venerdì 21 novembre 2014

Gianluca Mondo - Petali (Recensione)

Benvenuti al saloon, signore e signori! Vi chiederei di lasciare le pistole all'entrata ma non abbiamo il pianista, quindi non c'è pericolo che gli spariate: la musica però ce l'abbiamo comunque, e che musica! Oggi abbiamo Gianluca Mondo e la sua band, col loro blues mutevole. Eh già, direte voi, perchè mutevole? E io sono qua a dirvelo, a preannunciarvi ciò a cui assisterete...ma senza rovinarvi le sorprese, se no che anfitrione sarei? Gianluca un po' parla e un po' canta, salmodia a ritmo serrato di gente con “l'anima con aghi, le spine dietro gli occhi” e si fa buchi nella carne al solo toccarsi, come se convivere con sé stessi fosse un po' “Il Dilemma Del Porcospino”, con l'agitarsi degli strumenti a seguirlo sempre più intensi ed ululanti...attenzione! Non sempre saranno così coesi e a volte, nelle atmosfere messicane create dalle trombe di “Crapshooter” o nelle “Rivelazioni” che vi giungeranno tramite rasoiate elettriche condite da immagini da pre-giudizio divino, di quelle che ti fanno pensare che “è arrivato per davvero il momento della lista dei dieci libri preferiti”...in questi momenti, dicevo, vi sembrerà quasi che Gianluca si chiuda in sé, che parli a sé stesso e non segua la corrente sonora. Potrà piacervi oppure no, come potrà non piacervi, io già so come andrà, se cercherà ad un certo punto di blandirvi e rilassarvi: come si può dopotutto parlare de “Lo Sbocciare Della Magnolia” se non con chitarra e voce solamente, al massimo un accompagnamento d'atmosfera in sottofondo, come si può cercare di “Dimenticare Gli Angeli” se non con gli stessi strumenti, forse con poca convinzione ma arrivando alla conclusione che “forse dimenticare gli angeli fa bene per un momento, ma bisogna sempre ricordare che ci hanno sollevato dal tormento”. Non preoccupatevi quindi di questa pausa, Gianluca cercherà di svegliarvi prima del finale cominciando ad illustrarvi con calma “Il Punto Del Cinghiale” prima di scatenare la passione violenta, parlando di “Labbra” che ti fanno confondere tanto da “far finta che quel corpo sia mio”, tanto da chiedersi “come fai ad indossare quelle labbra di serpente che allo specchio mi rendono attraente”, tutto solo per scaraventarvi nelle cupe atmosfere di nuove passioni che coinvolgono tanta gente, “Io, Te, Lei E Lui” ...ma non posso certo rivelarvi già il finale! Dovrete prima seguire le scarne e tetre “Istruzioni Per Lipe”, istruzioni strane che puzzano di frontiera e vi serviranno più per capire Gianluca che non a riceverne qualche consiglio, capire che “se muore in macchina al momento dello schianto devi risalire alla canzone che ascoltava al momento dello schianto”, perchè lui ha bisogno di “un giradischi a sollevar l'inferno per la strada al cimitero, andremo giù in dieci ma solo in nove tornerete per davvero”. Dovrete ascoltare storie surreali di “Petali”, “petali che piangevano stando dalla parte del fiore”, protagonisti di una guerra che non avreste immaginato mai narrata come fosse un reading su cupe lacerazioni sonore ed un'angelica e salvifica voce femminile...e forse lungo il viaggio vi prenderete anche il “Valentina Blues”, perchè è impossibile non innamorarsene fra un bicchiere e l'altro, bicchiere che leverete al suono delle trombe sapendo che “c'è chi alza una mano e dice basta e c'è chi si prende il Valentina blues”: se ve lo prenderete Gianluca cercherà di levarvelo a furia di schiaffi sonori, col blues più scatenato che possa far aleggiare nell'aria come “Nebbia Fra Gli Scacchi”.
Ma vi ho già detto troppo...questo sarà un grande viaggio sonoro amici ed amiche, e se anche ve ne rimarrà solo qualche frammento sarà valsa la pena di percorrerlo. Io sono un imbonitore, posso forse dirne qualcosa di male? Quindi sospendo il giudizio prima di venir meno al mio ruolo, e vi lascio a valutare da voi: andate qui sotto, e cominciate ad ascoltare...

