lunedì 27 aprile 2015

Albedo – Metropolis (Recensione)

Siamo (quasi) sempre stati attirati dall'arroganza dei concept album. Di quelli che pontificano concetti e disegnano immaginari e vicende aperte davvero a ben poche interpretazioni o quesiti. Nei solchi di "Metropolis" questa supponenza da narrazione musicale cade in virtù di un obbiettivo più alto: porre al centro della storia la fragilità esistenziale dell'ascoltatore. In primo luogo, il quarto disco della band milanese è intriso di una delicata umiltà. Terribilmente terrena da reclamare un contatto umano in una città meccanica. Dal paradosso della metropoli solitaria nasce la comune storia di alienazione moderna. Isolati tra migliaia di persone alla ricerca di uno straccio di cuore di cui avvertire i battiti tra migliaia di sistole meccaniche, “Metropolis” ci sommerge di domande come un bambino di quattro anni nel pieno turbinio interrogativo dei “perché”. Ingabbiato in un futuro non molto lontano, è sul passo riflessivo degli interrogativi che il disco traccia il suo percorso tortuoso, ma limato da una capacità narrativa al massimo delle potenzialità, sospinta da una carica emotiva palpitante. Dalla vana speranza di un futuro migliore in città lontane (“Partenze”) all’escapismo proiettato verso mondi sconosciuti (“Astronauti”), fino alla disperata ricerca di calore umano e divino verso cui abbandonarsi (“Higgs”), da ricercare fra migliaia di visi anonimi inglobati da una logorante routine ("Replicante"). “Se l’universo è la risposta/qual è la domanda?”. Probabilmente una soluzione definitiva ai nostri quesiti esistenziali non la avremo mai, ma la maniera in cui “Metropolis” cerca continue conferme suona quanto mai umano e legittimo. Proiettato nel futuro, ma terribilmente attuale.

Scarica gratis l'album qui.

Voto: ◆◆◆◆
Label: Massive Arts/V4V

lunedì 20 aprile 2015

Metz - II (Recensione)

Dopo il grande successo del self-titled (leggi qui la nostra recensione) album di debutto pubblicato il 9 Ottobre 2012, il 5 Maggio 2015 ritornano a graffiare dai freddi ghiacci canadesi (Toronto, Ontario) i Metz, con il nuovo, secondo album intitolato, appunto, II. Il frontman Alex Edkins ha annunciato sul sito di Sub Pop:
I look at it like this. You start a band, just as something to do, because music’s what makes you tick, the thing you dream about and think about and that’s it. You never think that you’ll be able to do it all the time. But then, for some inexplicable reason, people actually listen and latch on and the band begins to take on new meaning. All of a sudden there are expectations and pressure, real or imagined, to change who you are. It was important to us, when making this record, not to give in to that pressure” ("La vedo così. Metti su un gruppo, giusto per fare qualcosa, perché la musica è ciò che ti fa sentire forte, la cosa che sogni, a cui pensi e fine. Non pensi mai che potresti essere capace di farlo per sempre. Ma poi, per qualche inspiegabile ragione, le persone in realtà ti ascoltano e si affezionano, e la band inizia a prendere un nuovo significato. All'improvviso ci sono aspettative e pressioni, reali o immaginarie, di cambiare quello che sei. Era importante per noi, nel creare questo disco, non cedere a quella pressione").
Una vera e propria dichiarazione di intenti sotto la lente del frontman, dunque, che attribuisce alla musica il senso di motore propulsore dei propri sogni che all'improvviso è diventata effettivamente realtà. Ecco che allora la situazione si complica: ci si sente quasi in debito nei confronti delle aspettative degli altri, che impongono di cambiare, di adattarsi al gusto del pubblico. I METZ invece hanno deciso di fare le cose a modo proprio, a quanto pare, perché è importante proseguire per la loro strada non cedendo a nessuna di quelle pressioni: il mondo della musica è una giungla, ma sono riusciti a sopravviverle con questo disco, e alla grande. Secondo l'etichetta, le dieci tracce di questo album, per un totale di 30 minuti di santa ragione, promette di essere "much heavier, darker, and sloppier” (più pesante, oscuro e disordinato); "i suoi toni lirici fungono da un tampone che argini anni di perdita e di dubbio, di contemplazione delle relazioni della band con la morte e il pianeta".
Edkins chiarifica ancora così su Sub Pop: “I consider myself a pretty massive pessimist, but a pessimist who knows how lucky he is. A lot of things in everyday life drive me crazy: how we relate to each other; how politics, media, technology, money and medication influence our lives. This band, in a lot of ways, is an outlet” ("Mi considero quasi un pessimista cosmico, ma un pessimista che sa quanto è stato fortunato. Moltissime cose nella vita di tutti i giorni mi fanno incazzare a morte: come ci relazioniamo l'uno con l'altro, come la politica, i media, la tecnologia, i soldi e la sanità influenzano le nostre vite. Questa band, in una miriade di modi, è uno sfogo"). È abbastanza evidente che i toni di questo album non scherzano affatto, come del resto già nel precedente, ma con qualche differenza. Qui nervosismo noise (di cui chiaro esempio sono i 35 secondi di Zzyxz) si unisce agli stop and go dell'hardcore (Eyes Peeled, IOU, Nervous System), continua ad avere delle chiare sonorità grunge (in particolare Acetate, Landfill, The Swimmer, Kickin a Can of Worms) nirvaniane (Bleach e Incesticide), rendendoli forse i più degni eredi della band di Seattle e non a caso scelti dalla stessa etichetta Sub Pop. La voce è forse più udibile e in prima linea rispetto all'album precente, di impronta Punk e targata Johnny Rotten (Spit You Out, Wait in Line), di lieve base Rock 'n Roll. Se vi piacciono i Nirvana e la perfetta pesantezza suonata in flanella, questo è l'album che fa per voi. E se pure dicono che il Grunge '90 è morto, siamo prontissimi alla sua resurrezione, che avverrà il 5 Maggio 2015 con II, dei METZ.

