lunedì 20 ottobre 2014

Valerian Swing - A U R O R A (Recensione)

Bando alle ciance, per una volta eviterò lunghe e prolisse prosopopee e andrò velocemente a spiegare perchè i Valerian Swing, col loro terzo album Aurora, hanno tirato fuori uno dei migliori dischi dell'anno.
Math rock perlopiù strumentale, è questa la base da cui il trio di Correggio parte per creare in otto pezzi un miscuglio sonoro che sfocia anche in altri ambiti: già l'iniziale “3 Juno” palesa nell'incipit atmosfere post rock di una potenza paragonabile ai Russian Circles, per poi evocare chitarristicamente e vocalmente parentele con la scena emocore nostrana. Un caso che Matt Bayles, già dietro alla band di Chicago e produttore del precedente album dei Valerian Swing A Sailor Lost Around The Earth, sia alla produzione anche in questo caso? O che due dei concittadini Gazebo Penguins siano coinvolti nell'album (Sollo nella produzione e nelle tastiere [non nel senso che ci si è infilato dentro eh] e Capra nelle urla presenti in “Scilla”)? Io dico sì, perchè la coesione sonora che la band sfodera dal primo all'ultimo minuto dà l'idea di una capacità di maneggiare il pout pourri di influenze assolutamente spontanea, come se i tre avessero mangiato tutti questi generi a colazione per anni e gli venisse naturale mischiarli per creare tutto questo ben di dio.
Prendete il binomio, prevedibile solo nei titoli, “Scilla” e “Cariddi”: tanto devastante nella sua partenza a mille la prima quanto capace di assestarsi su ritmi più monolitici la seconda, salvo poi riprendere la corsa in un finale che sa tanto di percorso circolare. La tromba che si insinua fra le ultime note (e che appare timidamente anche nel finale di “Cancer Minor”) serve solo a dare un tocco di particolarità in più, prima che l'apparente calma venutasi a creare venga squassata dallo splendente ed indiavolato inizio di “In Vacuum”, una creatura sonora che muta ritmo e tempo innumerevoli volte già solo nel primo minuto di durata e senza che questo sembri un vuoto esercizio di stile.
Incredibile la capacità con cui Steve alla chitarra tiri fuori riff che entrano in testa dal primo ascolto: quello con cui si apre “Spazio” ad esempio, evoluto nell'arco di una canzone che alterna con naturalezza accelerazioni violente e momentanee pause oscure come quella che verso la fine, pur brevemente, eleva a protagonisti assoluti il basso cavernoso e lo sporco lavoro della tastiera in sottofondo. “Parsec” subito dopo dà una buona idea nel suo continuo sviluppo di come le influenze emocore si possono ben amalgamare a momenti di sfogo granitico, ed il suo finale sfumato ben si sposa alla sacralità che la tastiera dà all'inizio della conclusiva “Calar Alto”. Se proprio vogliamo trovare qualche difetto diciamo che questo inizio si lega un po' forzatamente con l'entrata degli altri strumenti, ma fa gioco ad un brano che rimarca ed avvalora le influenze post rock della band, ben delineate dall'andamento rilassato ed intimista della lunga parte centrale e che fa da splendido veicolo ad un finale in cui torna a splendere il sole fra le distorsioni. Vogliamo trovare un altro difetto? Il modo in cui “Cancer Minor”, forse il brano più cupo dell'album, dia l'impressione di finire troppo sbrigativamente...come se la faccenda musicale non fosse stata pienamente risolta nonostante l'azzeccata idea di iniziare e finire il brano con una tastiera che porta la mente verso gli spazi siderali.
Avrei potuto usare anche meno parole per esprimere la mia opinione su un album che va ascoltato più che descritto: sul loro bandcamp lo trovate in download gratuito (una buona abitudine della zona, almeno per quel che riguarda la musica indipendente...a quando un album gratis di Ligabue? Chi lo vuole alzi la mano, io le ho già messe in tasca), quindi spero di avervi creato quel tanto che basta di curiosità per andarvelo a scaricare e lasciar parlare gli strumenti al posto mio.

