mercoledì 16 aprile 2014

Disco Doom – Numerals (Recensione)

I Disco Doom sono un gruppo svizzero che l'estate scorsa mi sono beccato in apertura dei Built To Spill, eroi americani dell'alternative '90, devo ammettere che non me li cagai di striscio, mentre mangiavo patatine in lontananza sentivo suoni confusi, che, in diretta, non mi piacquero più di tanto.

Capita che ci ripassi, capita che te li ritrovi con il disco in uscita e cambia tutto. I Disco Doom dimostrano sin da subito da che mondo vengono e dove vogliono arrivare.

Ok lo aspettavamo in molti, ancora non sappiamo esattamente dove andrà a parare, ma i segnali sono evidenti, e ormai la porta sembra spalancata, Speedy Ortiz, Parquet Court negli USA, Yuck e Cheatahs In UK, I Clever Square qui da noi. Il revival '90 pare sia arrivato, e viva dio, basta post punk edulcorato e spogliato che mi sono rotto il cazzo.

Numerals, secondo disco del gruppo di Zurigo (zurich is tained) si apre con un pezzo in bilico tra psicadelia sixties e obliquità indie (si i Built To Spill), "Ex teenager" è un prologo interessante e che marca il territorio, subito dopo due strumentali, il primo “Zonk” di immediato rimando Pavementiano, e il secondo “fraction” d' atmosfera.
Il gioco comincia a farsi duro con la quarta traccia “Dead Eye” una robusta canzone perfettamente novanta che anche per la melodia del cantato porta alla mente i pezzi più tirati dei Grant Lee Buffalo, lasciando verso la fine una coda shoegaze apprezzabilissima. “Shannon” è nuovamente una ballata sghemba di scuola Pavementiana sposata con la malinconia di scuola Sparklehorse. "Window" è un altro strumentale lasciato al solo pianoforte, di impatto.

La bomba però scoppia con la traccia numero 7, “Rise & Bones” è il capolavoro del disco, una ballata che ricorda i modest mouse di "this is a long drive”e gli Smashing Pumpkins epici di “Mellon Collie”, un sunto perfetto, nessun riciclo, una rielaborazione, efficacissima.

Love 77” è un pezzo chitarristico iche approfondisce gli esperimenti di ricostruzione degli Yuck del primo disco, mentre “Fireplace” è una delicata ballata acustica che ricorda il Kurt Vile più pacato degli ultimi dischi (di quanto sia impregnata di classicità remmiana la musica di Vile non sto a ricordarlo). "Diamond Corner" è un'intermezzo strumentale lasciato alle tastiere, "Rock Yeah" è invece l'altro apice del disco, nella prima parte ancora rivolto verso le ballate dimesse di marca Sparklehorse (quanto ci manca?) mentre nella parte finale la voce lascia il posto ad un crescendo chitarristico epico di marca Built To Spill.

I Disco Doom si comiatano con un altro leggero strumentale pianistico. Un viaggio tra alte vette innevate e pianure bagnate dalla rugiada.

Ben tornati Novanta, mi siete mancati 

Voto: ◆◆◆
Label: Defer Records and (EU)/ Exploding in Sound (USA)

martedì 15 aprile 2014

Amanda Rogers - Wild (Recensione)

Look da fata dei boschi e voce ammaliante, così si presenta Amanda Rogers con questo suo Wild, un album che di selvaggio ha però solo il titolo. Ben legata ad un pop-folk col piano sempre in evidenza, Amanda raramente si lascia andare ad atmosfere grintose, preferendo arrangiamenti tranquilli su cui la sua voce solare si trova maggiormente a suo agio. Spinta da una vena compositiva particolarmente prolifica la cantautrice nativa di New York per questo suo nono album sforna addirittura la bellezza di venti pezzi, non riuscendo però nell'impresa (invero proibitiva) di mantenere uno standard qualitativo sempre alto.
Gli arrangiamenti più estrosi ed allegri sono sicuramente quelli che spiccano qualitativamente all'interno di Wild. La doppietta “Honey You'll Bee” e “More, More, More” ad esempio, fra i ritornelli canticchiabili e smaccatamente pop della prima a cui strofe dal ritmo ben più coinvolgente donano un'efficacia che contagia anche la seconda, dal piglio ancor più solare. Piacevoli, anche se ben più riflessive nelle atmosfere, anche la plumbea “Can't Stop” e “Light Sleeper”, uno dei rari momenti in cui Amanda butta nella mischia chitarre elettriche che restano comunque sullo sfondo, come succede anche nelle meno efficaci “10c Songbird” e “Sad Song” (paradossalmente tutt'altro che triste). Fin qui tutto bene, come dicevano anche ne "L'Odio di Kassovitz", ma come in quel film la situazione è destinata a cambiare.