Voto: ◆◆
Label: Contro Records

martedì 18 novembre 2014

Emiliano Mazzoni - Cosa Ti Sciupa (Recensione)

Nell'anno di grazia 2009 mi ritrovai con in mano un cd della madonna. Era Alcool Juke Box dei Comedi Club, un album che ricordava il folgorante esordio del Teatro Degli Orrori mettendoci più bizzarria sonora, fra testi allucinati e cantate a cappella. Adoravo quel gruppo, uno delle tante band rimaste chissà perchè incomprese nonostante anche dei successi mica da ridere (la vittoria di Rock Targato Italia tanto per dire). A che pro racconto tutto questo? Perchè, a distanza di 5 anni ed in maniera del tutto casuale, riesco attraverso questo Cosa Ti Sciupa a riavvicinarmi musicalmente al leader di quella band, il qui presente Emiliano Mazzoni.
Vorrei parlare di questo disco snocciolando con dimestichezza rassomiglianze con questo o quel cantautore della tradizione italiana, perchè è questo il percorso artistico intrapreso dall'artista modenese già dal precedente Ballo Sul Posto, ma la verità è che a parte pochi fondamentali io della suddetta tradizione non so una beneamata minchia. Se un paragone volete al massimo ve lo posso trovare contemporaneo, ed è col poliedrico ex Mariposa Alessandro Fiori, con cui condivide un gusto eccentrico che emerge soprattutto nelle allegre disavventure amorose di “Non Lasciarmi Qui” e nell'ironico ed allo stesso tempo struggente racconto, quasi esclusivamente accompagnato dal piano, di una storia che, fra colazioni a letto con merendine di merda ed ammissioni di inutilità, porta alla consapevolezza che quanto di tenero poteva esserci in un rapporto se ne è volato via: e allora, come dice il titolo, “Ciao Tenerezza”.
Il piano è il grande protagonista di tutto l'album, quasi in solitaria nei pezzi più intensi e malinconici ed accompagnato invece da un ensemble di strumenti che fanno aleggiare una patina leggermente rock negli altri, insieme ad una voce magnetica piena di personalità. L'inizio, subito dopo la splendida “Canzone Di Bellezza” che vi invito caldamente ad ascoltare qua sotto (ed in cui appare, fra i vari ospiti, l'ex sodale nei Comedi Club Mirko Zanni), ci mette in realtà un po' a carburare: “Ma Perchè Te Ne Vai” soffre per un andazzo con pochi soprassalti che la voce riesce solo in parte a rivalutare, la notturna “Diva” è forse l'unico pezzo dove è proprio la voce a difettare per troppa forzata estrosità (unitamente ad un testo poco convincente) e le fosche tinte di “Un'Altra Fuga” convincono solo a tratti. Peccati veniali da lì in avanti accantonati grazie a perle come “Ragazza Aria”, vera e propria poesia in musica (e come si può dire altrimenti di un testo che recita ad un certo punto “Guardando le mia braccia compresi, i polsi e le mani non bastano per strapparla dall'aria e stringerla a me/ con rapidi calcoli scopro che sono più simile a un sasso che a te”) vocalmente recitata alla perfezione ed avvalorata da un arrangiamento che, lasciando spazio aperto al piano per la maggior parte del tempo, fa saltar fuori gli altri strumenti al momento giusto, compresa l'armonica che dona intensità alle note finali. Non certo il solo pezzo degno di menzione: la malinconia ammanta un finale esclusivamente pianistico con la struggente ed illusoria speranza di “Tornerà La Felicità” e la tristezza della guerra e di ciò che toglie dell'intensa “Non Rivedrò Più Nessuno”, venature da saloon si insinuano invece in “Hey Boy” (e, particolarmente grazie alla chitarra, anche nella meno efficace “Nell'Aria C'Era Un Forte Odore”), surreale favola priva di un lieto fine ma che consola comunque con le sue note e con la consapevolezza finale che “tutti quanti nelle sue avventure/ scacciavano con il coraggio le paure”.
Un disco pieno di pathos, vario nelle sue atmosfere ed efficace in ognuna di esse: Cosa Ti Sciupa forse non funziona come un perfetto meccanismo dall'inizio alla fine ma di questa discontinuità ne fa un pregio ed un vanto, raggiungendo momenti di rara intensità in più punti e graziato da testi perlopiù di altissimo livello. Fa piacere vedere Emiliano Mazzoni in così splendida forma, seppure in tutt'altra veste, perchè credevo in lui già 5 anni fa e questo album è la dimostrazione suonante che qualche volta c'azzecco anche io.