Voto: ◆◆

Label: To Lose La Track/ Magic Bullet Records / Subsuburban / Cavity Records / Small Pond



venerdì 17 ottobre 2014

Thom Yorke - Tomorrow's Modern Boxes (Recensione)

Anche se può sembrare strano e difficilmente comprensibile, il buon vecchio Thomas Edward Yorke pare essere entrato nel vortice della mediocrità, quella in cui si cede dopo anni di continue sperimentazioni, ugualmente se rimane invariata la capacità di dare una qualsiasi forma al suono. A distanza di otto anni dal suo primo album solista "The Eraser", Thom Yorke ci catapulta in una dimensione "altra", seppur familiare e non sconosciuta ai suoi più assidui ascoltatori, con il nuovo "Tomorrow's Modern Boxes", uscito il 26 settembre.
La distribuzione stessa del disco è stata del tutto singolare ed improvvisa (se non addirittura imprevista), infatti è stato lanciato sulla piattaforma di condivisione BitTorrent ad un prezzo (sei dollari per otto brani) estremamente contenuto, raggiungendo 100.000 download nelle prime 24 ore di distribuzione.
Un esperimento di mercato che pare essere riuscito con un discreto successo.
Pur essendo un disco tendenzialmente "neutro" e "lineare" nei brani che si susseguono in armonia, Tomorrow's Modern Boxes ha tutto ciò che serve : basi fluide che si insinuano rapidamente, la voce mistica di Yorke ed una sorta di "aura" quasi camaleontica che si dipana da ogni pezzo.
Ad un primo ascolto, il nuovo progetto partorito dalla mente del cantante dei Radiohead, può essere paragonato ad un unico pigmento rimescolato più volte; tuttavia basta "raddrizzare le antenne" per captare correttamente le otto tracce contenute nella scatola e per farsi trasportare in uno spazio apparentemente intimo, ma in realtà aperto a tutti e paradossalmente infinito.
Il disco parte con "A Brain In A Bottle" (accompagnata da un video nello stile di Thom), una prima traccia che non pecca un nulla; ipnotica, entra in testa come miele al rallentatore. Passando per "Guess Again", che stimola la voglia di ballare ma rigorosamente fuori dalla pista.
La terza traccia "Interference" ha un' impronta decisamente più cupa ma con una morbida venatura dettata dalla voce mai stancante.
"The Mother Lode" è una delle tracce più interessanti del disco; mescola infatti una base più veloce rispetto alle altre accompagnata dalla voce lontata e distorta di Thom Yorke.
La quinta traccia, "Truth Ray", ricorda i primi sperimentali approcci all'elettronica dei radicati Radiohead e fluisce immaginariamente come un'orda di volti dagli occhi sigillati.
"There Is No Ice (For My Drink)" è la traccia da club per eccellenza, caratteristica di una serata davanti a corpi che si muovono in modo impercettibile.
Giungendo verso la fine dell'album troviamo "Pink Section", tendenzialmente drammatica e dalla nota creepy che non rilascia emozioni pressanti.
Questo fluire di sensazioni contrastanti termina con "Nose Grows Some", melodia che - nonostante tutto - non fa pentire di aver ascoltato quello che può essere considerato un lavoro che fa "viaggiare" dentro e fuori la testa di uno dei migliori artisti che abbiamo sulla terra. Rimane a noi però sconosciuto il reale pianeta di provenienza dell'alieno Yorke, capace di trasportarsi e trasportarci ovunque. Anche con una piccola scatola fluttuante.

Voto: ◆◆◇◇
Autoproduzione

martedì 14 ottobre 2014

DAGS! - S/t (Recensione)