Voto: ◆◆◆
Label: Sub Pop

mercoledì 15 aprile 2015

Rome In Reverse - Loop And Reverse (Recensione)

Sono toscane, si sono spostate a Roma e si sono stabilizzate a Copenaghen. Questo il cammino delle Rome In Reverse a livello di distanze, quello musicale invece risente più del punto di arrivo che delle altre tappe (nome escluso ovviamente): c'è infatti nella musica di Antonella (voce, tastiera e campionamenti), Elena (chitarra) ed Ambra (visual artist nei live della band) qualcosa dell'algida atmosfera che ci si aspetta da un paese freddo come la Danimarca, acuito dalle atmosfere quasi prettamente elettroniche del progetto. Tanto freddo basterà a scaldare comunque i cuori?
Ad un primo ascolto, e non solo il primo per la verità, la risposta alla domanda posta sopra è stata decisamente negativa. Troppo standardizzato il registro dei 10 pezzi che compongono questo Loop And Reverse per riuscire ad infondere sensazioni di spicco, troppo monocorde la voce di Antonella per riuscire a riscaldare l'atmosfera che si viene a creare. Brani come “Be The Sun” da questo punto di vista non aiutano, visto che è probabilmente il brano che meno lascia scaturire un'ariosità che, ascolto dopo ascolto, emerge fra le pieghe del disco: sono brani come “In The Middle” e “Slowly” (ottima la virata più articolata e “suonata” nella seconda parte di quest'ultima) a lasciare intravedere qualche raggio di sole in un quadro altrimenti esageratamente asettico, in cui il minimalismo sonoro diventa una croce più che un vanto. Ben vengano quindi gli inserti che ogni tanto variano il quadro generale, come il basso che aiuta a dare incisività al finale della conclusiva “The Light Is Coming Up” o la struttura che alterna momenti di vuoto a ritmiche accattivanti dell'azzeccata “I'm Here But You Don't See Me”, brano in cui anche per un utilizzo più sussurrato e sensuale della voce emergono parentele con le atmosfere lisergiche delle Warpaint più minimali...un'associazione che viene spontaneo fare anche dopo l'ascolto della luminosa “Loverdose”. Non convincono granché invece i singoli estratti dal disco, ma se “I Have Your Smell” conserva un po' di fascino col suo lento progredire “I Want Your Love”, di contro, rappresenta uno degli episodi in cui il gelo elettronico stoppa qualsiasi tipo di empatia musicale.