Voto: ◆◆
Label: Gutenberg Music


lunedì 17 novembre 2014

Flying Lotus – You're Dead! (Recensione)

Mr. FlyLo, (Steven Ellison, classe 1983) artista e produttore californiano, torna con una bomba ad orologeria che porta il nome di "You're Dead!" (Warp) uscito il 7 Ottobre in occasione del suo trentunesimo compleanno.

Il quinto lavoro del produttore di Los Angeles è un interessante mosaico di 19 pezzi dal tratto psichedelico e decisamente atmosferico; abbandona il caratteristico glitch ed ammalia con una buona dose di free-jazz, contornato da suoni sperimentali senza mai abbandonare l'electro che fa da pavimento distorto. Alterna rumori a momenti di fluidità e rime calzanti a dolci espressioni. 

Il concept del disco è particolarmente mistico: esperienza pre-nascita ed esperienza pre-morte, un tema difficile da illustrare a livello musicale (ma "semplice" a livello visivo, basta notare l'impressionante artwork del disco).
Azzardando, la si può quasi definire una sorta di meditazione su cosa ci trasmette il mondo circostante pur rimanendo svegli e coscienti.

Uno spazio che mette a disposizione schemi ben delineati che si propagano e deviano traccia dopo traccia, abbattendo i "confini" preimpostati nella mente di chi si offre all'ascolto. Perché musica e concetto sono due poli che un artista (un buon pittore delle note) deve riuscire a far coesistere in un unico quadro. Difficoltà che si presenta a maggior ragione se ad idearlo è un musicista dedito al genere electro-hip/hop. Ma si sa bene che è nella sua persona riuscire a produrre un gran lavoro (vedi Los Angeles e Cosmogramma).

FlyLo è riuscito a prendere questo concetto "estraneo" e "lontano" e a trasformarlo in un disco che esplode ad ogni pezzo, come se dentro le variopinte note ci fosse l'ascoltatore che ne rimane colpito.

Per contribuire a questo Big-Bang di pezzi si sono prestati alcuni illustri colleghi quali Kendrick Lamar (Never Catch Me), Herbie Hancock (Tesla), Snoop Dogg (Dead Man's Tetris), Thundercat (Descent Into Madness) ed artisti minori come la bella Angel Deradoorian (Siren Song), Niki Randa (Your Potential / The Beyond ) e per finire Captain Murphy a.k.a l'alter - ego dello stesso Lotus (Dead Man's Tetris , The Boys Who Died In Their Sleep). Questo boom di artisti è riuscito ad abbracciare il lavoro di Flying Lotus e a renderlo una scacchiera che domina se stessa. E le pedine non sono indifferenti.

L'aggettivo giusto per definire questo (capo) lavoro è "brillante". Una fusione di danze, riflessioni, palpitazioni cerebrali e sogni ad occhi (quasi) aperti. Consigliato a chi ha voglia di viaggiare in un arcobaleno di misticismo e di magia musicale.
"You're Dead!" è un campo minato sul quale si cammina senza aver paura di farsi male. Forse.

