venerdì 10 luglio 2015

Le Capre a Sonagli - Il Fauno (Recensione)

Chi si ricorda i Tupelo Chain Sex? Pochi hanno memoria, o si sono recentemente imbattuti, nell’ensemble californiano che, in pieni anni ’80, dimostrò come miscelare in un cocktail ad alto potenziale jazz be-bop country folk blues trash punk ska surf jive latin calypso rythm‘n’blues psychobilly senza assolutamente prendersi sul serio. Perché, con buona pace delle schiere di cantautori originariamente tali o evolutisi dopo militanza nell’indie nostrano, che oramai dominano con il loro costante impegno nel fissare il proprio ombelico e nel cantarne, un artista fa il proprio dovere quando padroneggia la narrazione, quando i grandi racconti hanno la meglio sul privato individualista e, soprattutto, quando sa farsi da parte con una generosa dose di autoironia; questo è l’ingrediente segreto che permette alla varietà di intuizioni sonore e suggestioni musicali di dischiudersi, senza fermarsi alla trappola stanca di reiterati stilemi generazionali.
E benché Bergamo non sia Los Angeles, Le Capre a Sonagli con questo disco, soundtrack di un film d’animazione a episodi realizzato con la collaborazione artistica degli stessi ovini in questione, espongono un’opera ascrivibile al dadaismo più puro, in cui la bizzarria degli elementi non impedisce ma anzi concilia la creazione di immaginari paesaggi esotici quali scenari da film mentale. Richiamando i fotogrammi per cui è stato concepito ma allo stesso tempo srotolandosi come narrazione autonoma, Il Fauno si apre con l’arpeggio di Celtic segnando subito il confine della frontiera di un folk-blues cialtrone, in cui acustico ed elettrico si abbracciano in una danza arcaica; il limite è però spostato verso i territori dell’exotica lo-fi con le corde e le percussioni ridotte all’osso di Ciabalè, mappa per esploratori di giungle impenetrabili. Il sordido blues waitsiano di Tre e 37 non rischia mai di scadere nell’emulazione, grazie all’immediata essenzialità degli arrangiamenti, mentre il dittico Demonietto nell’organetto e Serpente nello stivale si muove tra la sordida filastrocca, lercia di polvere desertica, e la commistione di suggestioni tex-mex e cavalcate ritmiche da spaghetti western. Le ragnatele di chitarre e l’inintelligibile voce filtrata di Giù guidano senza soluzione di continuità alla paradigmatica Nonno Tom, breviario con cui Le Capre potrebbero insegnare ai tanti autoproclamantesi luminari dell’indie nostrano come scrivere perfetti refrain che sanno d’America; dopo il carillon alcolico scandito da micro-samples di Uhaa!, in Slow irrompe un arpeggio acustico come un istante di quiete inattesa, su cui si staglia la voce impastata di sillabe incomprensibili. Il blocco conclusivo è una caleidoscopica e immaginifica wunderkammer tra le foreste di percussioni e i grugniti ferini di Pausa Pranzo, il riff insistente e lurido di Anatra, la cupissima balera del divertissement Bobby Solo, che apre la finestra sulle italiche melodie da boom economico contaminandole con elementi manouche, la marcia funebre di Joe: Le Capre scelgono tuttavia di chiudere con Goo Porpacuttana, collage anarco-electro di giocoleria sonora, dimostrando di essere tutt’altro che bestie pavide.

Voto: ◆◆◆◇◇
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