Un dodici pollici in vinile trasparente inciso su un solo lato e i colori freddi che trionfano sulla penombra della foto di copertina: i Dags!, transfughi da note formazioni della recente storia emo italiana, quali Minnie’s, Wendigo e Verme, esordiscono con un EP carico di promesse, fortunatamente non disattese. L’impronta melanconicamente solipsistica, annunciata dalle scelte estetiche del lavoro, è compiutamente confermata dalla direzione sonora, che punta con convinzione verso un disilluso emocore genuinamente 90s; da quel decennio proviene il timbro vocale che inaugura il lavoro in I don't know if you understand my analogy, but it's the clearest one I can make: sulle prime intima – ma non intimista – su uno strumming che, se fosse appartenuto a qualche band delle coste USA, sarebbe stato oggetto di snervanti tentativi di emulazione sulle nostre chitarre acustiche, la voce poi si sposta tra l’insinuazione nasale e un’affermazione determinata di personalità affine al Jeff Buckley meno manierista e più rabbioso. La prima traccia cresce in un insieme improvvisamente fragoroso e poi si arresta ed erompe ancora, assecondando gli ingranaggi di un meccanismo efficientissimo; si celebra la bassa fedeltà nell’interludio di I have seen the truth, and it doesn’t make sense, che introduce un handclapping inatteso quale apertura alla voce filtrata. Your rent should not exceed a week of your monthly wages rispetta i canoni del genere con un’intenzione straniata e fuori dal tempo, sebbene pochi, disseminati elementi innalzino il risultato sopra la media, anche grazie all’efficacia della formula power trio, insita nella stratificazione compatta; gli ultimi cinquanta secondi sono abbandonati in balia di una coda di quiete complessa, increspata dal drumming lontano. Le variazioni ritmiche di With so many signatures, you could make a petition lasciano sapientemente la voce in solitudine, ad acuire il senso di gravità emotiva; dalla metà, si profila un incalzare destrutturato, prima scarno, poi ricompattato e infine dissolto negli arpeggi. ...And then they crashed against technology, did that hurt? dimostra come finalmente la lezione di Spiderland abbia attecchito anche sulle sei corde della nostra penisola: la ricetta di stasi, espansioni e pause, arricchita dagli armonici che si intravedono come minuscole luci lontanissime, è declinata in un temerario strumentale, prima che la perentoria tromba del giudizio apra a un coro liberatorio.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: To Lose La Track/ Neat is Murder Records

lunedì 13 ottobre 2014

The Suricates - Storie di Poveri Mostri (Recensione)

Ci avevano lasciato due anni fa con lo sguardo rivolto “al di là della periferia”, in attesa di trovarci un universo magari infernale, che a quanto pare era lì pronto ad accoglierli.
Nello specifico, i The Suricates hanno cercato e trovato la complicità di Antonio Dragonetti (fotografo e scrittore), che in questo loro ultimo lavoro ha messo parole, immagini e anima.

Un connubio, il loro, che dura già da un po’. Anime che non solo si incontrano, ma che si scelgono per dar vita a un qualcosa che a tutti i costi deve crescere e venir fuori, non per la fama, ma per la fame.
Fame, voglia, brama di mostrare quanto di bello e carnale ci sia in quella parte grottesca di universo ancora sconosciuta ai molti.

E così, parola dopo parola, grotta dopo grotta, scatto dopo scatto, questo sodalizio ha dato vita a “Storie di Poveri Mostri”.
Un album tanto oscuro quanto chiaro, pieno di immagini musicate, intriso di sensazioni che non impiegano molto ad impossessarsi del destinatario.
E’ facile dunque, in questo concept album, sentir crescere la rabbia delle vittime e dei carnefici, attraverso la carnale voce di Alessandro Cicchitti e a un tempo, scorgere il loro soffocamento che pian piano si rivela grazie alla musica lontana, dissolta, a volte  riempitiva. L’ascoltatore precipita così in un limbo dal quale difficilmente saprà venir fuori.

Sette brani, sette racconti o forse storie, che hanno di sicuro bisogno di attenzione per essere ben intese e “recitate”. Un rosario al contrario insomma, sul quale è bene soffermarsi a riflettere.
 Tracce adagiate su musiche che si dilatano dal post-rock al genere orchestrale, che partono con quella che sembra essere la più cruda delle storie, ma quella che ha in sé la struttura più ricca di ornamenti. Cosi tra arpeggi, trilli e tremolii viene concepita  “La passione di un Piccolo Cristo”, del quale assistiamo la crocifissione e la sua liberatoria corsa finale che viene amplificata dalla chiusura ritmata in perfetta armonia con l’intro assai più leggera.

Grano dopo grano, arriviamo al mistero delle “Streghe”, alla traccia che non segue nessuna linea, se non quella dell’istinto di urlare la rabbia di tre sorelle divenute carnefici. E la musica non può fare altro che seguire le mosse incontrollate delle protagoniste, inserendosi tra sussurri e grida.
Seguono “La Madre” e “La Processione”, amore e passione. Dolcezza e bellezza che hanno dalla loro composizioni musicali che fanno capire quanto i The Suricates siano cresciuti in questi anni. Melodie che riescono ad equilibrarsi, musica che riesce a riempire. Insomma, ogni cosa è al suo posto in questo nuovo universo.