Voto: ◆◆
Label: Warp Records

venerdì 14 novembre 2014

Ruggine – Iceberg (Recensione)

Ogni azione causa una reazione”. Forse l’alluvione che colpì il paese natale Narzole, come tutto il sud del Piemonte, ha segnato un precedente imprescindibile nell’immaginario dei Ruggine, come se i quattro fossero da quel momento beneficamente condannati a una forma espressiva feroce e inesorabile come una calamità naturale. Così, a vent’anni esatti dal cataclisma, Iceberg lo ricorda esplicitamente nell’artwork, indirettamente nella violenta esattezza dei suoni e inconsciamente nella scrittura affilata delle liriche: il noise modellato sull’impalcatura del math rock è percorso da versi essenziali e icastici, che dimostrano come sia possibile sfruttare i mezzi espressivi della lingua italiana senza piegarla all’emulazione dell’inglese; forse la declamazione di scuola Massimo Volume è la soluzione, per uscire dalle gabbie del bel canto o dell’imitazione ingenua. 
La deflagrazione iniziale di "Babel" è una dichiarazione d’intenti incendiaria: una chitarra inumana doppia la batteria, già di per sé poderosa; i testi si fanno largo sebbene la voce non sia preponderante, in uno dei rari e positivi esempi in cui la registrazione non porta alla ribalta la sola parte vocale. La tensione non cala in "Raijin", plasticamente irrigidita sul doppio basso che non concede tregua: una bilanciatissima alternanza energica tra le frequenze prepara  sul finale un’accelerazione da copione, che non scivola nel prevedibile; una breve corsa sulle pelli precede un nuovo succedersi di rapide con "Ashur", soffocante nella sua reiterazione nervosa di chitarra e bassi. Gli arresti assumono fisionomia fugaziana in "Daphnia": inseriti nella struttura magmatica, preludono al rallentamento finale, che non stempera ma acuisce il livore; il voltaggio si alza poi sui bassi sismici di "Siioma", mentre la declamazione inverte la rotta, scandendo le parole con più lentezza. Poche note spiraliformi aprono una nuova finestra sulla nevrosi con "Pangea", proclama affaticato dalla gravità fisica ed emotiva dell’ammasso materico strumentale; la brutalità è sempre strutturata su variazioni ritmiche, rigorose e mai autoindulgenti, come in "Caio": il tracciato è disseminato di polvere da sparo, pronto per l’incendio disperato del finale. La voce sguscia volontariamente oltre la cortina strumentale e scandisce le sillabe in "Pinup", prima che si faccia largo la quiete sinistra di "Cds"; la nebulosa di sussurri artificiali perduti, increspata solo da note su corde solitarie, potrebbe indurre a confidare in una stasi conclusiva, ma si rivela ingannevole: il riposo in realtà prepara nuovi fragori, che si liberano e poi implodono. L’episodio forse più dilaniato del lavoro, strutturato su stop, rallentamenti e rincorse, si accascia infine esanime sullo stesso giaciglio di crepitii inquietanti e folate notturne da cui si è eretto, come un fiume che ripiega negli argini dopo l’esondazione.

Voto: ◆◆
Label: V4V/Escape Today/Sangue Dischi/Vollmer Industries/Canadese Noise Records



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mercoledì 12 novembre 2014

Santo Barbaro - Geografia di un Corpo (Recensione)