Qualche arrangiamento gradevole ed una voce molto piacevole non bastano infatti a reggere il peso di un'opera così monumentale, in cui Amanda fa di tutto per garantire una buona varietà ma cadendo così in alcuni passi falsi: “Walking” e “Sweet Sleep”, quasi esclusivamente affidate a voce e piano, non hanno la carica emozionale necessaria a farsi ricordare, “And The Birds Will Sing” col suo lento incedere si fa presto soporifera (salvo regalare un buon finale che arriva purtroppo troppo tardi), “Ol' Bag Of Bones” ha una buona atmosfera ma crolla sotto il peso di una eccessiva ripetitività. L'impressione generale è che Amanda si trovi più a suo agio con le atmosfere allegre, a cui riesce a trasmettere il suo spirito solare, ma qualche sbandata capita anche in questi casi ed il country pop banale e nostalgic-patriottico di “The State I'm In” è lì a dimostrarlo. Il vero peccato capitale però la cantautrice statunitense lo commette proprio alla fine, con una versione soporifera ed evitabile di quella “Creep” che i Radiohead stessi ormai disconoscono e che forse (se siete deboli di cuore NON LEGGETE QUANTO C'E' SCRITTO DOPO LA CHIUSURA DELLE PARENTESI) addirittura Vasco Rossi ha saputo “omaggiare” (bestemmia) in maniera migliore.

Wild è uno di quegli album che vanno bene per gli sterminati panorami delle lunghissime higway degli Stati Uniti, intriso in certi momenti di quello spirito country che le radio dello Utah cercano di inculcarti a forza senza darti alternative (non passate tre giorni a girare in macchina quello stato senza dischi se non amate la quadriglia, fidatevi di chi c'è passato) ma capace di coinvolgere solo quando osa un po' di più e lascia indietro la tradizione per un minimo di sperimentazione all'acqua di rose. Amanda Rogers non voleva di certo sconvolgere il mondo della musica con questo doppio album, ma manca per larghi tratti anche l'obiettivo di coinvolgere coi suoi brani l'ascoltatore.

Voto: ◆◆◆◇
Label: Do It Together Records/ W//M Records



lunedì 14 aprile 2014

The Afghan Whigs - Do To The Beast (Recensione)

Greg Dulli è da tempo una delle figure preminenti della musica “alternativa” americana, fin dagli esordi della sua creatura più famosa, gli Afghan Whigs ritrovatisi dopo 13 anni nel 2012 per un tour in giro per il mondo. Dopo la chiusura dell’esperienza Whigs avvenuta alla fine del 1998, una volta licenziato l’ottimo “1965”, Dulli si è dedicato a numerose esperienze: i Twilight Singers, proseguimento ideale dell’esperienza precedente, i Gutters Twins con l’amico Mark Lanegan, dischi solisti, ospitate italiane, un sacco di roba insomma. Nulla di epocale (se non i primi due meravigliosi dischi dei Twilight Singers, “Twiligt as played by twilight singers” e il capolavoro del 2003 Blackberry Belle) alti e bassi in una carriera ormai lunghissima.


Gli Afghan Whigs sono stati fino alla fine degli anni ’90 il caposaldo di un modo di intendere musica del tutto personale, infilati , come di moda all’epoca, sul carrozzone Grunge i dischi degli Whigs non hanno mai nascosto minimamente le passioni del loro ideologo. Greg Dulli è un Soulman bianco, non un rocker, men che meno un punk.