A chiudere, come è giusto che sia, la liberazione. “L'Esorcismo” ultima traccia, ultimo grano. Voce soave su musiche che danno la sensazione di essere proprio nell’attimo in cui avviene l’alleggerimento dell’anima.
Processo quest’ultimo, possibile solo dopo l’ascolto dell’intero album, dopo la visione delle foto e dopo aver capito come in questo progetto nulla arrivi per caso.

“Le foto completano i racconti.
Foto e testi ispirano la musica.
La musica sostiene entrambi.”
(Antonio Dragonetti)



Label : Autoprodotto
Voto: 
◆◆◆◆◇



mercoledì 1 ottobre 2014

And So Your Life Is Ruined - Rovinosa Rivincita - (Recensione)

Ci prepariamo ad un inverno senza fuoco. L’ennesimo di una vita “difficile”. Ma in fondo è l’usura che la rende Bella. Lasciate sta’ tutte le stronzate vintage, però. Chè di vintage ci sono rimasti solo i ricordi, le repliche de I Robinson e il cubo di Rubik con i quadratini un po’ scollati.
Ma torniamo a noi.
Quando ho ascoltato il disco degli And so Your Life is Ruined, ho immaginato di percorrere col dito, indice a caso, i cerchi di una sezione di tronco su cui si percepisce il tempo, circolare e rovinoso, del “respiro vivo” dell’albero, protetto dalla corteccia ruvida, impura, irregolare, consumata.
I dischi tristi disciplinano il respiro affannoso, lo placano nella rassegnata alternanza tra immissione di ossigeno ed emissione di nera anidride carbonica. Ma non lo inibiscono. La pesantissima leggerezza dei gas, eterei ma fondamentali. Fate caso all’ossimoro.
Quindi ci siamo consumati ed il fuoco s’è estinto?!
Alla fine quest’esistenza è una frana e travolge tutto. Rovina, è rovina-ta.
E noi stiamo sul fianco del monte, perfetti scalatori temerari, un po’ incoscienti.
Constatazione: Ci spezzeremo ancora, credendoci eroi.
Ma lo dicevano anche i Verdena: Superman finge, ed è bastata una freccia avvelenata mirata al tallone per sconfiggere Achille.
Le colonne d’Ercole esistono, sono lì a ricordarci quanto siamo “finiti” ed impotenti, ma non si intravedono ad occhio nudo e questo è il loro limite, perché possiamo così crederle superabili.
Io dovrei parlarvi dei suoni del disco, delle chitarre dagli accordi dissonanti, dei riff contorti e della batteria piuttosto versatile. Emo-punk, post-rock, definiteli un po’ come vi pare, davvero non riesco proprio a pensare al genere come condizione prima per apprezzare la musica. Anche perché non reputerei competente la mia analisi. So però che Marco, Giovanni, Davide e Martino hanno prodotto qualcosa di buono e genuino (rima non pensata), una ricetta musicale ben riuscita dall’aroma speziato, delicato e non invadente. Sì, questa musica non è invadente, non c’è alcuna pretesa, la stessa che caratterizza le produzioni V4V, sempre attenta a quello che c’è dietro un paio di accordi e qualche parolina d’effetto.
Qui c’è una storia, la nostra, quella di tutti, un racconto corale gridato con tutta l’energia di una giovinezza stentata, inopportuna, scomoda nella sua posizione di precario essere, e serve ritrovarsi in una morale comune, che è rassegnazione ma anche rivincita, che è reazione.
Rinneghiamo pure il terzo principio della dinamica. Le reazioni sono infinite e dipendono dalle rotte che scegliamo, una volta superata la voracità di Cariddi.
Il motore di tutto è la paura.
Musica che smentisce la rassegnazione. La comprende, anzi.
1- Berlino: il viaggio inizia, senza meta, ma sarà determinante per ricordare quanto era leggero il cuore nell’istante in cui - - - - continuate voi. Inserite pure qualcosa di importante e prendete energia da lì.
2- Febbraio: singolo d’esordio, mese invernale di transizione. L’inutilità della speranza, dell’asserire un “domani andrà meglio” di circostanza è l’incipit per qualcosa di nuovo, per un risveglio realista. Disilluso ma non sconfitto. Pentito per il troppo silenzio ingoiato.
3- Cariddi: gli anni del liceo a studiar mitologia greca ci son serviti. Ecco la  naiade marina ch’è mostro affascinante e che un po’ come le sirene per Ulisse, cerca di attirarci nel gorgo della disfatta.
Saremo marinai ingegnosi e risolutivi, anche se il mare non ci piace poi così tanto.
4- 308 Negra Arroyo Lane: Citando il buon Salmosono il tipo che non ha mai visto Breaking Bad”, perdonatemi. Però ho inquadrato la situazione. Anche qui k=reazione (che sia chimica o emotiva) ritorna. Il signor White, anche se in modo grottesco ed estremo, reagisce alla mediocrità, all’infelicità. Se non conosci le strade, prendi la mappa che magari qualcuno ti porge. La diffidenza conserviamola per le cose banali.
5- Inverno senza fuoco: l’amore è una divisione in cui i componenti si sgretolano e generano altre cifre, combinandosi. Nessuna soluzione, quoto o quoziente; l’operazione è ciclica, e continua a discrezione degli interessati. Insomma, oltre ad essere infelici ci si può anche innamorare, qualche volta. E con estrema umiltà.
6- Perché non siamo dove siete voi: epilogo. Se c’avete visto un po’ di Cosmetic qui, non siete gli unici. Non leggetelo con presunzione, questo titolo; è importante essere in un posto diverso rispetto al resto, per poter osservare le cose. La prospettiva è importante per una valutazione dell’insieme e deve essere opposta a quella standard. Necessariamente. Siamo stranieri di noi stessi, spaesati ma costantemente interessati a muoverci, creare possibilità, creare alternative.
La musica serve a questo, è la conclusione a cui arrivo sempre.
Ascoltate un disco al giorno, trovate sempre l’alternativa ad un umore infetto, in attesa di un bel concerto.

