sabato 14 maggio 2016

Fuzz Orchestra – Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi (Recensione)

Se la parola “sinfonico” non avesse assunto il pestilenziale significato che la storiografia musicale le ha conferito, sarebbe adeguata a descrivere la magniloquenza con cui esordisce il nuovo lavoro della Fuzz Orchestra. La solenne overture di Nel nome del padre è tuttavia bilanciata da un immediato assalto d’impeto: la ben congegnata “macchina apocalittica” di sature chitarre heavy, batteria implacabile e noise analogico per l’occasione è orchestrata da Enrico Gabrielli e potenziata dagli Esecutori di Metallo su Carta. Quando Enrico mi parlò per la prima volta del progetto di trascrivere su partitura brani di Zeus, Fuzz Orchestra, Zu, Morkobot e di tutti i transfughi vecchi e nuovi della metallurgia musicale italiana, l’esperimento era all’inizio; dopo due anni esatti, il brillante Gabrielli aggiunge una scrittura sapiente all’efficace alchimia del trio e porta con sé una schiera di illustri “esecutori” quali, ad esempio, Eugenio Bucci, Nicola Manzan, Simon Balestrazzi.
Attingere al materiale audio del cinema socio-politico italiano anni ’60-’70 significa ricordare un’Italia che non temeva di esporsi politicamente, in un contesto collettivo che ancora intendeva la politica in senso classico come riflessione sul bene comune. L’arrendevole placidità e la democristiana inclinazione al compromesso che connotano una buona parte di questo popolo – quella forse destinata allo sterminio apocalittico? – hanno finito per contaminare anche le forme espressive, generando schiere di musicisti che non sanno cos’è l’eroico furore della rivendicazione ideologica. Chi non è né caldo né freddo, io lo vomito, appella Mastroianni in Todo Modo. Tra i pochi baluardi di intransigenza sonora, Fuzz Orchestra ha sufficiente lucida ferocia per dosare furibonde sfuriate hard e geometrici tracciati ritmici con distesi classicismi e squarci di aperture riflessive. Forse frutto dell’incontro con le partiture di Gabrielli, una più complessa articolazione tra i vari elementi sonori scompone i livelli d’ascolto, come in Born into this, dilatata tra fiati e violino, o nei funebri rintocchi percussivi dell’appello all’estinzione selettiva de L’uomo Nuovo.
L’apocalisse storica, sociale e personale incombe: Una voce verrà è testimonianza dell’imminente età di purificazione cosmica, che si avvicina annunciata non dalle trombe del giudizio ma dal noise dell’apocatastasi collettiva, perché la fine dei tempi non è trionfo ma azzeramento e ripristino. Travolge come una cavalcata teutonica il saturo heavy seventies de Il terrore è figlio del buio: non più solo il vecchio continente del Settimo Sigillo attraversato dal cataclisma ma il globo intero, unificato dall’ecumenica violenza sonora di cori stratificati sulla batteria roboante. Dopo la lamentazione quaresimale filtrata al vetriolo in Lamento di una vedova, l’opera riporta nelle fucine infere con il clangore ghiacciato di The Earth will weep che, tra lancinanti ronzii industriali e stridore di cingoli, si trascina pesantissima verso l’epilogo.
Un concept sul Giudizio e sulla Redenzione terreni, riportati alle sorti dell’umanità attraverso lo sfacciato sarcasmo che si appropria delle spoglie mortali di ogni sorta di materiale sonoro. L’Ecclesiaste heavy del terzo millennio.

Voto: ◆◆◆◆◆
Label: Woodworm

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