Dopo 15 anni di silenzio, eccezion fatta per due nuovi pezzi inclusi nel “best of” del 2007, e considerato il discreto successo del tour della reunion, ecco che Greg Dulli e il Bassista John Curley (unici superstiti del progetto originale) tornano a metter mani agli Afghan Whigs.

Se conoscete la carriera di Greg Dulli non dovreste essere sorpresi dal risultato di “Do to the beast”, disco che segue il percorso lineare intrapreso dall’autore sin dall’ultimo disco a nome Afghan Whigs, 1965. La ricerca della perfetta fusione tra rock e soul, una traslazione in pelle bianca del R&B. “Do To The Beast” è l’ennesimo disco di Dulli nel suo inconfondibile stile, e ancora una volta Greg è incapace di tornare agli antichi splendori del periodo aureo delle “parrucche afghane”,seppur impossibilitato, per il talento del quale è dotato, a creare musica men che piacevole. Sin dalla prima traccia “Parked Outside” si capisce, però, qual è il difetto di fondo di questo disco, la produzione eccessiva che tende ad appesantire molti dei pezzi del disco, non che Dulli abbia mai lesinato negli arrangiamenti o abbia nascosto la sua propensione alla “grandeur” , ma forse questa volta ha calcato davvero troppo la mano.

Parked Outside” è un incipit feroce, chitarre distorte che accompagnano il canto, tutto funziona fino a quando non entra un insopportabile assolo di chitarra in delay che nemmeno i Queen. Segue “Matamos” pezzo sorprendente e interessante, il cantato “R&B” si pianta su un roccioso basso distorto, ma anche qui violini elettrici e una componente elettronica abbastanza fastidiosa rendono il pezzo poco aggraziato.

It Kills” è invece una classica canzone di Dulli, intro pianistico, archi ad accompagnare ed entrata di chitarre distorte a sottolineare i saliscendi emotivi, il cantato sempre più soul è accompagnato da una voce femminile ai cori che più nera non si può.

Algiers”, il pezzo che ha anticipato il disco è una ballata di discreta fattura e che, ne sono certo, nella mente di Dulli dovrebbe rimandare agli Spaghetti Western del nostro Sergio Leone, non so quanto ne sarebbe contento Morricone, ma tant’è.

Fino a questo punto il disco, anche se privo di canzoni veramente brutte, appare sicuramente deludente, ma “Lost in the Wood” arriva a ricordarci di cosa è stato capace negli anni Greg Dulli, dopo un intro lasciato al piano e alla voce, sempre bellissima, le chitarre arrivano a squarciare l’atmosfera, e ancora dopo tanti anni ci si trova rapiti, la vista appannata e il fiato corto in mezzo al fumo azzurro delle troppe sigarette fumate, da Greg e da noi, una ballata elettrica sublime, un marchio di fabbrica Twilight Singers, i cori femminili sulla coda finale sono una celebrazione, bellissima, intensa, finalmente emozionante.

The Lottery” tiene ancora alto il tiro, chitarre dal sapore ’90 voce calda e nello stesso tempo graffiante. “Can Rova” è un altro buon pezzo, una ballata eterea che può vagamente ricordare quella che è, a tutt’oggi, il capolavoro dei Twilight Singers “Railroad Lullaby”, il finale lasciato all’orchestra di feedback cara a Dulli viene rovinato da una cassa dritta posta nel finale che oltre essere di dubbio gusto è anche ampiamente fuori luogo.

Royal Cream” è un altro tipico canone Whigs, pianure e colline, cori e chitarre a rincorrersi continuamente creando quell’intensità di cui solo loro sono capaci. Segue a ruota la piacevole “I’m Fire”, ritmata e delicata, mentre la chiusura del disco è lasciata a “These Sticks” ennesimo pezzo in stile “The Killer” e di immediato rimando al recente passato a nome Twilight Singers, nulla di nuovo, nulla di trascendentale, purtroppo.