Attraverso il corpo si compie l’ascesi spirituale: non il corpo in quanto albergo delle passioni e dei vizi ma, in senso mistico, quale luogo della rivelazione di Dio in Cristo e perciò mezzo attraverso cui si compie il movimento inverso di ritorno a Dio da parte dell’uomo. Questo compendio non è tratto dagli appunti per la mia tesi di laurea, ma dalle note esplicative che Pieralberto Valli – voce, chitarra e penna dei Santo Barbaro – acclude al nuovo lavoro Geografia di un corpo; la ricchezza e la precisione delle informazioni incoraggia l’entrata in uno spazio mentale complesso e fitto di riferimenti ma, allo stesso tempo, chiarisce forse troppo i moventi del disco e quasi esaurisce il sotteso. Grazie a questa dottissima introduzione, sappiamo che le liriche, lapidarie nella modalità espressiva, attingono all’immaginario dell’est europeo relativo al movimento cristiano ortodosso dei pazzi in Cristo, e che le poche giornate di lavorazione del disco hanno coinvolto nove musicisti uniti prima di tutto dalla contiguità spaziale, in una sessione di registrazione in presa diretta al Cosabeat Studio, in cui tutti hanno suonato contemporaneamente nella stessa stanza, senza che interventi successivi abbiano “corretto” il materiale.
In bilico tra un orizzonte di significati articolato e un suono efficacemente catturato, l’ottimo incipit Lacrime di androide potrebbe essere assimilato, senza troppe metafore, a una danza macabra in cui si affilano chitarre argentee, segnata dal metronomo della batteria che reduplica il basso inarrestabile; è il singolo che avrei atteso, soprattutto per il passaggio in cui la voce si esaspera senza manierismi annunciando “Non ho mai amato e me ne guardo bene”: è forse quindi Ferretti il Giovanni Battista che ha inaugurato uno specifico approccio nei testi e nella declamazione nella musica italiana, dando vita a un’eredità di epigoni più o meno volontari. Nel salmodiare ipnotico di Pavlov affiorano invece le reliquie degli esordi folk, prima che il finale sia di nuovo dominato dall’implacabile spettro wave, preludio all’alternarsi consapevole di vuoti e materia sonora in Cosmonauta, figlia illegittima di Atmosphere dei Joy Division; La necessità di un’isola rilegge Houellebecq in un taccuino essenziale di frustate di basso e synth in codice morse, mentre nell’etere a maglie larghe di Zolfo si profila ancora il ricordo di Martin Hannett, malgrado i sampler di carillon piuttosto convenzionali. Il singolo scelto è invece Corpi non menti, singolarmente affine al teso post-punk dei vecchi Diaframma di Libra: il muro di cinta del synth contiene le liriche, enunciate in una metrica efficacissima con timbro vocale che potrebbe appartenere a un Finardi catapultato negli anni zero e sottoposto a forzate sessioni di ascolto dei Polyrock. Finché c’è vita ripropone una messa onirica in cui i suoni si accumulano con ossequiosa discrezione, e le parole scandite sembrano volersi assopire su loro stesse, prima che Ora il presente somministri una nuova benefica iniezione di scariche elettriche e rapidità primi 80s. Il blocco conclusivo sembra essere strutturato nell’intento di rivelare il motore nervoso del lavoro: l’ossatura del basso in Ti cammino dentro sorregge prima uno scarno connubio tra percussioni e voci, poi un impalpabile amalgama melodico, mentre con efficienza serba la tensione sopita in Tra gli alberi; la linea ricorda persino i Morphine nelle vibrazioni di In memoria di nessuno, che definiscono i segnali liquidi e indistinti dei synth. Anche la voce è solo una scia, che traghetta in un mantra semi-cosciente verso l’uscita dall’antro.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: diNotte Records

martedì 4 novembre 2014

Shellac – Dude Incredible (Recensione)