ASYLIR, Rimini - (abbreviazione di convenienza): disco omonimo d’esordio.
Grafica bellissima by Luca Zamagna aka ERRATA DISAIN

Album in free download QUI
 
Voto: ◆◆◆◆◇
Label: V4V-Records/Voice Of The Unheard/ Lonely Voyage 



martedì 30 settembre 2014

Nicolas J. Roncea – Eight - Part One (Recensione)

La critica musicale istituzionale ha selezionato una manciata di vocaboli sulla cui efficacia converge da decenni, che sembrano avere il potere di descrivere universalmente ore e ore di musica in poche, ripetute immagini; tra queste, il termine “derivativo” dovrebbe suggerire l’evidente filiazione della produzione di un artista da quella di qualcun altro. Io attingo raramente al tradizionale canestro del gergo musicale, ma nel caso del terzo disco di Nicolas J. Roncea, italiano di origine francese che scrive in inglese, mi trovo a rimestare pescando proprio l’aggettivo “derivativo”. Eight soddisfa il progetto intrigante di dare inizio a una trilogia, in cui ciascun album è costituito da otto brani che saranno pubblicati in anteprima su Youtube, per poi uscire in digitale e, infine, confluire in un vinile di dieci pezzi, scelti dagli ascoltatori; ma se l’intuizione di impiegare radicalmente le possibilità insite nei nuovi mezzi di fruizione risulta forse audace, più convenzionale è la forma sonora scelta dal songwriter: come in un’edizione degli American Recordings rielaborata dalla sensibilità del vecchio continente, tra gli arpeggi timidi della chitarra acustica e una vocalità dal retrogusto dissonante, ciò che domina è agrodolce rimpianto, timore ma non angoscia, gioia ma non entusiasmo. L’incipit di Forever with the Ghost si aprirebbe come una solitaria cavalcata desertica, ma assume subito una coloritura schiettamente europea nella voce asciutta dal timbro a tratti nasale; la corsa leggera sugli arpeggi, che riecheggia il bucolico romanticismo di Devendra Banhart in The Storm, alza la posta in gioco acquisendo una più convincente levità britannica, mentre l’essenzialità di Find Me impegna una voce gracidante da giovane Bolan in un’implorazione amorosa disarmata. Il debito nei confronti di Banhart è di nuovo evidente nell’urgenza sopita di He’s Wrong, così come fin troppo palese la parentela di Mary J con lo schivo riserbo di Nick Drake: la vibrante emotività sottesa all’archetipica The Thoughts of Mary Jane stimola inevitabilmente una nostalgia uditiva. La voce, esilissima in December, traghetta infine il Damien Rice di Animals Were presso la casa di Suzanne, vicina al fiume come la mia. 
Il diritto rivendicato a trattare temi condivisi e generali quali la solitudine, l’amore, la frustrazione esistenziale attraverso altrettanto familiari strutture espressive è senza dubbio legittimo, eppure confido negli altri capitoli della trilogia per ascoltare qualcosa di più musicalmente temerario, per sancire l’autenticità dei sentimenti che Roncea cerca di comunicare.