Mescolando il trip-hop con ariosità più vicine a rarefazioni shoegaze le Rome In Reverse riescono a creare un sound piuttosto personale ma ancora acerbo, incapace di coinvolgere emotivamente in troppi episodi e con una voce che, pur piacevole, non riesce a risultare un elemento di spicco come sarebbe necessario: vedremo se in futuro le tre ragazze riusciranno a portare una dose maggiore di calore nostrano nelle fredde lande danesi.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Autoproduzione



venerdì 10 aprile 2015

Il Vuoto Elettrico - Virale (Recensione)

Disco d'esordio per Il Vuoto Elettrico, gruppo bergamasco che prende il nome da un album dei Six Minute War Madness e che con Virale non fa niente per nascondere quali siano le coordinate musicali: noise ed una punta di post hardcore, fra la band che omaggiano nel nome e gente tipo gli One Dimensional Man, giusto per rimanere in ambito italico.
La title track si rivela niente più che un incipit strumentale (o meglio rumoristico), ma lascia presto spazio alla cattiveria delle chitarre ed alle urla di Paolo Topa che emergono da “Il Ruolo Del Perdono”. E' proprio il vocalist il lato più caratteristico della band, sia nel bene che nel male: alternativamente sommerso dagli strumenti mentre strepita o impegnato a declamare al di sopra degli stessi i suoi testi crudi e disagiati Paolo viaggia per l'album come una scheggia impazzita, simile nella sua isteria a quanto sentito nei 3 Fingers Guitar (licenziati sempre da DreaminGorilla) ma con la stessa tendenza ad un'esagerazione che a volte stona col sottofondo sonoro. Non convincono l'eccessiva vena recitativa che butta fuori in “Il Tuo Ego, Il Mio Crollo” (canzone dal piacevole sentore di Marlene Kuntz), la decisione di coprire eccessivamente le sue urla rabbiose in “Le Lacrime Di Dio” come di dare invece maggiori risalto a quelle meno convincenti che si appoggiano sulle note di “Cibolesbico” o “Il Labirinto Di Cani”...ma quando azzecca le parole è proprio la voce a risultare l'elemento in più in grado di dare risalto a brani come la cupa ed incalzante “Arianna Tace” (in cui la pecca è forse solo quella di limitarsi a ripetere le frasi come un mantra piuttosto che espandere l'interessante incipit) o “Asso Di Spade”, una storia di disperazione dai toni vagamente noir magistralmente veicolata dal sottofondo ossessivo che si sfoga nel finale in una esplosione noise di chitarre e synth impazziti: senza dubbio il brano migliore del lotto. Anche musicalmente vi sono luci ed ombre, visto che brani come “Il Ruolo Del Perdono” o “Le Lacrime Di Dio” non spiccano per fantasia creativa, ed esperimenti come le influenze post punk che permeano “Il Labirinto Di Cani” convincono solo a metà; meglio sicuramente il lento dipanarsi fra accelerazioni improvvise e parti di noise spinto della conclusiva “Jean”, ed un plauso va alla versione trasfigurata ed efficacissima di quella “Emilia Paranoica” resa più malevola ed inquietante di quanto il buon Ferretti non riuscisse a fare ormai 30 e passa anni fa (merito anche dell'aiuto vocale di Manuel Cristiano Rastaldi dei Zidima).

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando il noise ha cominciato a fare proseliti nella nostra penisola, ma tutta questa acqua non rende gli Il Vuoto Elettrico banali nella loro proposta: è la mancanza di una direzione coerente quella che spiazza, come se la band bergamasca avesse voluto provare tante soluzioni diverse nell'indecisione della direzione verso cui puntare. Rimangono impressi alcuni episodi folgoranti, quelli da cui mi auguro ripartano per un nuovo capitolo meno ondivago e, almeno vocalmente, meno afflitto da eccessi di protagonismo spesso poco efficaci. Un plauso infine alla cover del disco, inquietante ed affascinante allo stesso tempo.