Una preghiera: togliete Dave Rosser dagli Afghan Whigs, le sue sviate chitarristiche sono peggio della peste, speriamo che Dulli gli fotta la morosa in velocità così ce lo leviamo di torno.

Avevo molte speranze per questo nuovo Afghan Whigs, speranze legate al fatto che tutti i dischi prodotti da Dulli nel post scioglimento della ragione sociale principale erano stati più che discreti (eccezion fatta per i Gutter Twins) e il mantenimento di quel livello sarebbe stato più che sufficiente per far sperare in un buon disco. Invece Dulli ripresenta il marchio originale consegnando alle stampe il peggior disco dei Twilight Singers, un peccato, ma non ci strapperemo le vesti, anche perché è previsto un peggioramento delle condizioni atmosferiche.

Non solo non c’è una "What Jail is Like" o una "My course" (va bè quella forse non c’è più stata, in generale, nel corso degli ultimi 20 anni) in “Do to The Best” ma ci troviamo un Greg Dulli minore e più attento ad arrangiare ogni strumento possibile invece di dedicarsi alla stesura dei pezzi.


Sempre rispetto per Greg, ma questa volta non ci siamo.

Voto: ◆◆◇◇
Label: Sub Pop

venerdì 11 aprile 2014

Majakovich - Il Primo Disco Era Meglio (Recensione)

Ed eccoci di nuovo, a buttare giù qualche riga per parlare delle band nostrane, quelle che all'improvviso irrompono e fanno il botto dentro il tuo cuore in via di implosione. I Majakovich, in uscita con la cara V4V-Records e To Lose La Track e prodotti da Tommaso Colliva, sono pronti a deliziarci gli uditi, quelli più rudi e quelli più fini con la loro nuova uscita " Il Primo Disco Era Meglio". Si tratta di un esordio a dire la verità, visto che è il primo disco interamente in italiano, e per farla molto breve, l'impatto ai primi ascolti e assolutamente devastante: " Devo far presto" e " La verità ( è che non la vuoi )" sono muri di suoni che crollano violentemente e si ricompongono in frazioni di secondi distorti e volutamente orecchiabili. Piogge di sound agrodolce in perfetto stile Ministri presente in tutto il disco senza esclusione di colpi, perfettamente mescolate a dei testi a tratti aspri e a tratti levigati di una fredda dolcezza. " Perchè Francesco Migliora" entra immediatamente tra le mie preferite insieme a " Colei che ti ingoia " e al suo ritornello che sa di dolce condanna e ricorda un pò alcuni pezzi di Wow dei Verdena ( " E tutto questo è solo per noi, e tutto questo non lo vuoi" )." Era Meglio " ci porta alla mente i migliori Foo Fighters e quando sembra che il disco possa perdere qualche colpo c'è sempre la pronta e violenta reazione come nell " Hype del cassaintegrato" o gli azzeccatissimi intercalari pop arricchite da liriche mai ostentate e sempre in tema di  " Ho già deciso". I Majakovich trasformano la violenza in cattiveria pura in grado di mimetizzarsi dietro una malinconia di suoni e di rumori, spendendo tutto nella stupenda " Una vita al mese ", altro gran pezzo che anticipa la chiusura affidata all'enigmatica linea di " Prodezze". " Il Primo disco era meglio " ma non ne siamo così sicuri, questa è certamente una delle migliori uscite di questa prima parte del 2014. I Majakovich ci regalano una perla glaciale di inestimabile valore per riscaldare i nostri futuri inverni, o rinfrescare i nostri inferni che non sono mai per forza estivi, e non è un caso che siano pronti a mandare in frantumi proprio questa primavera, una mezza stagione destinata a sparire dentro i suoi stessi fiori recisi.

L'album intero è in anteprima streaming su Rockit cliccando qui.