Voto: ◆◆◇◇
Label: Autoprodotto

giovedì 25 settembre 2014

Goat – Commune (Recensione)

Se prestassimo fede alle leggende, dovremmo accogliere Commune e i suoi artefici come l’ultima incarnazione di un collettivo musicale attivo da oltre vent’anni e misteriosamente ubicato a Korpilombolo, piccolo villaggio svedese dove è ancora praticato il voodoo; e poiché la magia funziona meglio se si è convinti della sua efficacia, asseconderò i miti e considererò la nuova opera dei Goat come il secondo volume di un trattato esoterico.
L’esordio World Music, nella sua rievocazione iperdinamica tanto del primitivismo del Pop Group quanto delle suggestioni conturbanti degli Organisation, induceva negli ascoltatori uno stato di invasamento costante portando a una dipendenza pervicace; quasi asfissiante con la sua giungla sonora, lasciava stremati come dopo una danza catartica. Attesi alla verifica della seconda prova, i Goat di Commune affilano le lance e scolpiscono i loro totem con più accuratezza: Talk to God scandisce percussioni e arpeggi con la pazienza di chi attraversa le decadi come fossero una manciata di istanti e apre subito questo secondo capitolo con tribalismi di exotica Sixties, non quella patinata di Les Baxter ma quella bizzarra e inquietante di gruppi misconosciuti inghiottiti dall’oblio degli anni. L’incipit si chiude con l’insistenza del basso preludendo a Words e al suo assolo isterico e intermittente, riflesso lontano delle incursioni lucidamente sanguinarie di Fripp nei primi dischi di Eno; del dittico Here Come the Warm Jets e Taking Tiger Mountain by Strategy , insuperabile amplesso di audacia furente e sperimentazione scientifica, Commune condivide la tensione verso una sintesi postmoderna del primitivo. The Light Within è un’ipotesi impossibile di come sarebbero i tropici se transitassero verso nord attraverso i paralleli; il collettivo incastra poi saggiamente To Travel the Path Unknown, parentesi assopita tra campanelli e arpeggi lunari, prima di tornare con la perentoria cavalcata Seventies di Goatchild, in cui si innesta prepotente un’ancestrale voce maschile. “The spiritual is more real than most of us believe”, esordisce il predicatore in Goatslaves: nel frenetico dancefloor la negritudine è prosciugata fino a un funk segnatamente europeo nella ritmica bidimensionale, dove è il basso a segnare risoluto le tappe della marcia. Il singolo Hide from the Sun apre con un riff che rischia di essere epico ma, per buona sorte, si risolve in volute memori di Ananda Shankar; una distorsione poco invadente contamina il pezzo proprio al centro prima di tornare, in una perfetta ciclicità ancestrale, al riff iniziale diventato ora acustico. Incrinato a metà è anche Bondye: dalla ripetizione di scampanii e asciutti colpi di gong sintetici si inceppa per virare in un’accelerata orchestrazione da opera cinese, profanata dall’ennesimo assolo frippiano. Gathering of Ancient Tribes, con il suo cantato rabbioso oltre il selvaggio, annuncia che la natura è feroce e l’uomo che la evoca nel rituale animista non può essere da meno; disperata e rovente è anche la coda chitarristica finale, quasi un urlo lancinante di un animale in via d’estinzione.

