lunedì 13 luglio 2015

Squadra Omega - Altri Occhi Ci Guardano (Recensione)

Spesso mi interrogo sul caso che governa gli eventi, per cui il prog è stato forse l’unico esemplare di musica italiana degno di esportazione; sin dal fiorire negli anni ‘70 di band talvolta geniali, talvolta al limite del ridicolo nell’imitazione degli epigoni anglofoni o nella ridondanza delle immagini e delle trovate compositive, la storia sembra voler suggerire che i prodotti nostrani trovano la propria dimensione creativa solo in una forma espressiva in cui la narrazione ha ampio spazio, di minutaggio e di struttura, di evolversi involversi e svolgersi. Ma la cosiddetta “Italian Occult Psichedelia” attuale non ama le epopee verbali e sonore con cui Biglietto per L’Inferno o De De Lind crearono sensazione; le parole sono ostacoli e le note non si rincorrono variopinte, ma si imprimono una dopo l’altra come impronte dai confini riconoscibili, sorelle in serie benché diverse e irripetibili. Nel caso della Squadra Omega, sono le improvvisazioni protratte in una lunga session di tre anni e la cristallizzazione del disco in modalità rigorosamente analogica a proiettare Altri Occhi ci Guardano in un passato atemporale, in cui l’attualità della musica nella sua preponderate purezza riporta indietro di decenni o forse secoli. Dopo mesi munifici, in cui il collettivo ha già regalato Lost Coast, soundtrack di silenzi e paesaggi e strade perdute percorse a piedi, e Il Serpente nel Cielo, occhieggiano oggi i volti subumani del dipinto del 1977 in copertina al disco, quasi istantanea a olio del bestiario di Bomarzo; Altri Occhi ci Guardano si apre con l’intarsio intricato di suoni e timbri e sapori di Il Buio Dentro: come fu per gli Organisation, anche qui il traguardo non è la forma canzone, perché non c’è traguardo ma, principalmente e con necessità ineluttabile, decostruzione. Il primo brano si immette come una vena sotterranea in Sospesi nell’Oblio, dove pulsar lontanissimi segnano le tappe di una traversata interstellare, solcata dalla via lattea che la chitarra dissemina con un refrain compiutamente circolare: perfettamente autosufficiente, gira su se stesso come un primo mobile, finché il pungolo del synth non rimpiazza la chitarra, che si defila in un controcanto triste. Sciami artificiali anticipano poi le processioni apocalittiche di La Nube di Oort, destinate a evaporare in molecole di atmosfere inospitali; Il Labirinto riscatta la fetida categoria del jazz-rock con un incedere minaccioso, abbastanza rudimentale da non scadere mai nella fusion: il basso sobbalza con movimento sussultorio, i fiati intrisi d’oppio folleggiano con altri bizzarri rigurgiti inferi o astrali, poco importa. Giochi di bimbi cannibali introducono alle danze in stile Pop Group di Sepolto dalle Sabbie del Tempo: il groove non è sempre solo nero, ma quando è fatto dall’uomo bianco è straniante come un sogno velenoso sotto cocaina, chimicamente indipendente nel suo tornare costante sullo stesso ansiogeno riff e condannato a un vicolo cieco di suoni che si tormentano a vicenda. Poche pennellate cremisi tratteggiano Hyoscyamus, interludio acustico di suoni puri che si dissolvono nelle vibrazioni dell’aria: solo alcuni minuti sono concessi per questa dejeuner sur l’herbe in cui, per ingannare il tempo, non si gioca a carte ma si leggono i tarocchi; la quiete sospesa è presto spezzata dai ottoni furiosi, figli bastardi di Anthony Braxton, che introducono all’affollato zoo di Il Grande Idolo, popolato di striscianti percussioni, cinguettii metallici e sintetici, tutti tenuti a bada dalle placide fruste delle corde. La carovana bestiale muove infine su rotte orientali, lungo una via della seta cadenzata e battuta dal vento di distorsioni lontane. La title track è sorretta da battute da metronomo, sovrastate dal sax anarchico e nottambulo; la chitarra si unisce alla rivendicazione di indipendenza, tentando di scompigliare l’impassibile aplomb ritmico. Una lenta, interminabile rivolta a intermittenza. Ma anche le convulsioni del delirio di suoni si placano in Le Rovine Circolari, istante di lunatica quiete che seda e assopisce, in una vaga brezza di arpeggi e campanelli, persino le intemperanze sonore più estreme: un sonno incosciente a domare la folla di mostri della mente.

Voto: ◆◆◆
Label: Macina Dischi/Sound of Cobra

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