Cinque dischi in due decadi, sette anni da Excellent Italian Greyhound: il bilancio quantitativo e cronologico all’uscita di Dude Incredible è la testimonianza tangibile della radicale autosufficienza di Steve Albini; il movente non è l’integrità morale, categoria vuota e ingannevole che non ho alcun interesse a chiamare in causa, ma l’intelligenza artistica e professionale di un individuo che attraversa i decenni e le esperienze musicali con autarchia e coerenza singolari.
Se la costanza è la forza di Steve e compagni, cosa può aggiungere un nuovo disco degli Shellac, frutto di sporadiche sessioni agli Electrical Audio Studios, alla produzione precedente? La prima sensazione, di familiarità rispetto a un tracciato seguito da At Action Park a oggi, è corroborata anche dagli ascolti successivi; gli stilemi classici del suono del trio sono dispiegati tutti sin dall’incipit omonimo, dalle frequenze soddisfatte tutte integralmente senza asfissia sonora, alla voce che compare defilata evitando di attaccare frontalmente. Le tautologie autocitazioniste proseguono in Compliant, memorizzata agilmente dopo il terzo ascolto, in cui anche gli strategici silenzi risuonano di vibrazione propria; la variazione sul tema si arricchisce di intrecci percussivi e catene armoniche in You Came in Me, bizzarra incursione albiniana nell’esperienza sessuale femminile. Lo spoken, fin qui isterico, diventa sommesso e appartato con Riding Bikes, strutturata su poche pennate sulla chitarra, aguzze come corrente elettrica intermittente, e sul basso che stilla una melodia al petrolio. Un insolito coro apre la digressione storica sugli agrimensori di All the Surveyors, con cui forse Albini intende suggerire che l’America dei padri sia fondata sulla manutenzione della proprietà privata; riappare il leit motiv essenziale reiterato tra basso e chitarra, mentre alla batteria sembra affidato il compito di segnare e gestire le variazioni. Per lo strumentale The People’s Microphone potrei servirmi dell’etichetta math-rock, se gli Shellac e Albini per primo non fossero antesignani involontari del genere, con esiti spesso più convincenti e rigorosi di molti successori; gli stop, affidati agli esordi alla drum machine dei Big Black, sono ormai le tappe della marcia guidata da Todd Trainer. Gary, dedicata a una cittadina dell’Indiana, mostra una lentezza di cui l’immobilità della provincia americana è il correlativo oggettivo; nemmeno il nucleo sferragliante si salva dalla gravità, garantita dal flemmatico basso di Bob Weston. E come se l’incursione nella provincia richiamasse inevitabilmente gli agrimensori, questi borghesi padri fondatori tornano nelle sincopi cardiache di Mayor/Surveyor; la stessa ossatura si ripete nella conclusiva Surveyor, rivestita ora di tendini e muscolatura esplosiva.

Nell’era dell’hype che amplifica il nulla, della promozione disperata come una sirena inascoltata nell’oceano, il cui unico scopo è mungere le già magre vacche delle band e dei loro sogni di gloria, Albini suona scrive registra e ancora suona magari dal vivo ma nessuno, apparentemente, lo sa. Perché l’occhialuto secchione del suono non fa proclami sensazionali all’attenzione delle folle, ma persevera con pervicacia unica e inattaccabile nella stessa, vecchia maledetta abitudine.

Voto:  ◆◆◆◇◇
Label: Touch & Go

giovedì 30 ottobre 2014

Le Sacerdotesse Dell'Isola Del Piacere - Tutto (Recensione)

Il debutto di questo trio piacentino è riassumibile nell'unica, semplice parola che paradossalmente dà il titolo anche al disco: Tutto. Io azzarderei anche aggiungere un verbo ed un aggettivo: Tutto è semplice. Esatto, Le Sacerdotesse Dell'Isola Del Piacere sfornano 9 tracce caratterizzate dalla completezza e dalla semplicità, dall'efficacia e dall'umiltà. 9 Pezzi che si lasciano fondere armoniosamente in un senso di malinconico disagio, come in "Le parole ", dove nonostante tutto le parole sono pochissime, quasi a voler scarnire la complessità di un discorso destinato a perdersi in una musica fatta di rabbia contenuta ed espressa a tratti, distorsioni isteriche alternate ad effusioni melodiche trascinanti in un inconsistente senso di vuoto. La voce è l'ingrediente aggiuntivo al perfetto mix di suoni affascinanti e tessuti come un tappeto persiano, che trasmette l'emotività assoluta attraverso il minimo sforzo, riuscendo ad essere sorprendentemente punk, incredibilmente ribelle, esaurendosi nell'aria in poche e ripetitive frasi che tolgono e danno ossigeno, ma non si privano mai di monossido di carbonio. L'esempio perfetto di questa sostanza creativa è il brano " Tutto di corsa", orecchiabile e distorto, malinconico e ironico, sobrio e sporco ( "Faccio tutto di corsa, faccio tutto di corsa, faccio tutto di corsa, faccio tutto di corsa, vengo subito, in una sola volta, vengo subito, in una sola volta " ).

"Tutto"  non esce mai dal suo canone di riferimento e arriva alla fine lasciandosi sciogliere in bocca e nel cuore, facendo gustare il sapore amaro degli anni passati e la dolcezza romantica di un presente da scrivere. 

