giovedì 17 dicembre 2015

Calcutta - Mainstream (Recensione)

“Il nuovo cantautorato italiano” a parere dello scrivente è una delle peggiori piaghe musicali degli ultimi anni, nemmeno troppo ultimi se ci pensiamo. Se gli anni ’90 sono stati un tentativo del tutto fallito di dare una via più internazionale alla musica "alternativa" in italia, gli anni 2000 hanno immediatamente ristabilito le proporzioni, a far bella musica in italia non c’è gusto, tanto bastano quattro parole in croce con sotteso amoroso/politico e una chitarra acustica e il gioco è fatto, tolto il dente, tolto il dolore.

Non parliamo poi della nuova leva, quella che alle chitarre ha sostituito i synth, non cambia nulla.
Di base il cantautorato non sarebbe poi così male, a patto che chi ci si mette sappia scrivere le canzoni, ecco, il problema sono le canzoni, che non ci sono, quasi mai.
Quasi perché a volte succede che qualcuno che qualcuno con un po’ di talento si prenda la briga di metterlo in versi, questo sembra il caso di un cantautore di Latina, Calcutta, che sembra voler ridare dignità ad un genere in balia del niente.

Non conoscevo Calcutta prima di Mainstream, non avevo ascoltato i suoi primi lavori “chitarra e voce” (da recuperare vista la vena psycho e il talento compositivo) quindi non sono prevenuto, non sono dilaniato dall'atroce dilemma di aver conosciuto l'autore prima della svolta "commerciale, ho ascoltato e basta, ho aspettato e mi sono innamorato.
Dicevamo, fare il cantautore non può essere esercizio di stile sul niente, troppi sono i maestri di genere che lo hanno insegnato, troppi cadaveri che si rigirano nelle loro bare.
Calcutta prende, finalmente, a piene mani dall’enorme archivio POP italiano e ci costruisce un capolavoro di immane valore recuperativo.

Il cantautorato italiano non si è estinto con i cantautori anni ’70, non è stato solo le ballate Dylaniane di De Gregori non è stato solo l’impegno a prescindere Guccini o il ritmato esistenzialismo di Gaetano, e sopratutto non è stata la "poesia politica" di De Andrè, ma è stato, soprattutto l’elettropop di inizio ‘80 del Battisti che cambia pelle, del Caputo più classico, dei capolavori assoluti e inarrivabili dei tardi anni settanta di Lucio Dalla. Il cantautorato POP è stato classicità e si è evoluto.
Nelle dinamiche del disco di Calcutta si trovano tutte le caratteristiche del cantautorato di cui sopra, anche grazie alla produzione in punta di piedi, che non distoglie né distrugge, ma anzi lascia ampia libertà alla penna del ragazzo di Latina, di Niccolò Contessa Deus Ex Machina de “I cani” perfettamente a suo agio nel produrre un disco dalle spiccate qualità pop, orecchiabile e che suona come dovrebbe suonare.

Il disco si apre con la stupenda “Gaetano” un ricordo per una città che del cantautorato è stata capitale, Bologna. Ritornello che si appiccica in testa, liriche naif, arrangiamenti minimali, ma idonei a sostenerne la forza emotiva, perfetta apertura.

“Cosa mi manchi a fare” è una canzone d’amore che declina il genere nel modo più perfetto,il testo, mai banale – il che essendo un pezzo che parla del rapporto a rotoli con una figa già è cosa enorme – raggiunge delle vette di bellezza nella sua semplicità assolutamente disarmanti “dovrò soltanto re imparare a camminare, se non ci sei tu” Non so se vi è mai capitato di essere lasciati, ecco, i mesi dopo sono quella roba li, re imparare a camminare, riabilitazione.

Dopo un intermezzo che sembra più un modo per far passare qualche secondo altrimenti il disco durerebbe troppo poco, arriva uno dei capolavori del disco “Milano” una sofferta ballata di immensa tristezza e di struggente bellezza che ricorda le produzioni di inizio anni ’90 di Luca Carboni, l’ultimo grande cantautore dimenticato da tutti, da tutti tranne Calcutta che si prende il merito di avere riacceso in me il culto, da molto sopito, per il Bolognese.

Anche “Limonata” rimane sulle stesse direzioni, si lascia ascoltare in attesa dell’altro grande pezzo di questo disco “Frosinone” è il miglior Venditti degli ultimi trent' anni, anche qui la produzione esalta l’aspetto più "popolare" del pezzo, gli affezionati al vecchio Calcutta già si ribellano perché pare abbia perso la sua vena malata e trasformista, me ne faccio una ragione.

"Del Verde" è ancora un pezzo venato di malinconia e sentimento, che fa il pari con la delicato pezzo di chiusura “Le Barche” bizzarra, per chi scrive, gincana tra Latina e Peschiera del Garda, le montagne russe e prezzemolo, Lazzise è li attaccato.

Finalmente il pop messo al suo posto trattato come si deve, POP non significa solo banale produzione e testi lobotomizzati, il POP aveva ed ha una dignità che finalmente Calcutta sembra potergli ridare.

Voto: 
Label: Bomba Dischi/Pot Pot Records

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