Voto: ◆◆◆◆◆
Label: V4V, Metrodora Tracks, To Lose La Track, Audioglobe




giovedì 3 aprile 2014

Artisti Vari - L'Inverno Della Civetta (Recensione)

Sarà che sono un'anima semplice, ma io Savona me l'ero sempre immaginata col sole e col mare. Poi sono arrivati Gli Altri a dipingermi uno scenario fatto di cantieri costruiti nella notte, ecomostri e cimiteri a cielo aperto (da “All'Orizzonte”), e ho capito che il mare può essere triste non solo d'inverno. Se poi l'intera scena della zona savonese-genovese decide di mettersi assieme, mischiandosi in formazioni improvvisate, per dare alla luce una compilation che prende il nome de L'Inverno Della Civetta...beh, il disagio rischia di crescere a livelli enormi, anche se il tutto esce a ridosso della primavera. In realtà non è così, e per quanto l'apertura con “Territori Del Nord Ovest” sia una cupa e tenebrosa copertina musicale del progetto all'interno della scena c'è ben di più. Tanto di più.
Perchè dopotutto da un progetto che riunisce membri di Meganoidi, Isaak, Numero 6, Od Fulmine, Kramers, Bosio, Eremite, Gli Altri, The Washing Machine, Giei, Madame Blague, Demetra Sine Die, Lilium, Merckx e Mope (più il non autoctono Izio Orsini di Jackie O's Farm e La Notte Dei Lunghi Coltelli), tutti provenienti dalle città liguri e dintorni, non ci si può certo aspettare un'unica sfaccettatura musicale. Magari neanche la qualità, e invece di quella ce n'è a palate. Perchè in qualunque genere esplorato c'è una gran voglia di fare le cose perbene, con idee non banali e ottime sonorità.
Ma di cosa si compone il menù? C'è spazio per atmosfere ripescate dal flower power dei 60's ibridato con un retrogusto di country polveroso (“Messaterra”), per chitarre dal sapore spagnoleggiante su cui si appoggia un duetto maschile/femminile di sussurranti voci (“Numero 7”), emocore veloce e grintoso (“Amaro”), scintille post-hardcore strumentali dalle distorsioni granitiche (“Bantoriak”). Per i palati che non disdegnano sonorità meno estreme lo chef consiglia gli echi anni novanta dell'alternative rock piacevole ma a tratti scontato di “Chewbacca On Surf””, per chi vuole osare un po' di più è pronta la grinta più rocciosa di “Crisaore”, complice una voce femminile trascinante, ma sono gli estimatori delle prelibatezze apparentemente più ostiche (non ostriche ahahahah e tutti giù a ridere. Dai ridete) che possono leccarsi i baffi. Dai dilatati paesaggi shoegaze di “Morgengruss” (paradossalmente richiamanti i misconosciuti londinesi "Notorious Hi-Fi Killers") all'infinita cavalcata fra post rock e distorsioni stonereggianti della bellissima “Estonia” (impreziosita da dialoghi tratti da Stalker del regista russo Andrej Tarkovskij) è tutto una delizia, anche quando i tempi si fanno meno dilatati ed è la pura e semplice energia distorsiva della conclusiva “The Shivering Tree” ad emergere: stoner fatto come Dio comanda, un finale più che mai azzeccato.

Nato attorno al Greenfog Recording Studio fondato ormai dieci anni fa dai Meganoidi, e benedetto dalla collaborazione di due etichette molto attive nella scena come DreaminGorilla Records e Taxi Driver Records, L'Inverno Della Civetta porta alla ribalta una scena che non conoscevo (mentirei se dicessi di conoscere più di 4-5 dei gruppi elencati più in alto) e meritevole di attenzione senza dubbio alcuno. Ad impreziosire un collage già di per sé affascinante arriva anche la cover di Jessica Rassi, ottima illustrazione di un'artista a tutto tondo vista la sua attività di musicista nei già citati Mope. Un modo ideale per chiudere il cerchio di una produzione fieramente di zona ma dal retrogusto internazionale.

