suoi fans per trovare una sfilza di canzoni eseguite, magari solo una volta, dal vivo e poi messe da parte.
Eppure ora se ne esce con solamente 8 di queste!
Vabbè vabbè non è la quantità che conta, giusto?
E allora vediamo da più vicino questo feticcio sonoro, feticcio sia perché atteso lungamente sia perché, effettivamente, la versione superlusso, disponibile in prevendita sul suo sito ufficiale e che è nel frattempo sold out, è veramente bella, soprattutto la confezione del CD fatta di legno (riciclato).
Un concept sia nella parte prettamente musicale che nei testi.
Il filo musicale che lega le canzoni, che sarebbero potute essere scarne, essenziali, intimiste, chitarra/piano e voce, è la presenza di arrangiamenti orchestrali.
E allora ci ritroviamo composizioni inaspettatamente prolungate da parti orchestrali che sembrano uscite dalla bacchetta di Luis Bacalov (It Takes A Lot To Know A Man) o scritte mentre “zompettava nelle pozzanghere” islandesi (la splendida Long Long Way che chiude l’album, con un inizio che va dalle parti di Cold Water o, meglio, Sleep Don’t Weep) oppure che le rendono gioiose (la corale Trusty & True) o ancor più drammatiche rispetto alla versione live (The Box)
E poi ci sono al title-track che ricorda la struttura di I Remember, il commovente valzerino di Colour Me In che ci farà versare le ennesime lacrime, cosa che faremo anche mentre ascoltiamo le poche note “sporcate” dagli archi discreti dell’apice dell’album nella confessione di The Greatest Bastard.
Resta I Don’t Want To Change You, la più debole dell’intero album, che avrebbe fatto la fortuna del miglior James Blunt
Il tema che lega i testi è il rimpianto delle occasioni perse, dell’amore che potrebbe essere stato e che non è e non sarà.
Il disco si apre con il falsetto della title track quasi a dire “questa parte l’avrebbe dovuta cantare qualcun’altra" ma lei, non c’è più...
"I know someone who could play the part but it wouldn’t be the same..."


Non ha avuto la pazienza di aspettare di conoscerlo, perché ci vuole tanto tempo per conoscere un uomo (e forse nemmeno lui ne ha avuta perché “ci vuole tanto per conoscere una donna”), come dice nella successiva I Takes A Lot To Know A Man.
"It takes a lot to know a man/ It takes a lot to understand/ The warrior, the sage/ The little boy enraged
It takes a lot to know a woman/ A lot to understand what’s humming/ The honey bee, the sting/ The little girl with wings"
Il momento dell’autocritica arriva subito dopo, quando si (le?) chiede se è il più grande bastardo (The Greatest Bastard entrerà di diritto tra le prime selezionate per un greatest…hits!).
"Am I the greatest bastard that you know/ The only one who let you go/ Or the one you hurt so much you cannot bare"


Lui, però, non vuole cambiare l’altra persona, i suoi pensieri, la sua mente in I Don’t Want To Change You
vuole solo implorarla di lasciarsi amare, ma, ahimè, ciò che resta sono solamente i propri sogni inutili… "Come let me love you/ Come let me take this through the end/ Of all these useless dreams of living/ All these useless dreams/ Of all these useless dreams of living" (Colour Me In).


Damien non si adatta a restare rinchiuso in una scatola, in cui si sente fuori luogo ("I have tried but I don’t fit/ Into this box I’m living with/ Well I could go wild/ but you might lock me up" -The Box).
In Trusty & True arriva la consapevolezza che non si può ritornare a ciò che è stato e che è passato
"Cause we can’t take back/ What is done, what is past/ So let us start from here"
 e, se si cade,  la via per risalire la china è molto molto lunga ("Long long way to the top/ Long way down if you fall/ It’s a long way back if you get lost" - Long Long Way)…
Grande (bastardo) di un Damien!
Ci ha fregato un’altra volta e non bisogna far finta che i suoi primi 2 dischi non siano mai esistiti, anzi tutt’altro perché la sua evoluzione musicale ci fa capire che è un grande che ci riserverà altre sorprese e soddisfazioni (per le nostre orecchie).
Speriamo solo che non faccia passare così tanti anni.
E se così fosse, ci ritroveremo da queste parti nel 2022…

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: Warner Music

 
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