Label: DreaminGorilla

Voto: ◆◆◆◇◇







giovedì 9 aprile 2015

Ronin - Adagio Furioso (Recensione)

I Ronin tornano due anni e mezzo dopo Fenice, questa volta però Adagio Furioso: un rock strumentale mutevole e caldo, la descrizione di ciò che ci circonda per mezzo di chitarre cristalline e fluide.
Una band che sin dagli esordi nel lontano 1999 dimostra le proprie capacità, propone un disco decisamente omogeneo: ogni traccia gioca un ruolo importante senza però prevaricare sull'altra, mantenendo sempre alto il livello del disco, evitando quindi di emergere pericolosamente.

"Far Out" è resa straordinariamente interessante dalla voce di Francesca Amati, co-autrice del brano insieme all'ex chitarrista Nicola Ratti, alle prese con una personale interpretazione canora in grado di fornire al brano un non so che di internazionale. Ma è "Ravenna" la vincitrice del concorso "la più bella del disco": qualcosa mi ricorda la soundtrack di Pulp Fiction. Non a caso parliamo di una band che ha sempre dimostrato una certa attitudine cinefila, un amore nei confronti del Cinema d'autore.

Il tutto si svolge descrivendo una quiete quasi innaturale, dinamica e robusta: impossibile rimanere immobili dinanzi un ritmo trascinante e fedele alle sonorità rock d'oltreoceano. E bene si: di italiano c'è ben poco, sarà per questo motivo che non scalerà mai una classifica del nostro Paese. Quel che interessa a noi però è la validità di un prodotto che rimane sulle sue, senza strafare, evitando voli pindarici e virtuosismi vari.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Santeria /Tannen

mercoledì 8 aprile 2015

Colapesce - Egomostro (Recensione)

In una delle scene principali, e più famose, de "La Grande Bellezza" di Paolo Sorrentino, Jep Gambardella, il personaggio principale del film, rivolge una domanda ad una giovane performer.
In modo indisponente ed irriverente, chiede all'artista in questione cosa sia una vibrazione, dopo un'infinita sfilza di analisi e descrizioni sul proprio progetto artistico.
La ragazza non risponde, e va in crisi alle domande insistenti di Jep. In quella scena, coesistono due sentimenti predominanti, nel protagonista: la noia ed un profondo narcisismo. Quello tipico delle persone disilluse, ma consapevoli di essere portatori di un animo diverso, distinto. Indefinito, come la vibrazione di cui sopra. Sostanzialmente, un circolo vizioso di vanità.
Il secondo album di Colapesce, Egomostro, rievoca le medesime sensazioni, ed impressioni.
La disumanizzazione dell'homo social, le sue liturgie, e quelle gocce di giudizio sulla vuoto delle stesse.
La metafora è ben chiara, ed è palesata dalla struttura stessa dell'album, un ingresso ed un'uscita, il passaggio dalla superficie al cuore delle cose, dell'indignazione del cantautore. Nel descrivere l'ego dilagante, tratteggia il proprio, secondo una titolarità ed un'autorevolezza che non si è ben chiarita, nè capita.
Solitamente, nel cuore di un'indignazione vi è una speranza, un auspicio, o quantomeno una chiave di lettura per indagare il presente.
Gli indizi non mancano. Dall'atomizzazione individuale di "Dopo il Diluvio", alla rabbia di "L'altra Guancia", alla superficialità ed il rumore di fondo, quello dei giudizi e dell'insensibilità, di "Le Vacanze Intelligenti", fino all'anti patriottismo di "Maledetti Italiani".
Ciò che lascia perplessi, e tanto, è la nemesi di tante sofferenze, di tante disillusioni. L'emozione.
L'emozione malcelata, sopita, messa a bada. Le emozioni di un amore, di un bel paesaggio, di una meraviglia. Quello di un sentimento. Una bella donna, l'intimità di "Sottocoperta". L'immancabile "riscoprire la bellezza", che chiude l'album.