Voto: ◆◆◆
Label: DreaminGorilla/Taxi Driver




martedì 1 aprile 2014

I Am Oak - Ols Songd (Recensione)

Lo sconforto mi coglie ascoltando "I Am Sound" e "Yojihito", i due brani iniziali. Il primo lascia di stucco; è impossibile non pensare a "No Surprises" dei Radiohead. E' impossibile non accorgersi che il pezzo non funziona, che per aprire un disco c'è bisogno di altro, di meglio. Il secondo è praticamente il clone di "Grown", punta di diamante del precedente (quasi capo)lavoro "Nowhere or Tammensaari".

Ed ecco perchè ci si aspettava tanto da questo "Ols Songd", nuova uscita targata I Am Oak. Complicato replicare l'intensità e la freschezza dell'immediato passato, difficilissimo fare meglio. Sia chiaro, nessun tradimento d'intenti; gli olandesi danno continuità al filone slow-folk che loro stessi hanno contribuito ad indorare negli ultimi anni. Soprattutto dimostrano di essere ancora capaci di creare canzoni di rara bellezza.

"Kites In The Canopy", unico brano lanciato in anteprima un mesetto fa, si veste di nuovi abiti pop, eleganti, intriganti. "Islands More Islands" ricorda molto "Famine", stavolta semplicemente per la premiata ditta "strofa sussurrata-esplosione corale sul ritornello-outro delicato" che tanto identifica il progetto. Tanto quanto la voce di Thijs, intatta nella sua particolarità, sempre più marchio di fabbrica. "Firm Hands" ribadisce e fissa i concetti della lezione, rimanendo però troppo controllata, arrivando al traguardo priva di un acuto di cui si ha il sentore ma che non arriverà mai.

Molti brani sembrano avere potenzialità inespresse, tarpate da minutaggi troppo corti e soluzioni a volte frettolose. Fa molto meglio "Honeycomb", che salva definitivamente il disco dalla non sufficienza. Anch'essa però grida vendetta, usurpata di una potenza emotiva che avrebbe potuto/dovuto essere devastante. In chiusura "Birches" regala un degno finale al disco: anafore liriche e strumentali che si protraggono in crescendo lungo tutta la seconda metà del pezzo, svettano nel cuore dell'ascoltatore e poi muoiono improvvisamente, in pieno stile I Am Oak.

Curato di certo, voluto fortemente, non ci sono dubbi. Nonostante ciò ci ritroviamo di fronte ad un lavoro fatto di se e di ma, di potenziali inespressi, di momenti che non possono non lasciare interdetti o eventualmente delusi, a metà tra sentimenti di parte e non. La corrente invisibile, costante, che costringeva l'ascoltatore completamente in balia del flusso ora appare intermittente.

Di contro, restano pure ed incontaminate le solide strutture alla base di un progetto che ha saputo donare rinnovata energia ad una scena folk sempre più trascurata, messa inevitabilmente in ombra dalla dozzinalità delle sue forme meno privilegiate che (e questo è poco ma sicuro) non reggerebbero il confronto con nessuna delle opere di ben altri, sapienti menestrelli.

Voto: ◆◆◆◇
Label: Snowstar Records

sabato 29 marzo 2014

STRi - A T O M (Recensione)

Due anni fa avevamo recensito "Canyon", l'album di debutto degli STRì, come qualcosa che non ci aveva fatto gridare al miracolo, ma di cui avevamo apprezzato alcune buone idee in quanto capaci di creare situazioni stilistiche di buon livello.  

Se nel primo tentativo gli STRì avevano calcato la mano in variegati ritmi con sonorità più aggressive, senza dubbio questa nuova prova risulta di gran lunga superiore, per aver rimaneggiato il sound iniettando tratti melodici maggiormente orecchiabili che hanno reso il nuovo A T O M un album insolito.

Il duo fanese nel frattempo si è stabilito a Berlino, dove avrà di certo trovato nuove ispirazioni per questi dieci brani, che presentano una personale miscela di elettronica leggera, chillout ed IDM più calcata, a tratti ballabile ma anche d'ascolto spensierato in assetto domestico.