Voto: 
Label: Sub Pop

mercoledì 24 settembre 2014

News For Lulu - Circles (Recensione)

Sarà capitato anche a voi di ritrovarvi a vedere dal vivo una band mai conosciuta prima e di dire “questi dove sono stati per tutto questo tempo?”: a me è capitato ad inizio settembre in quel di Lu Monferrato, ad un festival (ottimo e consigliato) dove, fra gli altri, si esibivano anche i News For Lulu. Non una novità assoluta per me in realtà ma un conto è averne sentito il nome, un altro sentirli suonare, e c'ho messo ben pochi pezzi per rimanere rapito dalla loro musica. E no, le birre che avevo in corpo non c'entrano. Di fronte ad un innamoramento (musicale eh) improvviso di questo tipo viene però il dubbio: sapranno distillare su disco la verve sonora che ha caratterizzato il live a cui ho assistito? In men che non si dica ho avuto la possibilità di fare la riprova, approcciandomi a questo Circles con tante speranze e pochi timori. Fugati quasi del tutto.
Circles è un disco strano e lineare al tempo stesso. I News For Lulu riescono a mantenere una coerenza invidiabile dall'inizio alla fine, pur passando da influenze diverse e da arrangiamenti ora semplici (almeno come struttura), ora più arzigogolati. La base di partenza è una commistione fra il folk rock americano e una vena più smaccatamente pop, il tutto condito da una certa dose di psichedelia che la chitarra ultrariverberata, il piano e l'organo tendono ad accentuare in svariati pezzi: nascono così brani apparentemente molto diversi fra loro come l'iniziale “Into Nowhere”, riecheggiante la famosa Everybody's Talking della colonna sonora di Un Uomo Da Marciapiede, la solare ed orecchiabilissima “Spring Burns” (primo estratto scelto dalla band), l'intimistica “Rain”, caratterizzata da strofe minimali in cui il basso pulsante fa da unica traccia guida per la voce prima che i ritornelli portino un po' di malinconica vivacità, preludio ad una chiusura strumentale in cui ogni elemento, a partire dal piano fino ai cori, aiuta a creare un'atmosfera sublime. Quasi ogni brano riesce a farsi riconoscere per qualche motivo, che sia anche solo una parte di chitarra fuzzata a metà di un pezzo dall'iniziale groove anni 70 (“Flowers In The Oven”) o un'intera struttura sonora irregolare che colpisce al primo impatto come nella splendida “Eagles”, che mi aveva rapito dal vivo e non perde una virgola del suo fascino neanche su disco. Ci sono anche vaghe influenze anni 80 in “Grin And Bear It”, dove reminescenze dei Tears For Fears vengono amalgamate ad un composto in cui le voci corali delle ospiti Laura Burhenn (Mynabirds, Postal Service) e Orenda Fink (Azure Ray) fanno un figurone (e non sono certo da meno nella già citata “Rain”) ed il finale che rende meno regolare il ritornello risulta perfetto nell'economia di un brano già coinvolgente fino a lì, ci sono momenti malinconici come nella serrata “Your Uniform”, c'è spazio anche per una grinta sonora più accentuata che arriva quasi fuori tempo utile, sfoderata nella penultima traccia “Oh No”, brano in cui le sfumature solistiche della chitarra lungo tutti gli abbondanti quattro minuti di durata sono un colpo di genio che dona nuovi colori al collage fin lì creato. Dispiace un po' che la rilassatezza psichedelica di “Circles” chiuda in maniera un po' anonima il disco (non riesce a colpire pienamente nel segno neanche “Say Hello With A Wave”), ma son questioni di lana caprina di fronte ad un album che fa di tutto per farsi apprezzare dall'inizio alla fine.
Raro esempio di coerenza fra impatto live e su disco i News For Lulu, sicuramente per quel che mi riguarda una delle scoperte migliori di questo 2014 (arrivo in ritardo ovviamente, visto che Circles è già il terzo album per la band pavese). Orecchiabili eppure bizzarri, apparentemente semplici in alcuni brani ma con un incrocio di strumenti in realtà studiato ad arte, Circles riesce a suonare simile eppure diverso ad ogni brano...e la doppietta “Grin And Bear It”-”Eagles” è un qualcosa per cui ogni musicista degno di questo nome dovrebbe provare invidia.

Voto: ◆◆◆◆◇
Label: Urtovox

 
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