Come in uno scrigno da aprire, da rovistare, all'interno del quale è inserita la nostra quotidianità.
Ed insistentemente, un monito. Il dover smettere di essere presi da noi stessi, dalle nostre frustrazioni, dalle nostre illusioni. Riscoprire l'empatia, l'emozione, il sentire semplice. E' questo il nucleo, la narrazione umana, delineata dal cantautore siciliano. Bene. Tuttavia, appare particolarmente miope, in fondo banale. Pretestuoso. Come tutti i ritratti impietosi, scritti dalle cosiddette penne candide.
La verità è però un'altra, e manifesta il più grande limite di Lorenzo Urciullo: la scarsa ironia ed il prendersi troppo sul serio, il caricare troppo la propria moralità le liriche dei suoi lavori. E sbatterla per intero all'interno di un'opera. Il non donarne un respiro ampio.
Ed è un difetto davvero odioso ed ostacolante, dato che trasforma un disco dalle intuizioni interessanti, e dai richiami sonori notevoli - su tutti i The War on Drugs, ed una strana miscellanea tra la discografia di Battiato e le tendenze recenti nell'autorato indie italiano - nell'ennesima lezioncina morale dell'artista di turno.
La solita, dal consueto pulpito, che distoglie dallo smuovere le coscienze per davvero, dal mostrare uno sguardo distaccato, tale da rendere sfocata una fotografia del nostro presente. Una fotografia limitante sin dai riferimenti. L'indignarsi, il "non possiamo andare avanti così", il "qui vivono solo imbecilli".
Punti di vista strettamente, ed autoreferenzialmente, generazionali, come se l'Italia fosse zeppa di coloro che leggono Bob Brezny nelle pagine dell'oroscopo di Internazionale, oppure usano Skype per comunicare.
Come Jep nella sua intervista, che in una realtà parallela - tuttavia immaginaria - Flaiano avrebbe mediato con ironia e rispetto verso il risibile altrui, donandone universalità. Quella tipica di coloro che si elevano a giudici del cielo e della terra, senza approfondire e cogliere nella vera essenza il costume e le sfumature tragicomiche della nostra generazione.
Le stesse che andrebbero colte, senza elenchi o riferimenti personali, in un ego davvero ripulito dal narcisismo e da un odioso percorso di presupposti e visioni prevedibili. Affascinanti e spiazzanti quanto un editoriale di Giulia Innocenzi. Stucchevoli.

Voto: ◆◆
Label: 42 Records

martedì 7 aprile 2015

Zeman - Fame (Recensione)

Il 2015 è iniziato, ma le condizioni meteo qui in Italia non sembrano migliorare. La gente è ancora profondamente sfiduciata, questa crisi non accenna a diminuire e noi siamo sempre più affamati. Gli Zeman, scommessa nuova di zecca di casa To Lose La Track, piombano agli onori della cronaca musicale con un nome che definire trasversale sarebbe riduttivo e con un disco che la dice lunga sull'attuale stato delle cose. "Fame" è tutto ciò che il popolo si aspetta, anzi esso stesso gioca un ruolo fondamentale all'interno del processo di gestazione. Una rabbia che si traduce in pura urgenza lirica, a volte perfettamente lucida, a volte un po' meno.

D'altronde la scelta di prediligere la lingua italiana a quella inglese per un disco che porta in quota un post-punk di ineludibile matrice Foals sin dai primi accor"Fermo") è abbastanza forte e costituisce una presa di posizione (e di coscienza) che non può essere sottovalutata, nè nel concept generale che si annida dietro le nove tracce, nè  all'interno di valutazioni che coinvolgono l'intero panorama italiano. Scelta, come già detto, felicissima in determinati episodi, meno in altri. Si prenda "Entusiasmo immotivato", una delle sorprese più belle: come trasporre un rock dal forte accento math in un contesto lirico del tutto inusuale. Esperimento riuscitissimo, con un ritornello che si incolla ai neuroni (chiaro / forte / importante / splendente). Dall'altro lato della medaglia troviamo momenti più deboli  e meno privilegiati: "Milano e gli amici moderni" manca di un centro strutturale ben definito e, talvolta, pecca di certi escamotage espressivi in sede di linea vocale decisamente inappropriati. Fanno sicuramente meglio "Cresco domani" e "Come i sassi in aria", sorrette da un perfetto equilibrio fra sezione ritmica e sfiziose svisate di chitarra, marchiate col sangue del post-hc in scena a Washington a cavallo fra il ventesimo e il ventunesimo secolo (Dismemberment Plan, Q And Not U).