Il disco ci relega in una dimensione non propriamente definita, che ci trascina a considerare i primi quattro brani come un perfetto connubio tra il minimalismo synthpop dei Junior Boys, quasi sempre contornati da chitarra elettrica scabra e tagliente vicina ai territori new wave, arricchiti da vocalismi in parte malinconici in cui si avvicinano alla chillwave di Washed Out. La particolarità di A T O M è quella di riuscire a strizzare l'occhio verso diverse tipologie: sia di nuove realtà elcectropop-oriented, oppure andare oltre laddove, soprattutto a partire del quinto brano "Acqua & Cenere" avviene una sterzata verso la minimal techno nei brani "Saliva" e "Denti" di stampo kalkbrenneriano, fino a terminare in sonorità esotiche con ukulele e flauto traverso nel brano conclusivo dal titolo "Opa".

Considerando che siamo dinanzi al secondo atto di una giovane proposta musicale, non scontata e in procinto di regalarci fresche sorprese fuori dai territori italiani, non ci resta di essere felici per la loro crescita, continuando nuovamente a non gridare al miracolo, consapevoli che questo nostro procrastinare potrà regalarci in futuro una band di culto e tanti capolavori sensazionali.

Voto: ◆◆◆
Label: Synthemesc Records



venerdì 28 marzo 2014

Hartal! – S/t (Recensione)

La dichiarazione d’intenti chiama in causa psichedelia e punk: quale il comune denominatore, a parte la predilezione per le sostanze tossiche? Sempre che l’inclinazione all’essenzialità ossessiva sia realizzabile senza droghe sistematicamente e smisuratamente assunte.
La complessità non è ottenuta tramite l’accumulo di elementi diversi, ma in virtù della reiterazione di un reticolo sonoro essenziale, nell’eterno presente di una ciclicità naturale, che fluisce costante come le stagioni che si susseguono immutate. Gli Hartal! al loro esordio non temono di erigersi sulla ripetizione di un accordo, che è fondamentalmente un gesto, né di estinguerla dal primo brano "Uno" a "Barefoot Empire": lo sforzo di sintesi non è depotenziato dalle percussioni ancestrali né dal salmodiare della voce, che si scava uno spazio nella progressione del rituale, per poi indietreggiare senza abbandonare la qualità onirica. Dal cupo lirismo dei Drowning Pool alla lugubre messa esoterica dei Dead Skeletons, attraversando il purgatorio delle suite dei Godspeed You! Black Emperor, scarnificate e spogliate di ogni epicità, questa catabasi laica svela il nichilismo sotteso alla psichedelia, quale possibile autentico nesso con il punk: il deragliamento programmato di tutti i sensi. Old "Chicken Makes Good Broth", al di là della primitiva saggezza del titolo, si struttura su un basso rotondo che richiama gli apocalittici albori degli anni ’80 nei primissimi Killing Joke; la melodia, reduplicata dalla sovrapposizione strumentale e più articolata dello scarno e dilatato recitato della voce, nel finale mantiene la promessa di controllato abbandono. Il comizio annichilito di "Megaloo V" estende una declamazione decadente su indigeni suburbani, chiamando all’adunata di massa sull’oscillazione della chitarra e su disturbanti, lontani allarmi. "Chasing the Beaver" riaccende l’innesco della deflagrazione Killing Joke, con il suo ansiogeno percuotere e la destrutturata cacofonia indistinta degli ultimi secondi; ma l’episodio più stupefacente, e probabilmente stupe-fatto, è la magnifica e struggente suggestione esotica di "Ogoniland", affollata di tamburi e fiumane di chitarre e stravolta dalla voce in un’esasperazione cannibale; la galassia centrale di ispirazione Spacemen 3 disorienta, prima che il sax free inietti quell’isteria irresistibile che ti respinge fuori dalla stanza eppure, al tempo stesso, ti inchioda, con la tua nausea latente in fondo allo stomaco in fiamme. Il punk in 11 minuti e 51 secondi.

Voto: ◆◆◆
Label: diNotte Records/V4V Records/Indastria Records

 
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