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: V4V-Records

lunedì 20 ottobre 2014

Valerian Swing - A U R O R A (Recensione)

Bando alle ciance, per una volta eviterò lunghe e prolisse prosopopee e andrò velocemente a spiegare perchè i Valerian Swing, col loro terzo album Aurora, hanno tirato fuori uno dei migliori dischi dell'anno.
Math rock perlopiù strumentale, è questa la base da cui il trio di Correggio parte per creare in otto pezzi un miscuglio sonoro che sfocia anche in altri ambiti: già l'iniziale “3 Juno” palesa nell'incipit atmosfere post rock di una potenza paragonabile ai Russian Circles, per poi evocare chitarristicamente e vocalmente parentele con la scena emocore nostrana. Un caso che Matt Bayles, già dietro alla band di Chicago e produttore del precedente album dei Valerian Swing A Sailor Lost Around The Earth, sia alla produzione anche in questo caso? O che due dei concittadini Gazebo Penguins siano coinvolti nell'album (Sollo nella produzione e nelle tastiere [non nel senso che ci si è infilato dentro eh] e Capra nelle urla presenti in “Scilla”)? Io dico sì, perchè la coesione sonora che la band sfodera dal primo all'ultimo minuto dà l'idea di una capacità di maneggiare il pout pourri di influenze assolutamente spontanea, come se i tre avessero mangiato tutti questi generi a colazione per anni e gli venisse naturale mischiarli per creare tutto questo ben di dio.
Prendete il binomio, prevedibile solo nei titoli, “Scilla” e “Cariddi”: tanto devastante nella sua partenza a mille la prima quanto capace di assestarsi su ritmi più monolitici la seconda, salvo poi riprendere la corsa in un finale che sa tanto di percorso circolare. La tromba che si insinua fra le ultime note (e che appare timidamente anche nel finale di “Cancer Minor”) serve solo a dare un tocco di particolarità in più, prima che l'apparente calma venutasi a creare venga squassata dallo splendente ed indiavolato inizio di “In Vacuum”, una creatura sonora che muta ritmo e tempo innumerevoli volte già solo nel primo minuto di durata e senza che questo sembri un vuoto esercizio di stile.
Incredibile la capacità con cui Steve alla chitarra tiri fuori riff che entrano in testa dal primo ascolto: quello con cui si apre “Spazio” ad esempio, evoluto nell'arco di una canzone che alterna con naturalezza accelerazioni violente e momentanee pause oscure come quella che verso la fine, pur brevemente, eleva a protagonisti assoluti il basso cavernoso e lo sporco lavoro della tastiera in sottofondo. “Parsec” subito dopo dà una buona idea nel suo continuo sviluppo di come le influenze emocore si possono ben amalgamare a momenti di sfogo granitico, ed il suo finale sfumato ben si sposa alla sacralità che la tastiera dà all'inizio della conclusiva “Calar Alto”. Se proprio vogliamo trovare qualche difetto diciamo che questo inizio si lega un po' forzatamente con l'entrata degli altri strumenti, ma fa gioco ad un brano che rimarca ed avvalora le influenze post rock della band, ben delineate dall'andamento rilassato ed intimista della lunga parte centrale e che fa da splendido veicolo ad un finale in cui torna a splendere il sole fra le distorsioni. Vogliamo trovare un altro difetto? Il modo in cui “Cancer Minor”, forse il brano più cupo dell'album, dia l'impressione di finire troppo sbrigativamente...come se la faccenda musicale non fosse stata pienamente risolta nonostante l'azzeccata idea di iniziare e finire il brano con una tastiera che porta la mente verso gli spazi siderali.
Avrei potuto usare anche meno parole per esprimere la mia opinione su un album che va ascoltato più che descritto: sul loro bandcamp lo trovate in download gratuito (una buona abitudine della zona, almeno per quel che riguarda la musica indipendente...a quando un album gratis di Ligabue? Chi lo vuole alzi la mano, io le ho già messe in tasca), quindi spero di avervi creato quel tanto che basta di curiosità per andarvelo a scaricare e lasciar parlare gli strumenti al posto mio.

Voto: ◆◆

Label: To Lose La Track/ Magic Bullet Records / Subsuburban / Cavity Records / Small Pond



 
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