Un lavoro nel complesso ben articolato, una proposta che porta una positiva ventata di aria fresca, che inietta nuova linfa nelle vene della scena underground nostrana e le restituisce un colorito migliore. "Fame" trasuda passione, dedizione, gioco, felicissime intuizioni. Pretende attenzione e quindi la ottiene senza alcuna azione forzata, ma increspando nettamente la superficie, segno di un importante movimento interno irradiato verso l'esterno con semplicità, efficacia e consistenza.
Qualche sbavatura c'è, ma non inficia quanto di buono mostrato, considerando la giovanissima età del progetto. Di strada davanti ne hanno tanta, questi ragazzi. Di tempo per smussare le spigolosità di una maturazione incompleta (ma non lontana) ce n'è ancor di più. Le premesse sono più che buone.

Voto: ◆◆◆◇◇ 
Label: To Lose La Track

lunedì 30 marzo 2015

Crayon Made Army - Flags (Recensione)

I Crayon Made Army sono un collettivo elettronico umbro formato da tre elementi (più l'aggiunta, sul disco, della chitarra di Maarten Vos dei Woodkid), e Flags è il loro esordio. In bilico fra atmosfere acustiche evocate dalla chitarra ed algide suggestioni elettroniche create dai synth la band cerca di destreggiarsi in un mix curioso ma che, alla prova dei fatti, presenta più di un difetto.
Il primo ascolto è stato abbastanza straniante, vuoi per la nevicata che mi sono beccato mentre andavo a fare le prove col gruppo (che mi ha fatto scambiare i rumori di sottofondo della rilassante “Hylum” per preoccupanti derive grandinistiche, evviva le parole inventate) ma, soprattutto, per il fatto che il susseguirsi delle canzoni mi avesse lasciato ben poco nelle orecchie. Nonostante una certa orecchiabilità infatti Flags è un disco più ostico del previsto, formato da piccoli elementi che ci mettono un po' a risaltare e che pertanto al primo ascolto mi hanno lasciato l'impressione non certo piacevole di trovarmi di fronte ad un disco monocorde. Non aiuta da questo punto di vista il cantato, piacevole in alcune sue derive (penso all'azzeccato saliscendi delle strofe della omonima “Crayon Made Army”, uno dei pezzi migliori del lotto anche musicalmente con la sua atmosfera intrisa di malinconia) ma troppo spesso ancorato ad un tono quasi sussurrato che fatica ad emergere nell'insieme. E' solo dopo qualche ascolto perciò che ci si accorge di brani come “Plane And Sea”, inizialmente centrata su un piacevole arpeggio di chitarra su cui pian piano inserti elettronici ed archi si appoggiano a riempire efficacemente il tutto, o come “Breathe Me In”, forse il brano più azzeccato fra quelli in cui il trio alza i bpm lasciando sfogare maggiormente la vocazione elettronica. Pur mantenendo una discreta varietà di fondo i Crayon Made Army prediligono le atmosfere tranquille, tanto che brani più ritmati come il duo “Priceless”-”Here” stonano un po' con le piacevoli orchestrazioni dei brani più lievi: anche fra questi però c'è qualche passo falso, e la chiusura con la piuttosto anonima “Azimuth” è lì a dimostrarlo, chiudendo con un mezzo passo falso un disco che si era invece aperto in maniera tutt'altro che banale con una “Welcome Back” solare ed ariosa.
Ai Crayon Made Army non manca il mestiere, dimostrato ampiamente negli 11 brani del disco, bensì l'emozione: Flags manca di calore, e le emozioni vengono così centellinate fra pochi brani avvolgenti a cui la componente acustica dona uno spessore che altrove viene a mancare. Interessanti ma ancora acerbi, vedremo in futuro quale direzione deciderà di prendere la formazione umbra.

Voto: ◆◆
Label: Autoproduzione

 
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